Danzaterapia espressivo-relazionale. Il cuore e il respiro del corpo sociale

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Dmt-ER® e modello Mente–Corpo–Relazione: come il movimento diventa esperienza condivisa e regolazione nel gruppo.

Introduzione

Tempo fa ho avuto l’opportunità di presentare il bel libro di Silvia Biferale La terapia del respiro, (Astrolabio, Roma 2014). Leggere il volume e discuterne in una stimolante cornice multidisciplinare è stata per me una preziosa occasione di incontro intellettuale e professionale. Ho raccolto perciò con particolare piacere l’invito a collaborare con Audiation presentando il mio lavoro con la Danzamovimentoterapia (Dmt).

Trovo a tal proposito il contesto della rivista particolarmente accattivante, se è vero che, a partire da F. Delsarte e E.J. Dalcroze, la Danzamovimentoterapia (ma anche la danza contemporanea) deve tanto alla ricerca nel campo della didattica musicale; o se diamo credito a Marian Chace, la prima danzaterapeuta, secondo cui il rationale della Dmt poggia sulla spontanea risposta motoria allo stimolo ritmico musicale; o se attingo alle sorgenti della mia formazione in Dmt, tornando a quell’Expression Primitive sviluppata tutta sul terreno del ritmo e della pulsazione, della vocalità corale e della percussione.

Ho sistematizzato nel corso degli ultimi venti anni la metodologia di Dmt denominata “Espressivo-Relazionale” (Dmt-ER®). Ne presenterò qui alcuni punti salienti, evidenziando alcune sintonie emerse con il lavoro di Silvia Biferale, un lavoro con il quale condivido l’approccio materico e relazionale, ma anche la posizione critica nei confronti di alcuni assunti dal sapore dogmatico molto diffusi nel campo delle discipline psicocorporee.

Dmt-ER®

Da un punto di vista epistemologico la Dmt-ER® si colloca in un orizzonte olistico; non si tratta però di un olismo ingenuo. Dalla Gruppoanalisi italiana (Lo Verso 1994, Bellia 2001) abbiamo raccolto e sviluppato il modello MCR (Mente-Corpo-Relazione). Secondo questo modello non c’è scissione tra le diverse dimensioni dell’esperienza, che è sempre relazionale, incarnata, cosciente; tuttavia risulta operativamente utile prenderla in considerazione dal punto di vista dell’uno o dell’altro dei diversi vertici.

A partire da una concezione dell’esperienza come globalmente relazionale, fisica e psichica, il modello MCR guarda allora, più che a una totalità indifferenziata, a una complessità sostenuta da precisi modelli.

  • Sul polo relazionale facciamo tesoro del sapere sulle dinamiche dei gruppi piccoli, medianti e grandi elaborato a partire dalla ricerca gruppoanalitica (De Maré 1991, Dalal 1998, Barone, Bellia and Bruschetta 2010).
  • Sul polo corporeo facciamo riferimento a una molteplicità di modelli dell’organizzazione anatomo-fisiologica: le catene muscolari (così come integrate nel modello di strutturazione psico-corporea elaborato da B. Lesage (Lesage 2006), gli schemi globali di coordinazione motoria (Bartenieff 1980) e il sistema Effort/Shape di analisi del movimento (Laban 1950; Loureiro 2013).
  • Sul polo psichico, nella cornice dei menzionati elementi di psicodinamica gruppoanalitica e di strutturazione psico-corporea, ci riconnettiamo alle funzioni mentali di base (attentive, coscienziali, edoniche, psicomotorie, affettivo-emozionali, simbolico-rappresentative), direttamente aderenti alle dimensioni fisiologica e comunicativa dell’esperienza.

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Figure 1 – The Mind-Body-Relation model

Ogni modello opera un riduzionismo, è vero, ma articolare una pluralità di modelli consente di meglio accedere alla conoscenza e alle modificazioni della complessità; per non incorrere in un fatale “strabismo” epistemologico, tuttavia, chiarisco che la Dmt-ER® si focalizza prevalentemente sull’asse corporeo-relazionale, considerando per certi aspetti lo psichismo (e gli effetti della Dmt sullo psichismo) come un epifenomeno del gioco dei corpi in relazione.

Nella pratica, per promuovere la riorganizzazione psicomotoria e relazionale proponiamo situazioni interattive di gioco psicomotorio, strutturate in rapporto alle funzioni psicocorporee che vogliamo evocare. Per esempio, possiamo proporre a coppie di partecipanti un dialogo motorio che alterna espansione-apertura/condensazione-chiusura, per riattivare lo schema motorio centro/periferia, modulare la disponibilità relazionale e consolidare il confine del sé. Il setting struttura tra i partecipanti un’interconnessione, un “rispecchiamento” che aiuta chi vive nella dispersione (in periferia) a ritrovare il centro e chi è compresso e imploso ad aprirsi e prendere spazio. Ho evidenziato gli aspetti relazionali e psichici di un’esperienza che però si basa sull’attivazione e sulla riappropriazione delle catene muscolari e dello schema base di coordinazione motoria.

Benché sia nata da tutt’altre ascendenze (l’Expression Primitive “franco-haitiana”, la Gruppoanalisi anglo-italiana), la Dmt-ER®, in fondo, sembra tradurre alcune delle iniziali (e fondamentali) asserzioni dell’americanissima Marian Chace, forse la prima danzaterapeuta. Ripercorriamole insieme, attraverso i suoi scritti.

  1. Non esiste un corpo: un corpo è un corpo tra altri corpi. L’idea dell’intrinseca relazionalità del corpo trovò poi ampia conferma con la scoperta dei neuroni-specchio.
  2. L’immagine del corpo è soprattutto un prodotto sociale e relazionale. In un’epoca di credo kleiniano l’affermazione poteva suscitare imbarazzo, ma trovò ben presto conforto negli esperimenti di deprivazione sensoriale e ha oggi crescente riscontro in psicopatologia (si pensi ai disturbi del comportamento alimentare), oltre a tracciare una pista terapeutica: ripristinare la reciprocità dell’inter-azione cura lo sviluppo e la “manutenzione” dell’immagine corporea.
  3. Scopo principale della danzaterapia è reintegrare gli individui nel gruppo. Una Dmt così orientata (e non tutte le scuole lo sono!) reinterpreta modernamente la tradizionale funzione sociale della danza e assegna al sociale un ruolo primario rispetto alla costruzione del soggetto e al suo benessere psicofisico..
  4. La danzaterapia trova la propria ragion d’essere nella spontanea risposta motoria allo stimolo ritmico musicale di questo ho già detto qualche rigo avanti.

Sulla base di questi presupposti, allora, che cos’è, come si fa e perché la Dmt-ER®?

L’approccio materico e la mitologia degli archetipi

Che cosa vuol dire fare danzaterapia con un approccio materico, in un contesto disciplinare le cui parole d’ordine sono estrapolate, e non sempre a proposito, dal lessico di altri settori, quali la psicoanalisi o l’antropologia, un contesto forse un po’ troppo permeabile agli esotismi culturali? Proverei a rispondere saccheggiando un paio di quelle che a mio parere sono tra le più belle pagine di Umberto Eco.

Non ci sono gli archetipi, c’è il corpo. Dentro la pancia è bello, perché ci cresce il bambino, si infila il tuo uccellino tutto allegro e scende il cibo buono saporito, e per questo sono belli e importanti la caverna, l’anfratto, il cunicolo, il sotterraneo (…) Alto è meglio che basso, perché se stai a testa in giù ti viene il sangue alla testa, perché i piedi puzzano e i capelli meno (…) ed ecco perché l’alto è angelico e il basso diabolico (…) Il modo più comodo per ritornare da dove si è passati senza rifare due volte la stessa strada è camminare in circolo. E siccome l’unica bestia che si acciambella a cerchio è il serpente, ecco perché tanti culti e miti del serpente, perché è difficile rappresentare il ritorno del sole arrotolando un ippopotamo. Vuoi l’anatomia dei tuoi menhir? (…) Si sta in piedi di giorno e sdraiati di notte (…) la stazione verticale è vita, ed è in rapporto col sole, e gli obelischi si rizzano in su come gli alberi, mentre la stazione orizzontale e la notte sono sonno e quindi morte, e tutti adorano menhir, piramidi, colonne e nessuno adora balconi e balaustrate (…). I fiumi non è perché sono orizzontali, ma perché c’è dentro l’acqua, e non vorrai che ti spieghi il rapporto tra l’acqua e il corpo… Oh insomma, siamo fatti così, con questo corpo, tutti, e per questo elaboriamo gli stessi simboli.

Poche righe dopo, Umberto Eco prosegue: “TVedono la Madonna che sta per fare un bambino e pensano che sia un’allusione al fornello dell’alchimista”, qualcosa del genere avviene quando si vuole piegare il corpo ad esprimere supposte intenzioni simboliche, invece che dare spazio alla vita del corpo da cui il simbolico nasce.

È per esempio il caso non infrequente della psicologizzazione eccessiva della danzaterapia. Non si tratta solo di una diatriba intellettuale: una Dmt piegata agli statuti di questo o quel modello psicologico mette quasi sempre in secondo piano, o non considera affatto, il ruolo delle soggiacenti strutture e funzioni del corpo, che però ci sono lo stesso, sempre. Sollecitare in modo inopportuno le strutture corporee può involontariamente destabilizzare l’equilibrio delle persone, oppure provocare un rinforzo delle strategie difensive (tensioni muscolari, o iperattività, o esasperazione di determinate qualità motorie individuali). Credo che operare sulla base di una buona consapevolezza anatomofisiologica e chinesiologica consenta di svolgere un lavoro armonico, protettivo e, nello stesso tempo, più profondo, perché attinge all’organizzazione corporea stessa: la profondità, infatti, non ha niente a che vedere con la retorica e le suggestioni di una nuova mistica.

Quando parlo di approccio materico consapevole penso, per esempio, che riattivare la ritmicità e le spinte mette in gioco quelle strutture muscolari che nel bambino sono fondamentali per l’autonomia e l’auto-affermazione; penso a quanto ci si riappropria delle funzioni libidiche se viene adeguatamente attivato lo schema spinale; penso alla profonda funzione integratrice e armonizzante svolta da quelle catene di cui fanno parte muscoli chiave per la respirazione, o per l’articolazione tra la parte superiore e quella inferiore del corpo (il diaframma, lo psoas); penso a quando mettiamo in gioco nel setting materiali e oggetti, scelti per sensibilizzare in modo relativamente selettivo la pelle, le ossa, la muscolatura, o per evocare specifiche qualità motorie ed espressive. L’esperienza sensoriale è il punto di partenza della Dmt, ma di quale esperienza stiamo parlando?

L’approccio relazionale e la mitologia dell’individuo

Parlare di esperienza sensoriale significa mettere a fuoco, nella circolarità senso-motoria, la polarità sensoriale, come in un gioco figura/sfondo. Neanche per un momento, però, può esistere un’esperienza sensoriale che sia scissa dall’azione motoria: a tal proposito Benoit Lesage preferisce parlare di “appropriocezione”, invece che di propriocezione, perché in questa prospettiva la tipologia di percezione che più ci restituisce il senso di noi stessi rimanda a un processo attivo.

Ecco emergere l’intrinseca relazionalità dell’esperienza umana: agire è inter-agire, con il mondo esterno e con gli altri – è nell’interazione con gli altri esseri umani, però, che la reciprocità e la condivisione di questi processi sono particolarmente evidenti.

AUDIO-04-2017-04_02 Figure 2 – The social function of Dmt, Velletri 2013

Ho partecipato a decine di workshop, di danzaterapia o altre discipline psicocorporee, in cui l’input iniziale invitava a isolarsi dagli altri e dalle influenze esterne, come precondizione per la sensibilizzazione sensoriale e per il movimento spontaneo. È vero che molte persone vivono come esplose all’esterno, specialmente nelle società contemporanee, caratterizzate da un sovraccarico di stimolazione sensoriale, e hanno bisogno di ridurre la saturazione prodotta dagli input esterni, per poter ascoltarsi. Tuttavia, c’è anche una psicopatologia ipocondriaca caratterizzata dal ripiegamento su di sé e da una dolorosa amplificazione cenestopatica; è una psicopatologia antica, ma di nuova, sorprendente attualità.

La “mitologia dell’individuo” nella Dmt traccia un percorso, spesso quasi obbligato, che parte da una prolungata esperienza individuale pressoché solipsistica, prima di arrivare a successivi momenti di interazione e condivisione, più o meno accessori; è come se ci fosse un implicito: prima viene l’individuo, poi la relazione e il gruppo.

La nostra concezione e la nostra metodologia, invece, si basano sul presupposto esattamente contrario: riteniamo infatti che nelle relazioni il soggetto nasca e prenda forma, e che il motore delle trasformazioni e della crescita sia la dinamica della relazione. L’azione condivisa nella reciprocità è forse il più potente fattore di sviluppo dell’esperienza sensoriale: «la via alla scoperta di sé passa sempre dall’altro», recita uno slogan che, nella didattica Dmt-ER®, è quasi un mantra. Alcuni esempi.

Il gruppo che pulsa ritmicamente nell’azione collettiva, al suono del tamburo e della vocalità corale dei partecipanti, rinforza potentemente la sens-azione di presenza di ciascun soggetto, anche di coloro che presentano una grave disorganizzazione psicomotoria. Ancora: taluni esercizi, finalizzati a reclutare la muscolatura profonda ed equilibrare la respirazione, si dimostrano molto più efficaci se accompagnati da un partner, mediante il contatto diretto della mano o persino il solo sguardo; questo partner “passivo”, poi, passivo non è per niente, perché di solito attiva inconsapevolmente le stesse strutture. Per non parlare del dialogo motorio: le peculiarità del movimento dell’altro, persino le sue stereotipie, sono per me un’opportunità di risvegliare strutture e funzioni sopite, e viceversa.

L’approccio artistico e la mitologia dei significati

Come cura la danzaterapia? I colleghi francesi, molti anni or sono, si trovarono d’accordo su alcuni target1, che assumono priorità differenti, a seconda del tipo di approccio alla disciplina. Secondo il nostro approccio, la Dmt risveglia innanzitutto il senso del piacere, attraverso l’attiva connessione con gli altri (non solo la differenziazione dall’altro!). Danzare insieme è una continua reciproca conferma, che nutre la funzione edonica e, se il processo è guidato da una competente consapevolezza delle strutture, conduce a un’efficace e profonda riorganizzazione psicomotoria, per esempio laddove ci siano più o meno rilevanti alterazioni dell’immagine del corpo.

Come vi si giunge, però? Diceva France Schott-Billmann che nella Dmt la danza è il “testo” della terapia, non il “pretesto”, e che, più in generale, le arti terapie operano producendo uno “choc estetico”2. Ci sono effettivamente metodologie di Dmt nelle quali sembra proprio che il movimento (la danza è sempre più sullo sfondo!) sia fondamentalmente il pretesto per sviluppi associativo/interpretativi dalle parvenze psicoanalitiche.

In Dmt-ER®, invece, la Dmt è danza! Esperienza estetica, di creazione e di fruizione estetica. Vogliamo fare arte e danza, non utilizzare il movimento come un grimaldello che ci permette di frugare nel mondo emozionale – che pur nella danza si esprime! Per questo noi siamo attenti non solo al processo creativo, ma anche al prodotto artistico: la produzione artistica ci fa interagire su un oggetto esterno, il prodotto, ma ci permette così di operare indirettamente anche sul cosiddetto “mondo interno” in modo delicato e non invasivo. Dal punto di vista psicoanalitico, nel processo di creazione artistica entrano in gioco meccanismi di proiezione e di sublimazione; il risultato terapeutico, però, è dovuto non all’insight, ma all’esperienza estetica, alla globale riorganizzazione psicomotoria e al ristabilirsi delle connessioni relazionali, delle sincronie e delle sintonie con gli altri.

Fare con la Dmt un buon lavoro sul fronte psicologico è esattamente il contrario che soffocare nei “significati” l’esperienza motoria; dovremmo semmai sollecitare quelle strutture del corpo e quei dispositivi relazionali che possono fungere da “significanti” per il processo simbolopoietico, un processo che nasce dall’azione corporea, simbolicamente multivalente. (Galimberti 1984).

L’approccio partecipativo e la mitologia del controllo

Una parte considerevole delle contemporanee pratiche di ambito psicomotorio, artistico, ma anche del mondo psicologico-clinico, sembrano sottostare all’imperativo del lasciarsi andare e abbandonare il controllo (inteso in senso motorio e psico-emotivo). Quando realizzato davvero, però, l’abbandono del controllo si traduce in un rilassamento passivo o in una dispersiva agitazione.

Il mito del rilassamento, come quello di un’astratta libertà di espressione, sottende un approccio poco relazionale all’essere umano. Il controllo motorio, infatti, è qualcosa che si sviluppa di pari passo con i compiti evolutivi, in un rapporto stringente con il mondo e con il prossimo. Il problema, quindi, a livello psicomotorio, non sarà mai il controllo in sé, tutt’al più un controllo eccessivo, rigido, povero di strategie e di modulazioni.

Se il controllo motorio esprime anche le attitudini difensive del soggetto, con la Dmt-ER® non operiamo mai per “smontare” le difese e il controllo: semmai, per sviluppare strategie difensive più economiche e sofisticate e modalità più flessibili e armoniche di controllo motorio. Ho molto apprezzato le precisazioni di Silvia Biferale (Biferale, 2014), che preferisce parlare di “distensione”, piuttosto che

AUDIO-04-2017-04_03 Figure 3 – A double-circle dance at the Cosenza Summer School, 2016

di rilassamento: mi sembra un concetto assai vicino alla nozione per noi più familiare di “disponibilità” tonica.

La disponibilità tonica e articolare non è un’attitudine passiva, esprime semmai un potenziale di azione e rende inoltre più sensibile e dinamica l’esperienza sensoriale. La distensione, o la disponibilità tonica, ad esempio, rende possibile il frequente fenomeno (quello sì, spontaneo!) della sincronizzazione del ritmo respiratorio tra persone vicine, o la fine sintonia dei giochi di rispecchiamento.

Il corpo del terapeuta è il primo spazio del gruppo. Il danzaterapeuta svolge efficacemente la funzione di conduzione nella misura in cui, come in fisica, consente e facilita la trasmissione dell’energia. Il corpo del terapeuta è uno spazio di ascolto attivo e interattivo del processo, funge talvolta da catalizzatore, talaltra da condensatore, o da contenitore.

Il conduttore accoglie l’azione del gruppo e le crea un ancoraggio, per questo più che agli altri gli è richiesta autentica disponibilità tonica, sensibilità alle sfumature espressivo-motorie, capacità di risposta e di azione.

Allargando lo sguardo, se è vero che «Un corpo è un corpo tra altri corpi» (Chace, 1975), è tramite le danze del gruppo che ciascun danzatore sviluppa attiva disponibilità tonica. Nei laboratori di Dmt-ER® recuperiamo le strutture coreografiche tradizionali (il cerchio, la croce, la spirale, l’azione ritmica collettiva…), riproponiamo passi e movenze che esaltano gli schemi motori di base; sono tutti dispositivi che facilitano l’incontro dei corpi e la riorganizzazione psicomotoria. Il rilassamento e la libera espressione sono astrazioni perché astraggono il soggetto dalle sue interconnessioni relazionali: il miglior regolatore dei flussi tonici, infatti, è l’altro essere umano con cui siamo collegati e inter-agenti. Ecco che il controllo si ripropone, in concreto, come negoziazione. La questione del controllo, infatti, è anche strettamente legata alla questione del potere: il potere di agire, il potere di contare, il potere come potenzialità…

È sorprendente quanto sia terapeutico il gruppo di Dmt per persone con disturbi psichiatrici, nel momento in cui sperimentano il piacere e il potere del movimento, il feedback puntuale alle proprie iniziative motorie, la possibilità di esercitare a turno un ruolo leader. La guarigione della psicopatologia va di pari passo con l’incremento nei pazienti del potere percepito, riconosciuto ed esercitato: anche per questo la danza collettiva restituisce a tutti dignità e cittadinanza, senza bisogno di dichiarazioni o di insight, perché passa direttamente dall’esperienza senso-motoria, dall’esperienza estetica, dall’esperienza partecipativa.

Non amo un approccio in cui si invitano dolcemente i partecipanti ad abbandonare il controllo per consegnarlo interamente al conduttore! Propendo invece per un approccio interattivo, quindi partecipativo: la reciprocità obbliga ad adattarsi all’azione dell’altro, sollecitando così l’emergere di quella varietà di flussi tonici che si traduce nella commozione estetica della danza, e che arricchisce ciascuno dei partecipanti di nuove e flessibili possibilità motorie.

La Dmt, sin dalle mie prime esperienze con l’Expression Primitive, è entrata subito in risonanza con la mia memoria corporea delle mie antiche esperienze di coro polifonico… soltanto che, scrivendo di getto, invece che coro polifonico era venuto fuori corpo olifonico. Coro polifonico o corpo olifonico? Il lapsus di scrittura è indicativo forse di una memoria antica, la memoria di un corpo nato come sincronia, sintonia, coralità.

Note

  1. Così sono stati definiti dalla Societé Française de Danse-Thérapie gli obiettivi prioritari della disciplina: a) risvegliare il piacere funzionale, b) promuovere la restaurazione narcisistica, c) ripristinare l’unità psicocorporea, d) promuovere la differenziazione dall’altro, e) promuovere la simbolizzazione corporea.
  2. Schott-Billmann F. (1994) Quando la danza guarisce. Franco Angeli, Milano 2011.

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