La voce che risuona perché non può far altro che risuonare. Intervista a Tullio Visioli

Canto corale con bambini: autenticità, ascolto, movimento e repertorio

intervista a Tullio Visioli

C.F. Maestro Visioli, lei è un punto di riferimento importante per chi lavora con i gruppi corali, specialmente di bambini. Nella sua opera di direttore di coro, compositore e insegnante è evidente una passione significativa per la voce e la vocalità. Ci può raccontare da dove nasce? T.V. L’amore e l’interesse verso la vocalità e il canto nascono grazie ai miei studi musicali. La passione per la musica antica mi ha portato a studiare prima il flauto dolce e in seguito il canto e, di conseguenza, a consultare gli antichi trattati sul flauto dolce, come quello cinquecentesco di Silvestro Ganassi, dove mi ritrovavo a leggere frasi del genere: “Se volete imparare la vera cantabilità e la vera musica dovete riferirvi ai cantanti.”1 E’ stato breve il passo che mi ha portato da queste affermazioni a intraprendere un percorso che mi portasse a esplorare la voce. Inoltre, provengo da una terra, quella tra Cremona e Parma dove, da bambino, assistevo ad esempi di ‘coralità naturale’ nelle osterie e nei luoghi di aggregazione: in quei contesti potevo ascoltare arie di opere, duetti, quartetti, polifonia spontanea e canti popolari. Da quelle parti, anche le persone che non avevano fatto studi musicali conoscevano la buona musica e sapevano come rapportarsi ad essa ed emettere correttamente la voce cantata. Devo ancora aggiungere che sono cresciuto in un’Italia che teneva in grande considerazione la voce e il canto, un’Italia radiofonica. Soprattutto radiofonica! Questo aspetto è di grande importanza perché, grazie alla radio, noi tutti acuivamo l’ascolto, liberi dalle troppe distrazioni degli elementi visivi. Il paradosso che io racconto spesso è legato agli anni ’60, quando avevamo grandi cantanti, come Mina, che si mostravano al loro pubblico di rado ma, in compenso, incidevano centinaia di meravigliosi dischi. In questo periodo invece seguiamo cantanti che fanno esattamente il contrario: esaltano e diffondono al massimo la loro immagine, ma incidono poca musica e di bassa qualità. L’aspetto e il valore del fattore acustico si sono spostati, ai nostri giorni, nella dimensione del visivo, sottraendo spazio all’immaginazione e togliendo a noi tutti meravigliose opportunità di ascolto. C.F. Possiamo affermare che la naturalezza dell’emissione vocale favorisce la nascita di un canto e di una musicalità di qualità e il lavoro sull’impostazione vocale può, in alcuni casi, allontanarci da essa? T.V. Il foniatra ravennate Franco Fussi afferma che, come in tutte le discipline, il pericolo risiede proprio nella riduzione tecnicistica, nell’imbrigliare la voce e la musicalità in linee di comportamento, in condotte tecniche che portano sicuramente a diventare un musicista con voce perfetta e ben impostata, ma non sempre a trasmettere un’emozione e il senso di quello che si sta cantando. D’altro canto possiamo ascoltare alcune voci che, pur essendo emesse con evidenti imperfezioni, riescono invece ad emozionare, toccandoti il cuore. Nell’espressione artistica in generale, e quindi anche nel canto, esiste qualcosa che si deve collegare ad una sensibilità autentica, che va al di là delle mode, delle voci che si trasformano e dei cambiamenti nella percezione estetica. Nonostante tutto, siamo ancora in grado, attraverso l’ascolto, di individuare la sincerità di un’espressione vocale e ci dovremmo affidare a questa naturale sapienza per intraprendere un serio percorso di studio della vocalità. C.F. Il tema dell’ascolto è molto caro al lavoro che svolgiamo nell’Audiation Istitute. Come lo affronta nei confronti del coro, dei giovani o dei bambini che muovono i primi passi in questo percorso? T.V. Invito sempre i bambini e i ragazzi ad ascoltare innanzitutto il senso di naturalezza e sincerità espresso dalla propria voce e poi a capire che si può raggiungere un miglioramento di intonazione e precisione, ma considerandolo sempre come la tappa successiva di un più importante lavoro da svolgere insieme. Diversamente ci troveremmo di fronte all’incongruenza di non seguire, per la vocalità corale, un percorso educativo progressivo, come avviene per altri strumenti musicali. Quando un bambino di 6/7 anni è selezionato per un coro e non ha avuto modo di sperimentare in precedenza un percorso di apprendimento musicale graduale, che iniziasse già dall’asilo nido, non trova semplice mettersi in gioco e migliorare. Se osserviamo con attenzione i bambini piccoli possiamo notare che sono in grado di usare vari registri della propria voce, di modularla e di lavorare sul timbro spontaneamente e naturalmente. Quando quei bambini iniziano a crescere, automaticamente vengono richieste loro prestazioni che piacciono più al mondo adulto che ai bambini stessi. La prima cosa che deve cambiare è la percezione che l’adulto ha del suono del mondo dell’infanzia. Le musiche e le voci che escono dai giocattoli e dagli strumenti elettronici usati dai bambini, i doppiaggi dei cartoni animati, i giochi, le pubblicità, sono di bassissima qualità e realizzate con scarsa cura e attenzione. Una buona parte del mondo adulto considera il bambino incompetente nel campo dell’ascolto e dell’espressione musicale e non in grado di apprezzare o fruire di un buon prodotto musicale. Esistono cori di voci bianche che cantano benissimo ma sono poche gocce nell’oceano! Qui non si tratta solo di educare la voce dei bambini ma soprattutto di educare l’ascolto del mondo adulto, che è lo stesso mondo che chiede ai bambini di urlare per farsi sentire. L’adulto non sviluppa o perde la capacità di ascolto e chiede ai bambini di alzare la voce, senza tener conto delle possibili conseguenze. La capacità di ascolto degli uomini se non è esercitata, si atrofizza, altrimenti saremmo tutti molto più acuti e sensibili, capaci di cogliere anche il più lieve suono o rumore emesso nell’ambiente circostante. Dico sempre ai genitori dei miei bambini: “Alzate il volume delle vostre orecchie non quello della voce dei bambini!”. Per esempio, se andiamo a ritroso negli anni e analizziamo alcuni personaggi televisivi con i quali siamo cresciuti, incontriamo ad esempio il simpatico clown Sbirulino, caratterizzato da un’impostazione bambinesca della voce adulta, con uno stile di canto che diventò addirittura un modello da imitare! In genere, non valutiamo che i bambini, quando parlano o cantano, non usano quel tipo di voce artificiosa e distorta. Un brano che propongo ai bambini recita così: “Nel silenzio lieve lieve, scende, scende giù la neve…”, dedicato all’emozione dello stupore, dell’immaginare insieme la neve e quello che proviamo quando la vediamo scendere dal cielo. Il bambino che conosce questo stupore, riuscirà ad emettere il suono giusto, con l’adeguato appoggio, registro e colore, perché è molto competente nell’emissione di vari tipi di voce. Ogni bambino è in grado di attingere a quella tavolozza interiore di possibilità che arricchisce la sua prestazione di bellezza e musicalità. Quando canta percepisce così un punto di contatto piacevole con se stesso e l’esercizio del canto diventa vitale e gradevole e mai tecnicistico. L’adulto, pensando che con il suo canto deve imitare sempre un modello esterno, imposto spesso dalle mode o dalla televisione, deve fare un lavoro di de-condizionamento per togliere la maschera che pone alla sincerità della propria voce. Deve de-costruirsi e convincersi che con la propria voce può comunicare e sperimentare tutte le emozioni, i timbri, i registri e le possibilità espressive, proprio come fa spontaneamente un bambino. Come afferma la foniatra milanese Silvia Magnani, più che di aggiungere qualcosa, si tratta spesso di togliere per restituire autenticità. E’ diverso insegnare agli adulti, è complesso e delicato, il percorso confina con la psicologia e forse con la psicoterapia: far trovare l’autenticità della voce a un adulto può provocare talvolta reazioni emotive inaspettate, come un pianto liberatorio delle tensioni accumulate, probabilmente perché pone la persona in rapporto con qualcosa di vero ma nascosto. Le persone adulte sono spesso rigide, trattengono le emozioni, e noi sappiamo che la voce tradisce tutto questo, perché è la proiezione più immediata del nostro sentire. Marius Schneider, il grande musicologo, affermava che se ci educassimo veramente alla musica, tanti personaggi sarebbero sbugiardati facilmente, perché avremmo un orecchio attento e selettivo, un’’intelligenza acustica’ maggiore e capiremmo non solo il senso, ma anche come gli altri pongono la voce e la usano e cosa, eventualmente, ci stiano nascondendo. C.F. Immagino che per lei la creazione di un canto pensato per i suoi piccoli allievi sia un lavoro per il quale pone particolare cura e attenzione, può raccontarci il percorso che solitamente utilizza per queste composizioni? T.V. Il rapporto che il bambino ha con le parole è magico, quando dice “Il lupo grande…”, il suo timbro si ‘ingrossa’ diventando egli stesso un grande lupo. Così la parola assume un corpo, il bambino diventa le parole che sta dicendo o cantando, impersona veramente i protagonisti del testo utilizzato. Per questo motivo e amando molto la poesia, quando inizio a comporre un brano inizio sempre a considerare il ritmo e la melodia intrinseca dei testi poetici che mi trovo ad affrontare. Inoltre, pongo attenzione al fatto che la melodia che sto scrivendo debba funzionare anche senza accompagnamento: la relazione tra monodia, parola e ritmo, di per sé, deve esprimere già qualcosa e deve funzionare senza alcun ausilio. In seguito, curo il rapporto figura sfondo, l’utilizzo di armonie a volte complesse e molto ponderate. Il bambino avverte tutto ciò e si rende perfettamente conto che per un determinato canto è stata posta una speciale attenzione nella composizione e che, tutto questo, è stato fatto appositamente per lui. Attualmente i bambini hanno a disposizione libri bellissimi, realizzati con carta e materiali raffinati, dove si nota un’attenzione al rapporto tattile, alla scrittura e alle illustrazioni, che sono spettacolari. Nella musica è ancora tutto molto improvvisato, permeato di una vecchia concezione pedagogica secondo la quale: “Quando sarai bravo potrai interpretare!”. Se favoriamo questo tipo di percorso sicuramente il bambino incontrerà poi grandi difficoltà nel liberarsi da certi condizionamenti. Molti, infatti, interrompono la carriera musicale proprio per questo motivo. I bambini hanno bisogno di sperimentare nell’ascolto contenuti di qualità e di entrare in contatto con un vocabolario espressivo sincero, ampio e articolato. C.F. Sono ormai molti anni che il ruolo del movimento e la presenza significativa del corpo, non più visto come semplice strumento di esecuzione musicale ma come componente attiva nell’apprendimento e nella musicalità, sono diventati protagonisti nel pensiero e nelle prassi pedagogiche musicali. Ci può illustrare il suo pensiero al riguardo e raccontarci come utilizza questi strumenti nel suo lavoro di ‘curatore’ del canto e della coralità di bambini, ragazzi o adulti? T.V. Ormai è dimostrato che il cantante, quando si esprime, è in assetto variabile, si muove in continuazione, anche attraverso micro-movimenti. A partire da questa consapevolezza anche il lavoro sulla coralità ha subito un’evoluzione. Possiamo osservare ora vari esempi di cori che eseguono brani ai quali abbinano delle coreografie e utilizzano quindi il movimento. Quest’anno ho collaborato con Maria Grazia Bellia, direttrice di coro, ricercatrice e didatta, per la stesura di un suo libro intitolato Coroscenico, che è appena uscito per la collana didattica Osi2 e raccoglie delle proposte educative con cui mettere in scena, insieme ai bambini, le canzoni e i canti. Non c’è nulla di imposto ma qualcosa di condiviso, ove il direttore di coro diventa un coordinatore, un animatore, qualcuno che in modo stimolante, maieutico, crea e realizza opere d’arte musicale insieme ai bambini, motivati a trarre da ogni situazione dialoghi, impiego di oggetti e coreografie. Il movimento è importante e, in tutto questo processo, è il vero protagonista, sia per l’uso della voce che per l’apprendimento. C.F. Maestro Visioli, lei è inoltre un amato maestro di flauto dolce. Che funzione ha il suo lavoro con la voce e il canto nell’insegnamento di uno strumento musicale? T.V. Lo studio del flauto dolce che seguo con i miei allievi è integrato all’uso della voce e del canto. Il flauto dolce all’apparenza sembra uno strumento semplice ma in realtà è complesso, specialmente per quanto riguarda la prassi articolatoria della lingua, la ricerca del bel suono e dell’intonazione. Silvestro Ganassi, che ho già citato, scriveva: “Dovete suonare similmente al proferire della voce umana”3. La cura che bisogna avere dell’articolazione della musica e della parola diventa un discorso, senza parole. Questa particolarità la ritroviamo anche nella tecnica strumentale utilizzata per gli strumenti ad arco, dove, modulando l’uso dell’arco, si suona come per emettere un discorso. Nella Scuola Musicale di Milano fino a poco tempo fa c’era un indirizzo specialistico che insegnava questa tecnica. Al Conservatorio Arrigo Boito di Parma, dove sono cresciuto, insegnava il violoncellista Mario Centurione, che sviluppava questa particolare tecnica e divertiva gli allievi facendo dei veri e propri discorsi, imitando con il suo strumento a volte Mussolini o qualche politico. Roberto Goitre, direttore di coro, compositore e didatta, affermava che anziché chiedersi in continuazione se la musica fosse un linguaggio sarebbe meglio affermare che “il linguaggio è già una musica”. Come vede, torniamo a parlare di nuovo di ascolto. Va riformato l’ascolto e il bambino è poco ascoltato. Eppure affina fin dalla primissima infanzia una nozione chiara di cosa sia la musica. Mia nipote, che ha poco più di due anni, nei suoi giochi mette in fila gli animali giocattolo e spiega che sono amici e come tali cantano, cantano in coro! Con questa attività spontanea ci fa comprendere che per lei, e quindi per i bambini, la musica è espressione di gioia e di star bene insieme. Una valida attività corale deve inserirsi sulla naturale condotta musicale dei bambini, come quando giocano da soli e cantano spontaneamente, raccontando in musica quello che gli capita durante la giornata. Purtroppo si tende a premiare i bambini che si comportano come i grandi e viceversa, gli adulti che agiscono tra di loro come fossero bambini. Esaltiamo i bambini che si esibiscono nei Talent Show cantando come degli adulti, esponendo tematiche, come amore, desiderio, tradimenti, gelosie, e contenuti che non sono in grado di capire. Tre anni fa, in una classe di terza primaria, ho fatto un laboratorio dove registravo dei canti spontanei composti da bambini di 8/9 anni. I bambini li creavano e io li registravo come fossi un etnomusicologo. Il coro, presentandoli a fine anno, ha inviato un chiaro messaggio ai genitori, su quale fosse la loro creatività musicale e il loro desiderio di comunicare una personale visione del mondo. Tutto ciò, anche tramite l’esecuzione in concerto del famoso brano 4’33’’di John Cage, dedicato al silenzio. Noi stiamo formando il futuro e se gli adulti non comprendono il messaggio delle nuovissime generazioni, dobbiamo andare comunque avanti con il nostro lavoro. Edda Ducci, l’ideatrice della Filosofa dell’Educazione affermava: “Peggio che avere un parlato vecchio è avere orecchie vecchie”. C.F. Sapendo che lei è particolarmente attivo in ambito scolastico, conosciuto dal mondo docente, sia in ambito formativo che come promotore di iniziative didattiche nelle scuole, quale ritiene sia lo stato di salute della nostra attuale scuola italiana? T.V. Silvano Annoni, maestro di Parma ormai in pensione affermava: “Noi maestri abbiamo un punto forte, ci sappiamo riciclare”. Io ho lavorato a stretto contatto con la scuola fin dal 1976 quando frequentavo il corso di Didattica della Musica a Parma, con il Maestro Carlo Delfrati. Ho conosciuto tanti bravi educatori come, per esempio, Mario Lodi, pedagogista, scrittore e insegnante. Penso che alla scuola italiana manchi una maggiore fiducia in se stessa e una più diffusa cultura pedagogica. Un tempo c’era fiducia e rispetto verso i maestri, ma da un certo momento in avanti una divulgazione sbagliata e superficiale della pedagogia ha fatto sì che ognuno potesse mettere parola su come si dovesse fare scuola e, di conseguenza, ogni insegnante ha sentito il bisogno di mostrare il suo lavoro, ha dovuto dimostrare quello che faceva con i bambini, adeguarsi alla aspettative, volgendo il suo lavoro ad una sorta di addestramento che spesso allontana dalla vera cultura. Da ben 25 anni insegno come esperto esterno alla Scuola dell’Infanzia Goffredo Mameli di Roma, dove ho avuto la fortuna di conoscere Letizia Volpicelli, burattinaia e pedagogista, dalla quale ho potuto apprendere tantissimo. Letizia, ora felicemente in pensione, era una maestra, che pur non amando mettersi in mostra e non rendendo apparente la sua reale azione educativa, ha seguito generazioni di bambini ai quali ha trasmesso la passione di apprendere, la curiosità e la capacità di cercare da sé le risposte in grande autonomia, realizzando in pratica una grande frase del filosofo Eraclito: “L’armonia nascosta è migliore di quella visibile”. C.F. Quali sono i prossimi impegni nei quali potremo vederla partecipe? T.V. Sto scrivendo un libro sul canto corale e le voci dei bambini, che si intitolerà “Canto leggero”. In questo libro sto elaborando un percorso che parte dalle emozioni che può esprimere un bambino, dalle interazioni esclamative ed espressioni spontanee e comuni a quasi tutte le culture. Insegno all’Università Lumsa di Roma e sono in contatto con studenti provenienti un po’ da tutto il mondo, che mi confermano l’esistenza di un’universalità di atteggiamenti scritti nel profondo di ciascuno, che ci portano ad esprimerci utilizzando suoni e ‘modi’ emozionali comuni. Partendo da suoni liberi e prodotti con naturalezza, faccio capire che il canto è l’estensione di un’emozione esprimibile, che dall’interno si dirige verso l’esterno. Il corpo partecipa a questo processo e lo osserviamo nei bambini, che sono naturalmente liberi nella gestione di questo materiale espressivo. Il libro si rivolgerà a insegnanti, genitori ed educatori. Tengo a sottolineare che, col tempo, vorrei creare un’area di riferimento più che essere io stesso un punto di riferimento. Il problema tutto italiano è che esiste una frammentazione considerevole di centri di formazione validissimi che, però, rinunciando alle opportunità offerte dal dialogo, non si mettono in relazione gli uni con gli altri per elaborare una didattica condivisa. Personalmente, ho trovato un riscontro più proficuo entrando in contatto con il mondo della foniatria e della logopedia, probabilmente perché appartenenti ad un ambiente scientifico, maggiormente abituato a confrontarsi e a lavorare in equipe. I miei impegni futuri riguardano soprattutto un corso di formazione itinerante dedicato alla voce, non solo quella dei bambini, e al repertorio più adatto per entrare nel mondo del canto corale. Riprendendo il titolo di una vecchia canzone di un gruppo beat degli anni ’60, The Rokes, l’ho intitolato Ma che voce abbiamo noi? Parallelamente seguo dei progetti compositivi insieme ad altri autori noti di musica per bambini, come Andrea Basevi o Cristina Ganzerla e curo la mia proposta di un concerto per orchestra di flauti dolci: a partire dal prossimo 11 novembre, nell’Osservatorio Astronomico di Capodimonte, a Napoli, eseguiremo una mia suite dal titolo La terra ascoltata dalla luna. Un altro progetto che mi vede coinvolto è quello dell’associazione ‘Il jazz va a scuola’, di cui sono uno dei soci fondatori. La musica Jazz proposta ai bambini offre indiscutibili vantaggi, non solo per la pratica dell’improvvisazione, ma anche perché induce i bambini cantare lo swing, stile con cui è impossibile avere voci spinte e gridate, per cui la voce rimane leggera e duttile, capace di trasmettere senso musicale, ma attraverso la leggerezza, una corretta respirazione e un movimento ispirato alla musicalità. C.F. Per salutarci può raccontarci che cosa significa per lei lavorare a stretto contatto con i bambini, con i loro sguardi, la loro energia e la loro voce, che fa sognare tutti noi? T.V. Lavorare con i bambini per me significa essere continuamente aggiornato sulla cultura della società: vediamo in loro le energie nascenti, intelligenze sempre più acute, percezioni di sé e dell’altro assai sensibili e capacità di cogliere analogie che noi non avevamo alla loro età. I bambini di oggi, se li sappiamo ascoltare e comprendere, con i loro pensieri, la loro positività e chiarezza di visione, ci inducono a ritenere che il periodo che stiamo vivendo sia un passaggio obbligato per ‘modulare’ a tempi migliori. Forse dovremmo avere la possibilità di mettere al mondo molti più bambini! La voce dei bambini è qualcosa che attraversa le dimensioni dell’essere, risuona perché non può far altro che risuonare e ci fa sognare! Nasce per comunicare, esprimersi e cantare e, se ci riflettiamo bene, è il suono più attuale, ricco di informazioni e aggiornato che si possa ascoltare! Tullio Visioli, flautista dolce, compositore, cantante e direttore di coro, punto di riferimento significativo del panorama musicale legato all’infanzia, sia per gli insegnanti di musica e direttori di coro, che per maestri/e o educatori e insegnanti di scuola. Docente di Musicologia e Didattica della Musica e responsabile per i laboratori musicali e della comunicazione non verbale all’Università Lumsa di Roma. Docente attuale di Flauto dolce e Coro dei bambini nella storica Scuola Popolare di Musica di Testaccio a Roma (SPMT). Si occupa inoltre di arteterapia musicale, vocologia, pedagogia e vocalità infantile. Dirige il Coro dei bambini della SPMT, il coro integrato Voc’incòro, è fondatore del Coro da camera di Roma e ha partecipato alla costituzione dell’associazione e del coro Mani bianche Roma ispirato all’esperienza venezuelana di Manos Blancas promuovendo attività concertistica e di ricerca sull’interazione tra LIS (Lingua Italiana dei segni) e linguaggio musicale. Collabora come docente con MimesisLab, il Master in Pedagogia dell’espressione dell’Università di Roma 3 e il Corso di Alta Formazione in Vocologia Artistica e Vocologia Clinica a Ravenna. Con amore, passione e una disarmante semplicità e simpatia avvicina i bambini al canto e alla musica e insegna agli adulti come farlo insieme ai propri allievi.

Note

  1. NdR: GANASSI SILVESTRO, Opera intitulata Fontegara, Venezia, 1535.
  2. BELLIA MG,. Il Coroscenico. Modelli e proposte operative per un’attività corale nella scuola primaria (su musiche di Tullio Visioli), OSI-LILIUM, Brescia 2019.
  3. NdR: cfr nota 1.

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