Sulla scia del disprezzo postmodernista per la costruzione di una teoria ‘monolitica’, e della crescente consapevolezza della complessità, fluidità e multiformità dei gruppi sociali e delle relazioni che li legano, con la fine del ventesimo secolo il concetto di ideologia è diventato fuori moda. È stato dismesso in quanto mezzo crudo e inflessibile per spiegare una relazione di potere unidimensionale tra classi sociali, incapace di tenere conto della varietà dei rapporti, delle prospettive e dei raggruppamenti sociali che contraddistinguono il mondo contemporaneo.
In quest’articolo esaminerò il concetto di ideologia riferendomi in modo specifico alla musica, e illustrerò alcune consuetudini in cui il concetto continua ad essere rilevante per la nostra comprensione della costruzione del valore musicale. Indicherò come le ideologie sul valore musicale siano perpetuate attraverso il sistema educativo e come questo perpetuarsi sia anche legato alla rigenerazione dei gruppi sociali, non solo a discapito ma anche come risultato del recente inserimento di una molteplicità di stili musicali nel programma scolastico.1
Il termine ‘ideologia’ è stato indissolubilmente legato, da una parte, a questioni riguardo verità e falsità, dall’altra, a questioni concernenti potere e sottomissione. Spesso si presuppone che l’ideologia implichi una falsità cinicamente perseguita da un gruppo di potenti per raggiungere i loro scopi. Tale falsità appare dunque ‘imposta’ ai più deboli che sono portati a credervi, anche se non ne beneficiano direttamente o perfino se va contro i loro interessi. Questi individui, che rimangono fedeli a un’ideologia anche quando essa va contro i loro stessi interessi, sembrano soffrire di ‘falsa coscienza’. Ai fini di fornire una breve illustrazione di questa interpretazione dell’ideologia, richiamerò il principio secondo il quale ‘la libertà individuale è un diritto umano fondamentale’. Questo principio ‘potrebbe’ rivelarsi un inganno o una falsità, se usato da ricchi e potenti per giustificare le loro scelte riguardo ad aspetti della loro vita, come ad esempio dove vivono, dove mandano i figli a scuola, qual è il loro medico, eccetera. L’inganno sarebbe imposto a gruppi di persone meno abbienti e meno potenti che inconsapevolmente vi credono e lo supportano, nonostante abbiano molta meno libertà di scelta riguardo ad aspetti analoghi delle loro vite. Queste persone risentirebbero quindi di una ‘falsa coscienza’.
Tuttavia, questa visione dell’ideologia è alquanto cruda. Non c’è motivo di presupporre che le persone abbienti e potenti siano fondamentalmente ingannevoli, o che le persone prive di ricchezze e di potere siano tanto ingenue da credere a qualunque cosa anche quando in contrasto con le loro stesse scelte di vita. L’ideologia non è una falsità cinicamente costruita da un gruppo di potenti e imposta a un gruppo sottomesso e inconsapevole; essa scaturisce dalle relazioni sociali e risulta quindi ugualmente convincente e vantaggiosa per i membri dei vari gruppi sociali. Questo non significa che la falsa coscienza non esista, quanto che rappresenti un concetto molto complesso.
Il concetto di ‘libertà individuale’ non è di per sé una falsità e non ignora il fatto che le persone poco abbienti abbiano meno possibilità di scelta rispetto ai ricchi e potenti. Il concetto non nega questo fatto, indica piuttosto che c’è qualcosa di sbagliato nella mancanza di libertà individuale. Introdurrò adesso le tre caratteristiche principali dell’ideologia. Cercherò di descrivere ognuna di esse nel modo più conciso e chiaro possibile, poi le metterò in relazione con la nozione di ‘libertà individuale’ in modo da dimostrare come questo concetto operi ideologicamente.
In primo luogo l’ideologia tende alla ‘reificazione.’ Per comprendere il significato di questa parola è utile richiamare il termine più familiare ‘deificazione’. ‘Deificare’ significa attribuire a un oggetto o a una persona proprietà divine. Analogamente, ‘reificare’ significa attribuire proprietà concrete a un concetto astratto. Quest’attribuzione presuppone che il concetto astratto ‘esista’ e che sia immutabile, universale, immortale, naturale o assoluto. L’ideologia della ‘libertà individuale’ implica la reificazione in quanto la libertà individuale si presenta come diritto umano immutabile, universale, immortale, naturale o assoluto. Pertanto, tutte le relazioni sociali che coinvolgono la libertà individuale devono similmente essere naturali e inevitabili.
In secondo luogo, l’ideologia tende alla ‘legittimazione.’ Ciò significa che appare moralmente giustificabile. Per esempio, il punto principale dell’ideologia della ‘libertà individuale’ è che i ‘diritti’ delle persone dovrebbero essere garantiti, e questo sembra più che ragionevole, poiché negli interessi di tutti, indipendentemente dal gruppo sociale di appartenenza. Di conseguenza, tutte le relazioni sociali che comprendono la nozione di libertà individuale appaiono legittime.
In terzo luogo, l’ideologia aiuta a ‘perpetuare le relazioni sociali’. Questo avviene attraverso i processi di reificazione e legittimazione, che rendono le relazioni sociali naturali e le legittimano ‘in quanto tali’. Perciò, anche se tutti i membri di una società possono essere ugualmente soggetti all’ideologia, essa tende a operare a vantaggio dei gruppi più abbienti ‘in quanto tali’. Ad esempio, con riferimento all’ideologia della ‘libertà individuale’, alcune persone effettivamente godono di una maggiore libertà di altre, ma tale ideologia reifica e legittima questo dato di fatto. Così, essa aiuta ad arginare il disagio sociale e a mantenere la pace, contribuendo a perpetuare la stato delle cose.
In breve, è meglio intendere l’ideologia non tanto come un insieme di falsità imposte che danno origine a una ‘falsa’ coscienza, quanto come un insieme di assunti di senso comune che contribuiscono a rendere le nostre relazioni sociali naturali e giustificabili. L’ideologia ci aiuta a spiegare il nostro mondo, scaturisce dall’esperienza umana ed è condivisa, con modalità e conseguenze diverse, da un grande numero di persone appartenenti a differenti gruppi sociali. Allo stesso tempo, attraverso i processi di reificazione e legittimazione, l’ideologia aiuta a perpetuare le relazioni sociali ‘in quanto tali’. Di conseguenza, l’ideologia normalmente agisce a vantaggio di coloro che all’interno della società detengono maggior potere e ricchezza.
Il fatto che l’ideologia aiuti a spiegare il nostro mondo, che sia condivisa e che limiti il disagio sociale, non implica che essa rappresenti un sistema con un unico credo; non esiste in realtà ‘un’ideologia’ ma più ideologie. Inoltre, il concetto di ideologia non implica che ogni posizione ideologica sia sempre sufficientemente esplicativa, che ogni membro di una società concordi sempre con ogni posizione, che le ideologie coesistano sempre armoniosamente, o che le tensioni sociali non si manifestino mai. Per esempio, l’ideologia della ‘libertà individuale’, secondo la quale ognuno dovrebbe essere in grado di scegliere la propria assistenza sanitaria, è in conflitto con l’ideologia dell’‘uguaglianza’, che presuppone che tutti godano della stessa assistenza sanitaria. Tuttavia, sia il concetto di ‘libertà individuale’ sia quello di ‘uguaglianza’ rappresentano posizioni ideologiche forti che possono coesistere. Una persona può adottare l’una o l’altra di queste posizioni o anche entrambe allo stesso tempo; similmente, alcuni gruppi sociali potrebbero cambiare le loro appartenenze o detenere posizioni potenzialmente contraddittorie. Il fatto che le ideologie possano entrare in conflitto l’una con l’altra e che possano avere minore o maggiore forza esplicativa, determina il cambiamento sociale, poiché individui e gruppi diversi necessitano appartenenze a posizioni diverse in periodi storici diversi.
Uno dei più grandi oggetti di discussione dell’ideologia riguarda il concetto di determinismo economico. Questo concetto afferma che la struttura economica di una società è talmente importante da influenzare profondamente tutto il resto, comprese le idee, i valori e le convinzioni degli individui, o in altre parole, l’ideologia. Si parla di ‘determinismo’ poiché si suppone che le persone non siano ‘libere’ di scegliere come pensare o agire, ma che i loro pensieri e le loro azioni siano predisposti per loro o ‘determinati’ da fattori economici. Tuttavia, la maggior parte degli autori che si occupano di ideologia riconoscono chiaramente che idee e azioni non sono del tutto determinate dalla situazione economica poiché le persone mantengono un certo grado di libertà di pensiero2.
Potrebbero non manifestarsi una molteplicità di posizioni ideologiche, e potrebbero non verificarsi mai un cambiamento sociale, o sfide quali scioperi, proteste per i diritti civili, movimenti per la pace, femminismo, o altri movimenti. Il punto cruciale rispetto all’ideologia risiede nel fatto che nel lanciare una sfida nessuno può essere completamente ‘libero’ dall’ideologia, ma sarà sempre condizionato da nuove posizioni ideologiche. Queste nuove posizioni hanno una relazione ‘sia’ con le posizioni ideologiche precedenti ‘sia’ con le condizioni sociali ed economiche in evoluzione.
In breve, il quadro che sto cercando di dipingere illustra l’ideologia come insieme di idee, valori o convinzioni nei quali grandi numeri di persone appartenenti a una società credono in un dato momento, e che contribuiscono alla perpetuazione delle relazioni sociali esistenti. Queste idee, valori e convinzioni non sono verità chiare e ‘innocenti’, né falsità ingannevoli e ciniche, ma nascendo dalle relazioni sociali si rivelano utili ed esplicative da varie prospettive, in parte grazie alla duplice tendenza dell’ideologia verso reificazione e legittimazione. Attraverso queste tendenze, le ideologie influenzano direttamente o indirettamente gli stili di vita, il comportamento e le relazioni delle persone; è proprio attraverso tale influenza che le ideologie permettono la perpetuazione delle relazioni sociali.
Uno dei problemi maggiori che deve affrontare chi scrive, riflette o discute sul concetto di ideologia è che egli stesso si trova già all’interno dell’ideologia. Non è possibile uscire anche solo per un momento dall’ideologia per considerarla da una posizione ‘oggettiva’ o ideologicamente libera. Affronterò tale questione più avanti. Per ora, limitiamoci ad osservare la presenza permanente e inevitabile di questa difficoltà in tutte le trattazioni che riguardano l’ideologia.
Ideologia e musica
Cercherò ora di mostrare come questo concetto di ideologia, inteso come insieme di idee, valori o convinzioni che tendono a reificare e legittimare le relazioni sociali, possa essere messo in relazione con la musica. In seguito illustrerò come l’ideologia musicale possa servire a perpetuare le relazioni sociali esistenti, con un riferimento specifico all’istruzione.
Nel corso del diciannovesimo e ventesimo secolo si sono sviluppate diverse posizioni ideologiche a proposito del valore musicale. Secondo queste posizioni, il più alto valore possibile viene raggiunto quando si ritiene che la musica possieda determinate proprietà, come ad esempio: ‘universalità’, vale a dire la capacità della musica di esprimere ‘la condizione umana’; ‘immortalità’, poiché il valore della musica non morirà mai; ‘complessità’, per esempio dal punto di vista dell’armonia, del contrappunto, della forma, o delle esigenze che comporta l’esecuzione; ‘originalità’, cioè la capacità della musica di rompere con le convenzioni per stabilire nuove norme stilistiche che influenzeranno le generazioni future.
L’attribuzione e la valorizzazione di tali proprietà possono essere considerate centrali per le costruzioni ideologiche sulla musica, e non perché siano riflessioni ‘false’ o inaccurate sul valore musicale, ma perché implicano reificazione e legittimazione. Per quanto riguarda la reificazione, per esempio, l’idea che un brano musicale sia immortale o universale comporta che la musica eserciti un fascino immutabile, inevitabile e naturale per tutti gli esseri umani, indipendentemente da epoca e luogo. Il valore della musica è perciò reificato, o inteso come una ‘cosa’ che esiste indipendentemente dal mondo sociale. Per quanto riguarda la legittimazione, tali nozioni implicano una legittimazione dei punti di vista di quelle persone che per prime pronunciano dei giudizi. Per esempio, se si ritiene che un brano musicale abbia un valore dato dalla sua ‘universalità’ o ‘immortalità’, questo valore deve essere indipendente dagli interessi delle persone che lo giudicano, rimanendo incontestabile per chiunque in ogni situazione sociale o periodo storico. Ciò significa anche che coloro che giudicano questo valore non lo fanno per trarne un guadagno o perché si trovano in una posizione privilegiata per esprimere un giudizio; al contrario, proprio perché agiscono ‘al di là’ dei loro interessi le loro opinioni sono legittime.
Nel corso del ventesimo secolo ha iniziato a diffondersi l’opinione che la musica classica occidentale fosse l’unico stile musicale veramente valido poiché il solo a possedere le proprietà di universalità, immortalità, complessità e originalità. Verso fine secolo, voci contrastanti hanno sostenuto che anche la musica etnica, popolare o il jazz fossero espressioni altrettanto valide. Queste opinioni, oltre a contraddire i giudizi di valore dei sostenitori della musica classica, presupponevano l’idea che anche questi generi musicali possedessero un valore universale o immortale, o che potessero essere molto complessi o originali. Qualsiasi argomentazione rimane comunque ideologica, in quanto implica reificazione e legittimazione.
Un altro concetto che ha giocato un ruolo importante nelle discussioni sul valore musicale è quello di ‘autonomia’. Esaminerò brevemente questo concetto facendo riferimento a uno degli scrittori più provocatori tra quanti si sono occupati di ideologie sulla musica: T. W. Adorno3. In generale, quando si utilizza il termine ‘autonomia’ in relazione alla musica, si vuole intendere che essa ha valore in sé e che si è sviluppata con forme e processi coerenti con lo stile musicale esistente nel momento in cui è stata composta, senza tener conto di contingenze quali il guadagno o la popolarità. Per Adorno questo concetto di autonomia regge. Tuttavia il suo concetto di autonomia non conta necessariamente nell’accezione in cui esso è spesso usato da altri autori poiché implica una nuova considerazione: perché un brano musicale sia veramente valido e autonomo deve avere una stretta relazione con la società all’interno della quale è stato prodotto, dato che in qualche modo replica e rivela forme e sistemi di quella società attraverso parallelismi con il modo in cui le forme e i sistemi musicali vengono organizzati.
Il concetto di autonomia musicale come indicatore del valore musicale ha delle risonanze ideologiche simili a quelle suscitate dai concetti di universalità, immortalità, complessità o originalità. Tuttavia, le implicazioni possono essere piuttosto differenti. Come ho già spiegato, la valorizzazione dell’autonomia si oppone in modo particolare ed evidente alle contingenze e alle funzioni sociali della musica, quali per esempio il denaro, la fama, la moda o lo svago: la musica autonoma ha un valore intrinseco proprio perché prescinde o addirittura si oppone a tali fattori sociali. La musica popolare, come molti altri generi non classici, al contrario, di solito è apertamente e persino orgogliosamente dipendente da questi fattori sociali per quanto riguarda la sua produzione e modalità di consumo. Adorno aveva una visione molto rigida della musica popolare e del jazz, che riteneva fondamentalmente inferiori e perfino dannosi4. Egli non considerava tali generi musicali universali, né immortali, complessi o originali; soprattutto, essi erano privi di autonomia. Per tutte queste ragioni, determinavano una regressione dell’individuo allo stadio infantile dello sviluppo. Questo perché, a differenza della logica musicale, autonoma e indipendente dagli interessi commerciali, tali generi ripetevano gli stessi logori antichi schemi per essere venduti ad un pubblico in cerca di un senso di familiarità. Allo stesso tempo, per ‘apparire’ diversi, aggiungevano differenze superficiali a questi vecchi schemi, inducendo le persone a pensare che tali differenze costituissero una novità. In questo modo, il pubblico veniva ‘nutrito’ con una dieta limitata e ripetitiva imposta dai mass media, credendo invece di ricevere qualcosa di diverso. Per Adorno, come per altri suoi contemporanei tra cui Marcuse, una ‘dieta’ di questo tipo contribuiva a perpetuare le relazioni sociali poiché induceva una ‘coscienza di massa’ (una sorta di ‘falsa coscienza’), la quale impediva che le persone pensassero in modo indipendente minacciando l’organizzazione sociale5. Per dirla in altri termini, la dieta musicale era ‘parte’ dell’ideologia.
Adorno è stato fortemente criticato da chi era convinto che la musica popolare e il jazz non fossero necessariamente deteriorati dai legami con il mercato commerciale, né che fossero semplici o privi di originalità; da chi non li considerava un mantra dannoso e ripetitivo capace di far regredire i suoi ascoltatori a uno stadio infantile. Nonostante esistano molte visioni diverse, la maggior parte degli autori concorda sul fatto che il pensiero di Adorno sulla musica presenti delle fragilità6. Una delle critiche più frequenti riguarda il fatto di aver misurato il valore dei nuovi generi musicali paragonandoli alla musica classica. Se invece la musica classica fosse davvero così diversa da richiedere metri di giudizio completamente nuovi?
Molti studiosi hanno affrontato la questione studiando la musica popolare, il jazz e la musica etnica da altre prospettive musicologiche; hanno così potuto osservare che la musicologia tradizionale non è sempre adatta allo studio di questi nuovi generi musicali. Questa inadeguatezza è stata individuata soprattutto per quanto riguarda l’ambito della musica popolare, in relazione a tre settori identificati da Middleton (cfr. nota n. 6).
Primo, la musicologia ha sviluppato un ricco vocabolario e approcci sofisticati per la comprensione delle qualità musicali, quali l’armonia e la forma, che caratterizzano in modo particolare la musica classica occidentale. Tuttavia, la musicologia non permette una comprensione altrettanto profonda di qualità come il ritmo, il timbro, la tessitura, l’intonazione, la produzione di materiale registrato, aspetti più significativi nella musica popolare come in altri generi.
Secondo, la musicologia tende a considerare lo spartito musicale come oggetto primario di studio: molti dei parametri sui quali ha focalizzato la sua attenzione, quali l’armonia e la forma, coincidono con aspetti relativamente facili da trascrivere. Di nuovo, generi diversi dalla musica classica richiedono un approccio diverso. Essi in molti casi sono trasmessi oralmente, così che l’esecuzione o la registrazione, e non la notazione, devono diventare oggetti primari di studio.
Terzo, negli ultimi due secoli la musicologia è giunta a definire un canone di ‘capolavori’ rispetto a opere che sono pervenute ad essere considerate come i più grandi esempi di valore musicale. Questi capolavori hanno alcune caratteristiche in comune: sono tutti trascritti, sono stati pubblicati in forma stampata, sono considerati innovativi per l’epoca nella quale sono stati composti e sono tutti opera di individui maschi occidentali. Ancora una volta, queste caratteristiche non appartengono necessariamente a buona parte della musica popolare.
Si possono individuare limiti analoghi a quelli riferiti qui sopra alla musicologia nella visione di Adorno. Egli non ha adottato un approccio musicologico tradizionale, ma uno di tipo speculativo, semi-sociologico o semi-filosofico. Tale approccio era comunque fondamentalmente influenzato dalle teorie musicologiche tradizionali, dalle norme e aspettative legate alla musica classica, rendendolo inadatto alla comprensione di altri generi musicali. Inoltre, Adorno non ha mai condotto un’analisi rigorosa della musica popolare o del jazz e probabilmente non era un grande ascoltatore del jazz contemporaneo.
È utile ricordare che neanche i metodi tradizionali di studio della musica classica si adattano ad altri generi.
Ogni stile musicale, non importa se popolare o classico, ha un ritmo, un timbro, una tessitura ed un’intonazione che lo caratterizzano; ogni creazione musicale può essere registrata e quindi prodotta o mixata e implica un’esecuzione dal vivo, che sia stata scritta oppure no; molta musica, compresa quella classica, comprende una parte di improvvisazione; qualsiasi brano musicale è composto da persone, maschi o femmine, individualmente o collettivamente. Il fatto che la musicologia si sia sviluppata ignorando questi aspetti in riferimento alla musica classica non implica che quest’ultima ne sia completamente priva. Ciò significa che lo studio della musica classica ha generato l’idea che essa si basi ‘esclusivamente’ sull’armonia, sulla melodia e su altri parametri notabili; che sia ‘sempre’ in forma scritta; che sia ‘sempre’ complessa e innovativa, composta da un solo individuo maschio, ecc. Il punto rilevante di quest’aspetto in riferimento all’ideeologia è che nonostante non costituisca una riflessione accurata sulla musica classica, non ne danneggia la reputazione: esso contribuisce infatti alla reputazione della musica classica come genere estremamente pregiato. E’ da considerarsi quindi parte integrante della valutazione ideologica della superiorità della musica classica.
Un ulteriore aspetto degno di nota è che così come è lecito affermare che la musica popolare, il jazz o la musica etnica, come anche la musica classica, siano universali, immortali, complessi o originali, è lecito sostenere che alcune di queste musiche possano essere autonome. Questo a volte comporta ulteriori distinzioni all’interno di queste macro-categorie, poiché per parlare di autonomia di un genere musicale occorre sempre distinguerlo da un altro che ne è privo. Per illustrare questo processo è utile fare riferimento ad alcuni momenti della storia della musica popolare occidentale, quando un gruppo rock o un cantante rap, ad esempio, sono stati definiti ‘alternativi’, ‘underground’ e in contrasto con le tendenze commerciali dominanti. In questi casi, la musica prodotta dal gruppo o dal singolo artista è stata considerata portatrice di una certa autonomia, sebbene i suoi sostenitori non avrebbero utilizzato volentieri questo termine. Lo stesso gruppo o artista si sono poi ‘venduti’, o in altre parole, hanno ceduto agli interessi commerciali o alla ricerca di fama e popolarità, modificando di conseguenza il tipo di musica che producevano e perdendo così la loro autonomia. Talvolta, la musica di alcuni gruppi o individui appartenente al repertorio popolare mantiene una certa autonomia per periodi più lunghi. La maggiore difficoltà di questo genere musicale, rispetto al genere classico, nel mantenere una propria autonomia è dovuta in parte alla relativa carenza di sussidi governativi, corsi universitari, borse di studio, e altri sistemi di sostegno destinati all’ambito popolare: ironicamente, l’apparente autonomia della musica classica si basa perlopiù su questo tipo di supporto finanziario. Questa difficoltà è anche dovuta in parte alle aspettative ideologiche e alle relazioni sociali che permeano l’ambiente della produzione e del consumo della musica popolare.
Come accennavo poc’anzi, il ragionamento secondo cui la musica può essere universale, immortale, complessa o originale è di tipo ideologico, nonostante sia proposto a sostegno della musica popolare, del jazz o della musica etnica e opposto al valore superiore conferito alla musica classica. Lo stesso vale per la teoria sull’autonomia musicale, la quale sostiene che anche la musica popolare, il jazz o la musica etnica possono essere autonome. Non è lo stile della musica in sé né la sua posizione economica ad essere ideologici, quanto piuttosto il contenuto delle affermazioni riguardanti la sua superiorità che connota una posizione ideologica.
Ideologia ed educazione musicale
Vorrei ora analizzare le argomentazioni secondo le quali attraverso i processi di reificazione e di legittimazione l’ideologia contribuisce alla perpetuazione delle relazioni sociali. Come accennato precedentemente una frequente difficoltà che incontra chi affronta il tema dell’ideologia risiede nel fatto che egli deve necessariamente partire da una qualche posizione ideologica: è impossibile sfuggire del tutto all’ideologia. Uno dei modi possibili per ovviare a questa difficoltà consiste nel rendere concreta la critica all’ideologia riferendola a oggetti o situazioni reali. Un grande contributo di Adorno, che è anche la ragione per la quale, malgrado i suoi limiti, egli è ancora letto e rispettato, è proprio quello di aver fondato la sua ideologia critica della musica su brani musicali specifici, su stili musicali o sulla società stessa nella quale la musica è stata prodotta e/o consumata. Ponendo l’attenzione soprattutto sulla musica classica, egli tentò di dimostrare quanto i brani di musica fossero, come ho detto precedentemente, un’espressione autonoma o ideologica di certe verità riguardanti la società. Tuttavia, una delle critiche rivolte ad Adorno che vorrei qui sottolineare è dovuta al fatto che egli sovente ha fondato le sue critiche sui propri concetti estremamente astratti di musica e società, prescindendo dai concetti di musica o uso della musica della ‘gente comune’7. Il filosofo tedesco ha avanzato numerose ipotesi riguardo a ciò che le persone traevano dalla musica, a cosa ne pensavano, a quali effetti aveva su di loro, e a quale uso ne facevano, senza mai effettivamente chiedere né agli ascoltatori né ai musicisti quali fossero state le loro esperienze o che cosa la musica ‘significasse’ per loro, e senza mai osservarli ‘utilizzare’ la musica. D’altronde egli riteneva inutile rivolgere alle persone tali domande o osservare i loro comportamenti, essendo convinto che ognuna di loro fosse talmente influenzata ideologicamente da non sapere che cosa realmente pensasse, e che quindi qualunque cosa avesse detto o fatto sarebbe stata inevitabilmente ideologica. Partendo però da un’altra prospettiva, se vogliamo scoprire qualcosa sul contenuto dell’ideologia, sarebbe opportuno chiedere alle persone che cosa pensino o osservare che cosa facciano prima di trarre conclusioni affrettate.
Darò qui un breve esempio di una discussione sull’ideologia musicale nel campo dell’educazione, tratta dalla mia precedente ricerca nel Regno Unito, focalizzata principalmente sul rapporto tra musica classica e musica popolare nel sistema scolastico.8Questa discussione non intende in alcun modo illustrare l’unica via possibile per condurre una critica dell’ideologia in relazione alla musica, né ambisce a esaurire tutti gli aspetti della questione. Ciononostante mi auguro che possa rivelarsi utile per mostrare un modo concreto di utilizzare il concetto di ideologia in relazione all’educazione musicale.
I sistemi educativi di una società hanno molto a che vedere con l’ideologia. In particolare l’istruzione contribuisce a perpetuare ideologie già consolidate, aiuta ad assimilare (o a disinnescare) sfide ideologiche e può essere d’aiuto per produrre nuove ideologie in linea con le condizioni economiche e sociali in evoluzione. Nel farlo permea i bambini di immagini di sé, aspettative e orientamenti per il futuro che tendono a essere conformi alle loro situazioni sociali. In questo modo essa aiuta a perpetuare le relazioni sociali conducendo gli studenti all’accettazione della loro situazione e alla concomitante assunzione di ruoli che si adattino al clima economico e sociale corrente e, nello stesso tempo, non minaccino in modo significativo le loro posizioni sociali. L’istruzione rappresenta un ambito mirato su cui basare concretamente una discussione sulle ideologie musicali.
Agli inizi degli anni ’80 in Inghilterra l’educazione musicale nelle scuole era concentrata soprattutto sulla musica classica; tuttavia nell’arco di soli cinque o sei anni un sempre maggior numero di insegnanti ha iniziato a includere in modo consistente la musica popolare nei programmi scolastici, tanto da giungere nel 1985 al riconoscimento ufficiale della musica popolare nel programma ministeriale di studio per musica.
Questo evento, più che portare a una fusione di musica classica e musica popolare in classe ha piuttosto messo in evidenza le differenze tra i due generi.
Vorrei a questo proposito prendere in considerazione due ambiti specifici relativi a questa differenza, che possono essere compresi ponendoli in relazione alla costruzione ideologica del valore musicale.
Uno riguarda l’evidente spaccatura percepibile nel diverso valore attribuito dagli insegnanti alla musica classica e a quella popolare e in come esplicitassero tale valore all’interno del programma scolastico. Questo dato non emerge chiaramente; ad esempio, come già accennato, non era evidente che non ci fosse una maggioranza di insegnanti che valorizzassero e utilizzassero la musica classica escludendo quella popolare, oppure che i contenuti del programma scolastico riguardassero unicamente la musica classica. Al contrario, la musica popolare è stata inclusa nei programmi da circa due terzi degli insegnanti e sono stati pubblicati innumerevoli libri di testo interamente dedicati alla musica popolare. Malgrado ciò, fra gli insegnanti che utilizzavano e valorizzavano questo tipo di musica e nell’orientamento dei libri di testo c’era comunque una tendenza a sostenere che il valore della musica risiedesse fondamentalmente nei prerequisiti sui quali poggiava il valore della musica classica. Diversi insegnanti, ad esempio, affermavano che la musica popolare avesse un’attrattiva ‘universale’ o un valore che durava nel tempo; che molta musica popolare fosse ‘complessa’ o ‘originale’; o che esistessero diversi tipi di musica popolare, alcuni dei quali implicitamente considerati ‘autonomi’ (quali il rock progressive), che si distinguevano da altri descritti come ‘commerciali’ (come per esempio i successi delle classifiche pop). Le tendenze ideologiche verso reificazione e legittimazione erano quindi prevalenti nello stesso modo in cui lo erano per i sostenitori della musica classica in opposizione a quella popolare.
Il secondo ambito riguarda i modi in cui la musica classica e quella popolare sono state affrontate attraverso le strategie d’insegnamento. Abitualmente l’insegnamento della musica classica era focalizzato sull’intra-musicale, oppure su ciò che in Music On Deaf Ears9chiamo aspetti tecnici ‘intrinseci’ della musica, vale a dire le note e come sono scritte ed eseguite; mentre il trattamento della musica popolare implicava soprattutto la concentrazione su aspetti extra-musicali o ‘delineati’, come ad esempio i possibili utilizzi della musica, i suoi collegamenti con particolari gruppi sociali, l’abbigliamento, l’attività nel tempo libero, ecc. L’attenzione dello studio su un aspetto particolare della musica contiene già delle implicazioni sul suo valore. Come ho già indicato precedentemente, il valore musicale è sempre stato legato a proprietà quali l’universalità, l’immortalità, la complessità, l’originalità o l’autonomia. Se i docenti presentano la musica esclusivamente o soprattutto in riferimento ai suoi aspetti intra-musicali o ‘intrinseci’, si origina l’idea che il suo significato derivi da fattori non legati a una situazione sociale specifica ma universali e immortali, il che implica la complessità e rende possibile lo sviluppo di originalità e autonomia. Al contrario, se gli insegnanti pongono l’attenzione solo o principalmente sui contesti sociali o sugli aspetti ‘delineati’ della musica, si può desumere che la ‘musica in sé’ abbia meno imp