Editoriale N° 4 – Un corpo risuonante di musica

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Banda, opera e trasmissione del repertorio: come l’ascolto e la pratica musicale cambiano con i media e con le comunità.

Passeggiavo con degli amici per godere la frescura serale di un piccolo paese prealpino della provincia di Treviso, Cison di Valmarino, nel pieno dei suoi festeggiamenti ferragostani quando il dolce suono di un flicorno soprano impegnato ne l’Habanera di Carmen mi ha condotto in piazza. Piacevolmente sorpresa ho così ascoltato una banda da giro a dir poco fantastica, l’Orchestra di fiati “Rocco D’Ambrosio” di Montescaglioso – Banda d’Europa, diretta dal maestro Giovanni Pompeo e dotata di una sezione di flicorni importante. Un viaggio nel tempo che mi ha permesso di immaginare un passato non molto lontano in cui, grazie alla banda cittadina, gli abitanti di un paesino sperduto della campagna italiana potevano apprezzare le novità dell’opera, che in gran pompa risuonavano nei maggiori teatri della penisola e di tutto il mondo, oltre a un ampio repertorio di marce sinfoniche, musiche religiose, sinfonie e poemi sinfonici. Ascoltare le voci dei flicorni impegnati a sostituire le parti spettanti ai cantanti è stato così molto suggestivo oltre che accattivante. Inoltre, essendo io stessa in vacanza in un villaggio sperduto ai piedi delle Dolomiti, la catarsi è stata massima. La gente che si affollava in piazza attratta dall’odore di braciole e salamelle alla griglia, aleggiante sul borgo, veniva così rapita ad ascoltare altre arie, quelle di una banda di ottoni impegnata sul palco antistante il palazzo del conte, dimenticandosi del chiosco mangereccio e magari della cena. Nutrimento dell’anima.

Così oltre a godermi arie e brani sinfonici di un excursus che da Rossini spaziava fino a Puccini e oltre, passando ovviamente per Bellini Donizetti Verdi e anche per il suo librettista con l’overture del Mefistofele di Boito, mi è giunta spontanea una riflessione sulla funzione delle bande cittadine nella diffusione e trasmissione della cultura musicale e sul diverso utilizzo della notazione musicale nel tempo, sulla sua funzione, oggi e in un passato tutto sommato recente.

Penso quindi al ruolo della scrittura musicale, passepartout al mondo dei suoni organizzati in musica, traccia di una memoria e scrigno di un repertorio: la musica operistica per banda era scritta solitamente su due pentagrammi e la strumentazione spettava poi al maestro, che come Hermes, mediatore tra dei e umani, insegnava e distribuiva le parti ai suoi musicisti e la banda trasformava così quel carniere di segni disincarnati della partitura in un corpo risuonante di musica.

Pensiamo anche alle diverse scelte editoriali riguardo l’opera lirica. Spesso curiosando nelle biblioteche di nonni e bisnonni melomani è facile imbattersi nelle trascrizioni integrali per pianoforte di opere, pezzi sinfonici come anche canzonette in voga alla radio, indispensabili quando non c’era il giradischi, il lettore cd e tantomeno You Tube per la trasmissione e l’uso di un certo repertorio musicale, quando appassionati e cultori dovevano suonarle o farle suonare a qualcuno che ne fosse in grado per poterle apprezzare o semplicemente riascoltare. Ora è più facile trovare soprattutto le parti o la versione per il maestro accompagnatore, la partitura dell’orchestra trascritta per il pianoforte con sopra le parti delle varie voci ad uso dei cantanti.

Così mi addentro, caro lettore, nei contenuti di questo numero di Audiation per riflettere ancora una volta sull’importanza di un’educazione musicale radicata e accessibile a tutti, in cui l’ascolto, la base per la costruzione di un sapere musicale e lo sviluppo della nostra attitudine innata alla musica, si illumina dei suoi connotati socio-culturali di relazione e condivisione.

Apriamo quindi il numero con le considerazioni di Lucy Green sul peso dell’ideologia nel delineare il valore della musica all’interno di una società o di un gruppo sociale, con i suoi correlati culturali, sociali ed economici. A seguire le riflessioni di Cristina Arcidiacono e Stefania Pineider sulla funzione educativa del coro, non solo rispetto alla musica, ma anche come laboratorio interculturale, quando l’intercultura si delinea come ‘incrocio’ di individui, etnie e religioni e non può prescindere dalla conoscenza di sé, delle proprie possibilità e potenzialità per divenire autentico incontro di più voci. Vincenzo Bellia ci porta poi all’intersoggettività del corpo aprendoci al mondo della danza-terapia perché, come ci insegna Husserl, “Gli spiriti sono qui, dove stanno i corpi, e nello spazio-tempo naturale, ogni volta e fintanto che i corpi propri sono ‘corpi viventi’”.

Entriamo poi in argomenti meno teoretici con gli articoli che seguono a cominciare con quello di Richard Grunow sul senso della lettura musicale, che acquista senso quando si apre nella mente prima ancora di tradursi in tecnica strumentale, con tutte le implicazioni che questo processo comporta a livello di insegnamento e apprendimento della musica.

Emozionante è poi il racconto di Cristina Fabarro sulla sua esperienza in musica con bambini ospedalizzati nel reparto di onco-ematologia, dove sembra impossibile possano risuonare e risanare le note di un canto alleggerendo quei piccoli corpi del dolore della sofferenza. La sottoscritta poi ha il piacere di illustrare lo studio sull’entrainment ritmo-motorio presentato a giugno al prestigioso meeting triennale di musica e neuroscienze organizzato dalla Fondazione Mariani a Boston.

Con l’augurio infine che anche questa edizione della nostra rivista possa contribuire ad arricchire l’educazione alla musica, al di là della rilevanza delle parole, vi lascio alla sua lettura.

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