Intervista a Lucy Green

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Identità di genere, musica popolare e apprendimento informale: cosa cambia nei curricula e nelle pratiche di educazione musicale.

Il dibattito sull’identità di genere, in quest’alba di millennio, ha assunto un rilievo considerevole e determinante nei più svariati ambiti della società, dalla cultura alla pedagogia e alla giurisprudenza, dando luogo a cambiamenti considerevoli nel modo in cui l’uomo o la donna raccontano, esprimono e agiscono la loro identità. Già perchè il concetto di identità di genere, formulato per la prima volta dall’antropologa statunitense Gayle Rubin nel 1975, propone una suddivisione, sul piano concettuale e teorico, tra sesso e genere, distinguendo tra ciò che dipende da un corredo genetico e ciò che invece rappresenta una costruzione culturale di persistente rinforzo delle identità e che fa si che il genere sia un carattere appreso e non innato: esso identifica il modo in cui una persona si percepisce, se si sente donna, uomo o qualcosa di diverso da entrambe le polarità.

Come si declina tutto ciò in ambito musicale? C’è una relazione tra identità di genere e il modo di affrontare, gioire, suonare e pensare la musica?

Da qui prende le mosse quest’intervista a Lucy Green. Sociologa e pedagogista Lucy Green è direttrice e docente del master in pedagogia musicale all’Institute of Education dell’Università di Londra. E’ stata la prima, negli anni ’90, a condurre uno studio sistematico sull’identità di genere nell’educazione musicale, partendo proprio dalla constatazione di un dato di fatto: come mai donne e ragazze sono largamente presenti e con successo nei vari setting di educazione musicale ma solo poche di loro, talvolta nessuna, è presente poi nei vari ambiti del professionismo? Come e perchè avvenga quest’inversione di tendenza viene argomentato dalla Green nel suo libro “Music, gender, education”. Fondamentalmente la studiosa rileva da un lato come la scuola, nonostante le apparenze, giochi un ruolo decisivo nel riprodurre ruoli preesistenti attraverso costruzioni verbali e discorsive che agiscono da costante rinforzo rispetto identità di genere, pratiche musicali e la musica stessa. Per quanto riguarda gli studenti invece giunge alla conclusione che usino la musica come un pezzo di stoffa. Può cioè coprire o al contrario dare rilievo, come un vestito, alla loro identità di genere e sessualità: la musica rende possibile una presentazione simbolica non verbale del loro desiderio rispetto l’identità di genere, permettendo loro di oltrepassare le divisioni tradizionali allo stesso modo in cui li aiuta ad affermarle.

Dagli elementi emersi in questo studio la Green, negli anni a venire, ha poi elaborato il suo progetto “Musical Future”, con il quale ha introdotto nei curricula musicali della scuola pubblica inglese le pratiche di apprendimento informale proprie della musica popolare, afferenti in genere ad una modalità maschile di fare musica, trasformando così le lezioni di educazione musicale. Il suo lavoro ha influenzato anche altri ambiti della sociologia dell’educazione musicale riguardanti l’identità di genere, il significato e l’ideologia della musica.

Proprio da qui vorremmo cominciare le nostre conversazioni con la professoressa Green, in particolare dalla sua ricerca sull’identità di genere e l’educazione musicale.

I.D.Professoressa Green che cosa l’ha spinta ad iniziare la sua ricerca su “Music, gender , education”?

L.G.Ho un ricordo di quando avevo circa 13, 14 anni, era la fine degli anni Sessanta inizio anni Settanta. Per una qualche ragione sono andata alle prove di un gruppo di giovani musicisti rock che si sarebbe esibito quella sera. Ero seduta nella sala e li guardavo mentre si esercitavano. Sul palco c’era un pianoforte, ma nessuno del gruppo suonava quello strumento. Il gruppo stava provando e suonando nella tipica formazione di una rock band: chitarra elettrica, basso, batteria e voce.

In quel periodo io studiavo pianoforte, suonavo Mozart, Bach, Chopin, quel genere musicale. Sapevo, e anche loro sapevano, che avevo molte più capacità e competenze strumentali e conoscenze teoriche rispetto a loro, ma non avevo alcuna idea di come questi ragazzi fossero in grado di mettere insieme la loro musica, come avessero imparato a suonare i propri strumenti e come sapessero quali note suonare!

In qualche modo quella esperienza sintetizza alcune delle grandi domande che mi hanno accompagnato per la maggior parte della mia vita.

Perché io ero in grado di suonare la musica classica al pianoforte che avevo studiato privatamente e a scuola; e loro erano in grado di suonare musica rock utilizzando strumenti rock che non avevano imparato a scuola o frequentando lezioni private; e perché questi due generi musicali (classico e rock) occupavano due ambiti così tanto differenti?

Come hanno imparato a suonare, improvvisare e comporre musica senza insegnanti, senza aver frequentato corsi, studiato su libri e senza aver sostenuto esami?

Perché erano tutti ragazzi e perché io, come ragazza, non avevo considerato la possibilità di suonare in una band come quella?

E’ stato qualche anno più tardi, all’inizio degli anni Ottanta, quando frequentavo un Dottorato in Analisi Musicale e Sociologia della Musica presso l’Università del Sussex, che ho iniziato a considerare l’ultima questione sopracitata riguardo l’identità di genere, come potenziale area di ricerca.

Il Femminismo è stato un grande ed emozionante movimento che stava andando verso una nuova direzione e nel Campus dell’Università ne era presente una forte rappresentanza .

Durante gli anni Novanta, ho iniziato ad applicare una teoria sul significato della musica, sulla quale avevo appena pubblicato un libro, alla sfera dell’identità di genere.

E’ stato con grande entusiasmo che ho scoperto il lavoro di ricerca svolto negli Stati Uniti da musicologhe femministe. I loro studi mi hanno fornito le conoscenze storiche di cui avevo bisogno per sviluppare una miglior comprensione sociologica del funzionamento del significato musicale in relazione ai diversi approcci, maschile piuttosto che femminile.

Come saprà la musicologia femminista ha preso in seguito diverse direzioni, ma la loro ricerca mi ha fornito le basi storico-sociologogiche per il mio successivo lavoro.

I.D.Nel suo libro sostiene la presenza di una relazione tra la doppia essenza della musica, l’aspetto apollineo opposto a quello dionisiaco, e la donna, che da un lato incorpora la cura materna e dall’altro è pericolosamente seducente. In che modo l’espressione musicale femminile è in relazione con questa dicotomia?

L.G.Non credo che ci sia una conseguenza diretta sull’espressione musicale femminile.

Qualsiasi espressione musicale, interpretazione, in qualsiasi modo la si voglia chiamare, è in relazione con i contesti socio musicali in cui la musica viene fruita e realizzata e con le convenzioni legate all’identità di genere e allo stile musicale.

Non ho mai sentito di alcuna convenzione sociale che suggerisca che le donne dovrebbero esprimere la musica differentemente dagli uomini.

Ci sono naturalmente discussioni che le donne fanno a riguardo, ma non mi sono lasciata persuadere da questi dibattiti. Per me il genere influisce dall’interno della pratica musicale e da chi la interpreta – siano essi ascoltatori, musicisti, chiunque ne sia coinvolto – ma non è parte della musica in se stessa né della sua espressione.

I.D.In che modo questi aspetti sono stati rilevanti nella storia della musica occidentale? Questo duplice aspetto, apollineo e dionisiaco – talvolta riferito come la dicotomia Madonna/prostituta – ha influenzato le pratiche musicali femminili nel corso della storia, non solo nella musica classica occidentale, ma in tanti, se non la maggioranza, degli stili e delle società. Tutto ciò ha avuto delle ripercussioni, che si sono tradotte in restrizioni al coinvolgimento delle donne nelle attività musicali. Si pensi all’editto papale del XVI secolo, che proibì alle monache di trascorrere del tempo a comporre e suonare musica perché la musica veniva associata alla lussuria; o alla proibizione alla donna, in molti paesi del Medio Oriente, di suonare strumenti o fare musica al di fuori della famiglia; o il fatto che molti strumenti siano proibiti perché esclusivamente appannaggio degli per uomini – come ad esempio, fino a tempi molto recenti, il Gamelan o la maggioranza delle percussioni Africane – mentre altri strumenti sono considerati adatti alle donne; o il fatto che molti strumenti siano “permessi” alle donne ma comunque portino con sé uno stigma. Le cose stanno cambiando, ma le cose erano già cambiate in precedenza e sono tornate da dove erano partite, come il fatto che alla fine del XIX secolo c’erano centinaia di bands e orchestre tutte al femminile che hanno cessato di esistere all’inizio del XX secolo. Oppure la diversa fine che hanno fatto negli anni Settanta i molti gruppi punk femminili che sono scomparsi dalla scena alla fine dell’era punk a differenza di quelli maschili, che si sono trasformati e lentamente hanno abbracciato nuovi stili musicali. Sarebbe poco sensato ritenere che ogni cambiamento che noi percepiamo oggi sia per sempre. La storia suggerisce che non è così.

I.D.L’inibizione dell’espressione musicale femminile nella storia, perpetrata dalla cultura patriarcale, ha avuto conseguenze sulla creatività musicale femminile?

L.G.Certamente. Fin dalla più giovane età le bambine non vengono cresciute per vedere se stesse come creative – questo non riguarda solo la musica, ma anche molti altri svariati settori. Quando le bambine mostrano segni di creatività questi vengono spesso ignorati o ritenuti espressione di qualcosa d’altro. Per esempio, nella scuola le bambine sono spesso viste dagli insegnanti – e loro stesse di conseguenza si percepiscono così – come grandi lavoratrici e aderenti alle aspettative dell’adulto.

Quando realizzano qualcosa considerato un buon lavoro, questo viene spiegato esattamente per questi motivi: l’essere conformista, lavorare sodo e con impegno e fare quello che dice l’insegnante. I bambini invece vengono spesso rappresentati – e loro stessi di conseguenza si vedono così – come anti-conformisti, poco impegnati, con atteggiamenti sbarazzini e disobbedienti. Quando producono qualcosa che è considerato buono, questo allora può essere spiegato solo dal fatto che possiedono una scintilla creativa – altrimenti come potrebbero produrre qualcosa di così ben fatto, visto che non sono conformisti, non si impegnano e non obbediscono?

Sia le ragazze che i ragazzi, donne e uomini, interiorizzano questi presupposti, e la maggioranza di loro si adegua a questa interiorizzazione come ad una sorta di profezia auto appagante.

I.D.Può riconoscere lo stesso processo storico e sociale in altre culture?

L.G.Sì, certamente e alcuni degli esempi esposti precedentemente lo dimostrano.

La posizione della donna in musica è differente rispetto a quella degli uomini in qualsiasi società. Le differenze sono spesso le stesse, presenti nelle diverse le culture, storia e stili musicali.

I.D.Come si pone la sua riflessione riguardo l’identità di genere rispetto l’apprendimento orale nella comprensione della musica?

L.G.E’ interessante notare che anche l’apprendimento orale tende a qualificarsi come un dominio prevalentemente maschile e ancora una volta questo è presente in diverse culture.

Ci sono varie ragioni che possono spiegarne il motivo: riguardano il ruolo della donna in casa, che deve occuparsi della cura dei figli, cucinare, ecc., mentre gli uomini è più facile che vengano coinvolti in attività di gruppo, le quali possono anche includere il fare musica insieme, attività che spesso hanno una trasmissione orale. Ci sono anche ragioni che riguardano la presunta mancanza o carenza di creatività delle ragazze e la loro dipendenza dall’insegnante per ricevere indicazioni su cosa fare, così che diventi molto probabile per loro venire coinvolte in attività musicali istituzionali all’interno della scuola, che a loro volta, e nella maggioranza dei casi, saranno legate alla lettura della notazione musicale.

I.D.Mi piace la sua definizione della donna che canta come “accordata con il proprio corpo”, ha il possesso di sé, ma allo stesso tempo la vulnerabilità della voce di fronte ad eventi inaspettati la rende una preda. Rispetto a questa sua riflessione possiamo considerare il corpo come il vero e importante protagonista?

L.G.Il corpo è coinvolto in tutta l’attività di produzione musicale e di ascolto, ma sicuramente nel caso del canto c’è questo fattore “unico” che lo strumento è parte del corpo, massimamente nascosto al suo interno.

Nessun altro strumento ha questa specificità. E questo riguarda sia i maschi che le femmine.

La questione è fino a che punto il maschio che canta percepisca il proprio corpo come oggetto di uno sguardo sessuale. Qui entriamo in una questione complicata che riguarda non solo l’identità di genere, ma anche la sessualità.

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