L’intento di queste pagine è quello di avviare un percorso di riflessione su alcuni spazi contemporanei di incrocio tra la didattica, l’etnomusicologia, l’ambito della museologia e quello della performance musicale. L’idea nasce da esperienze personali di ricerca e di contributo attivo alla realizzazione e alla vita del Museo del Paesaggio Sonoro. L’istituzione ha sede nel piccolo centro di Riva presso Chieri, in provincia di Torino, e l’attuale allestimento, inaugurato nel 2011, costituisce un punto fermo in una vicenda principiata molto prima e che costantemente apre nuovi e multidisciplinari capitoli di ricerca musicale. L’itinerario di partenza cui si è fatto riferimento coincide in massima parte con i primi decenni di lavoro di Domenico Torta, figura poliedrica di insegnante, compositore, musicista e ricercatore, da sempre impegnato nel proprio territorio di nascita e residenza. La sua interessante storia e personalità si costruisce tra polarità diverse: l’assorbimento di competenze sonore nel contesto famigliare, il parallelo e precoce apprendimento di pratiche strumentali tradizionali, l’incontro con la musica d’arte grazie all’insegnamento di cultori locali, dunque l’approdo agli studi di Conservatorio. Il rispetto profondo e sempre sobrio per ciascuno di quegli ambiti è una delle cifre con cui va letta l’intera sua esperienza.
Abbracciata l’attività di insegnante al termine degli studi, Torta ha cercato sin da subito di trasmettere ai suoi allievi di scuola media quella viva curiosità per il mondo dei suoni che da sempre aveva animato il suo operare. Principiò così un’attività di ricerca indipendente sul terreno delle forme e degli strumenti della locale musica tradizionale, riconosciuta come la prossima, più immediata e ricca via di accesso e comprensione per le giovani generazioni. Attraverso questo approccio applicato egli stava scalando la vetta che l’avrebbe portato all’incontro con l’etnomusicologia, impegnata nel frattempo a consolidare il proprio sentiero sul versante opposto della prospettiva scientifica. 
Il percorso educativo si poneva come esperienza di condivisione di un cammino personale, mostrato ai più giovani e supportato dall’esperienza dei più anziani, depositari questi ultimi di facoltà sonore arcaiche ed ancestrali, di fatto indebolite da contemporanei mutamenti ambientali e culturali. L’intervento tuttavia non poggiava sull’inconsistenza di un atteggiamento nostalgico verso eredità lontane, ma si poneva come reazione a una perdita in diretta del proprio bagaglio espressivo, di un idioma musicale appreso come lingua materna. L’intento era anzi decisamente avverso ad azioni non ugualmente ‘istruite’, ma artefatte, di prelievo da un mitico passato musicale, proprie di un certo folk music revival in ascesa dalla seconda metà degli anni ’70. Un ultimo e convergente stimolo era infine fondato sul rigetto verso la definizione di gerarchie fra le espressioni musicali, stabilita e professata dall’accademia, con ripercussioni inevitabili sul panorama allora nascente della didattica ministeriale.
Si voleva perciò ripartire da capo e dalle origini, favorendo un ruolo attivo dei giovani studenti in esperienze di scavo nella memoria comunitaria, di ascolto e incorporazione di una cultura musicale. Si trattava di un processo poco convenzionale, che riabilitava i sistemi di acquisizione orale ed imitativa, cosi come la memorizzazione ed elaborazione estemporanea dei codici espressivi. Allo stesso modo, il contatto con una pratica costruttiva di oggetti e strumenti musicali, dunque la loro riproduzione e impiego erano i mezzi per giungere al cuore dei meccanismi di generazione del suono. 
Il lavoro collettivo innescato dall’iniziativa didattica abbracciò il più ampio panorama di presenze e funzioni sonore, dall’attività ludica alla pratica professionale, dal piano della relazione umana con il mondo vegetale e animale all’uso sociale e comunitario, dagli spazi di persistenza di caratteri primitivi alla loro costante ricomposizione. Col tempo quella capillarità d’indagine e l’alacre sperimentalità finiranno per alimentare, in parte inconsapevolmente, il patrimonio materiale e immateriale oggi ordinato in veste espositiva. Sarà proprio quell’articolata riunione di tessere a formare la rappresentazione peculiare di un paesaggio sonoro, tanto pregevole da potere essere elevata a paradigma. 
L’adempiersi del processo di patrimonializzazione di quei beni ed esperienze musicali fu conseguente alla presa di contatto e al reciproco riconoscimento fra Domenico Torta stesso e Febo Guizzi, etnomusicologo docente all’Università di Torino. Dalla subitanea intesa discese la formazione di un’équipe di giovani studiosi e l’avvio di un nuovo iter di ricerca, esperienze che a loro volta alimentarono il progetto museale e ne determinarono la realizzazione entro il successivo decennio.
Ancora su un altro versante, ma nella cornice di un quadro coerente, Domenico Torta, insieme al gruppo dei Musicanti di Riva presso Chieri, aveva dato l’avvio da alcuni anni a un laboratorio di proposta delle pratiche musicali riscoperte, con l’obiettivo iniziale di rinforzarne la presenza nelle occasioni festive comunitarie. A partire dall’iniziale germinazione del progetto museale, nel biennio 2004-2005, quest’attività si tradusse in una più elaborata trasposizione scenica di episodi e simboli della collettività, tramite il medium del racconto verbale e sonoro. (http://www.musicantirivachieri.it/home.asp)

Si può notare come, pur nell’assunzione di forme sempre nuove, restava una fedeltà costante ad alcuni assunti e obiettivi fondamentali; la stessa elaborazione di materiali e metodi consolidati si è così sviluppata e agisce oggi nella proposta didattica del Museo e in particolare negli itinerari di guida alla lettura del paesaggio sonoro. I giovani sono condotti in esperienze di scoperta dell’ambiente, all’individuazione delle componenti naturali e antropiche, alla selezione di caratteri-chiave e al riconoscimento dei processi trasformativi. I percorsi si svolgono sul duplice binario visivo e uditivo e sfociano nella visita al museo, alla ricerca di conferme e nuovi quesiti. Si stabilisce così in conclusione un contatto ravvicinato con i sistemi di produzione del suono e con la morfologia degli strumenti musicali, sino all’acquisizione di elementari competenze esecutive.
Nello stesso laboratorio di proposta educativa è nato il più recente spettacolo musicale piccolo popolo – fievoli fiabole frivole, presentato al Teatro Regio di Torino nel 2015 con il soprattitolo di Paesaggi sonori. L’opera, composta da Domenico Torta, è costituita da 4 brevissime favole musicali per voce recitante, campane tubolari, rastrelli, cucchiai, cintura, bottiglie percosse, bottiglie insufflate… e la complicità di un’Orchestra d’Archi con un quartetto di legni e un percussionista spiritoso. La performance vede nuovamente impegnati i Musicanti di Riva presso Chieri, questa volta in dialogo con un ensemble musicale classico. Il ricorso a quel doppio registro è finalizzato al raggiungimento di un’armonia fra strumenti, linguaggi, atteggiamenti e movenze; i messaggi di ciascun brano si riuniscono così in una morale superiore – la musica è di tutti e si può fare con tutto –, un semplice motto per riflessioni complesse sui fondamenti universali e sulla mobilità culturale dell’espressione sonora. (http://tasch5.wixsite.com/domenicotorta/paesaggi-sonori-teatro-regio)
L’identità pedagogica dell’operazione si è arricchita negli ultimi mesi di un nuovo tassello, quando, in linea con un carattere componibile della partitura, la performance ha visto l’inserimento di un nuovo, triplice episodio – La parata degli oggetti, Passaggio di consegne, Scope alla ribalta – interpretato da cinquanta giovanissimi esecutori. Il gruppo, guidato dai Professori Torta, Pasquale Campera e Silvia Sandrone, ha vissuto dall’interno la rigenerazione del progetto e ne ha consolidato la chiave di lettura, lasciando il numerosissimo pubblico di adulti e coetanei in un rapito ed emozionante silenzio.

