Un’ esperienza con la Music Learning Theory e la disabilità

Un laboratorio corale in un centro diurno per disabili: ascolto, movimento e relazione come risorsa educativa e di benessere.

in collaborazione con Valeria Coen

Lavoro da più di dieci anni come educatrice in un centro diurno per disabili adulti (C.D.D.).

Il centro ospita persone con problematiche molto differenti di tipo cognitivo e fisico, a cui spesso si aggiungono comorbilità psichiatriche. C’è chi parla correttamente e deambula senza difficoltà ma il cui corpo può d’improvviso irrigidirsi quando la mente produce pensieri fissi, persecutori, allucinatori. C’è chi emette solo vocalizzi e agisce secondo stereotipie verbali e comportamentali; chi è costretto su una carrozzina per spostarsi; chi è in totale balia di qualcun altro per essere dislocato, sfamato, pulito, protetto. C’è chi, in preda alla compulsione di fare, prendere, agire, non riesce a concedersi una situazione di quiete, di ascolto: persone che invadono il mondo col proprio corpo e con la propria azione per essere sempre al centro dell’altrui attenzione, incapaci di concedere spazi a qualcun altro o di interagire senza sopraffarlo.

E ancora c’è l’urlo disturbante e disperato di chi solo così sa esprimere il proprio dolore, la propria rabbia e il proprio bisogno di essere amato.

Ci sono persone che temono chiunque le circondi e ne il giudizio così tanto da imbastire solo relazioni intermittenti, alternando brevissime “toccate” e interminabili “fughe”, magari farfugliando per timore di proporre la propria voce a fianco di chi la esibisce in maniera prepotente.

Tale situazione di estrema eterogeneità e varietà offre sia una grossa risorsa creativa sia caos e disorganizzazione, disarmonia. Così ho pensato che fosse il caso di tentare un lavoro in cui i suoni e le voci dei partecipanti (quindi il loro corpo e la loro stessa identità) trovassero un’organizzazione, una possibilità di espressione più equilibrata a livello personale e di gruppo mediante la musica.

Con questi obiettivi abbiamo avviato un laboratorio corale creando una sinergia tra la modalità di lavoro con persone colpite da handicap e una modalità specifica di educazione musicale che si avvale degli studi di E. Gordon, la Music Learning Theory. Abbiamo così costituito un gruppo formato da tredici utenti più quattro operatori di supporto ed io che conducevo gli incontri settimanali della durata di circa un’ora e mezzo.

Gli incontri si sono svolti nella palestra ampia, luminosa e silenziosa nella quale il coro si disponeva sempre a semicerchio di fronte a me conservando ogni volta la sua precisa collocazione. Avendo deciso di proporre un lavoro a quattro voci ho ritenuto utile che per ogni sezione fosse presente un operatore di supporto. In questa disposizione l’inizio era caratterizzato da esercizi sul respiro, che contribuivano a creare un clima concentrato e raccolto, ai quali seguiva un rituale di “sintonizzazione” durante il quale gli accordi tonali da me cantati introducevano nel gruppo un ascolto che coinvolgesse le differenti parti del corpo attraversate dalla vibrazione sonora.

L’incontro proseguiva con esercizi di pattern tonali e ritmici per stabilire un dialogo musicale il quale, senza l’utilizzo di parole, ha condotto il coro all’apprendimento di brevi canti melodici e ritmici durante i sette mesi di laboratorio. Ho frequentemente proposto l’ascolto di diversi brani vocali e strumentali spesso lontani dalle abituali proposte commerciali. Ho puntato molto sull’esercitazione all’ascolto prima di produrre sonorità, per favorire un atteggiamento diverso dal solito, creando un tempo di non azione importante per tutti coloro che faticano a controllare l’esternalizzazione immediata dei propri impulsi e a rispettare lo spazio vocale degli altri. Sono stati altresì valorizzati i momenti di silenzio per interiorizzare gli stimoli musicali raccolti, permettendo a ciascuno di assimilare con tempi più o meno lunghi le proposte musicali, rielaborarle e quindi riproporle esprimendole alla propria maniera. Il corpo di ciascuno di noi è stato il ricettore di tutte le proposte e lo abbiamo sempre mobilitato affinché nel movimento si potesse recepire e vivere globalmente la musica.

La conclusione degli incontri è stata sempre accompagnata da un rituale di saluto.

Il setting così organizzato, sia nello spazio sia nella sequenza precisa dei vari momenti, ha avuto una funzione di grande contenimento rendendo la situazione meno caotica e maggiormente silenziosa rispetto al solito, una situazione in cui ognuno attendeva che accadesse qualcosa.

Inoltre in questo “spazio protetto”, tutti hanno avuto la possibilità di contattare il proprio mondo emotivo interiore e di ordinarlo attraverso l’uso guidato della propria voce anziché lasciarsi travolgere ed esprimersi inconsapevolmente con urla sguaiate o con comportamenti problematici. Incontrare le proprie emozioni in uno spazio/tempo in grado di accoglierle li ha aiutati a gestire le stesse migliorando la propriocezione e così l’accettazione del proprio essere.

Anche dal punto di vista fisico entrare in contatto con le proprie vibrazioni e accogliere lo stimolo sonoro esterno lasciando che il corpo si trasformi in una cassa di risonanza ha aperto e amplificato possibilità importanti, non solo sul piano prettamente intimo e personale, ma anche sul piano delle relazioni.

L’incontro è stato un momento in cui anche la relazione con l’operatore poteva giocarsi su nuovi livelli di intensità e verità affettiva.

Ed ecco allora che i loro corpi hanno potuto rilassarsi e lasciarsi attraversare da vibrazioni sonore o che la propria stereotipia ha potuto essere modulata o espressa e che la propria voce ha potuto attraversare lo spazio per raggiungere e creare un contatto o lasciare lo spazio affinché qualcuno arrivasse a loro. Insomma le “toccate” sono aumentate e le “fughe” diminuite.

Il lavoro sulla coralità ha permesso inoltre di creare un gruppo in cui l’apporto individuale e caratteristico di ognuno fosse indispensabile per raggiungere un obiettivo comune: ciascuno con le proprie modalità ha contribuito al canto corale che risentiva dell’eventuale assenza di qualche partecipante così come si arricchiva della presenza di tutti. La propria voce, spesso vissuta come inopportuna e inadeguata nell’esperienza corale, acquistava un senso collettivo e dignitoso. Alla frustrazione dell’incapacità si è sostituita l’autostima di essere parte necessaria per la realizzazione di un prodotto finale.

Quest’ultimo aspetto si è rinforzato nel momento in cui l’oggetto del lavoro è diventato un’esibizione pubblica. Da esperienza individuale e condivisa, seppur ricchissima di per sé, è diventata dono: la persona disabile abituata a ricevere, in quanto ritenuta “portatrice di mancanze”, finalmente ha potuto essere protagonista e portatrice di una ricchezza da mostrare ed offrire riscattandosi dalla passività in cui è sempre stata relegata.

Senza dubbio l’apporto degli strumenti forniti dalla MLT è stato determinante per la buona riuscita del progetto. L’utilizzo della sillabazione nei canti melodici e ritmici, così come nei pattern, ha permesso di trovare un punto di comunicazione in persone che abitualmente non parlano, ha quindi favorito un’espressione vocale più vicina al verbale seppure talvolta in maniera stereotipata. Per chi invece è dotato dell’uso della parola il vantaggio dell’utilizzo di sillabe semanticamente “neutre”, come la sillaba “pam” o “pa”, oltre che del movimento, ha permesso di distogliere l’attenzione dalle proprie rigidità e fungere da buon coordinatore motorio. I ritmi proposti spontaneamente dagli utenti sono stati spesso accolti, imitati e quindi coordinati e sviluppati all’interno di piccoli brani. Anche la brevità dei canti, nonostante la complessità, è stata favorevole alla memorizzazione dei canti stessi.

Successivamente all’esperienza riportata abbiamo avuto l’occasione di proporre presso il CDD una lezione-concerto a cui hanno partecipato alcuni colleghi di A.I. rivolta a tutti gli ospiti e non solo a chi aveva precedentemente preso parte al laboratorio corale. È stato emozionante cogliere l’attenzione nonché lo stupore e la concentrazione che la lezione concerto ha suscitato negli ascoltatori: è stato un momento di “contenimento” estremamente efficace per tutte le differenze comportamentali che il nostro centro ospita. E sempre in quest’occasione ho potuto constatare con gioia che chi aveva partecipato al laboratorio ricordava i brani su cui si è lavorato nonostante fosse trascorso diverso tempo.

L’ascolto, il movimento, il respiro, il silenzio, la relazione sono tutti elementi indispensabili per l’apprendimento musicale e sebbene in questa esperienza l’apprendimento non fosse l’obiettivo principale è stato in fin dei conti il medium che ha reso possibile arrivare a trattare le emozioni e quindi i comportamenti dei disabili. Al di là delle difficoltà cognitive, motorie o psichiche, la musica così proposta ha infatti permesso che le emozioni venissero conosciute, accolte, gestite e quindi espresse in modo organizzato secondo un senso estetico condiviso e quindi alla portata di tutti, di chi ascolta e di chi viene ascoltato.

Nota delle autrici

I canti proposti nel corso degli incontri sono stati tratti dal cdPam Pam canto senza paroledel Quarteto Gordon per piccolissimi.

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