Lezioni al buio. Intervista a Fabiana Francesconi

Sperimentare il canto al buio: propriocezione, qualità vocale e didattica inclusiva

intervista a Fabiana Francesconi

La scorsa estate ho scoperto una cantante meravigliosa. Mi interessava molto conoscerla così l’ho contattata e in agosto ci siamo incontrate. F.P. Mi piacerebbe conoscere la tua storia di artista e cantante così poliedrica. Qual è stato il tuo percorso? F.F. Nasco in una famiglia di musicisti, mia mamma e mio zio sono entrambi pianisti e la musica è sempre stata parte integrante della mia vita. Mia mamma insegnava pianoforte ai bambini, in casa, per cui la musica è sempre stata qualcosa di presente e quotidiano. Da piccola giocavo tantissimo con il suono, con il rumore, e divertirmi a creare ritmi diversi è sempre stata una cosa che mi ha affascinato. Ho incominciato a studiare canto a sedici anni, esplorando vari generi musicali, dalla lirica al canto moderno, e usando diversi metodi, perché sono una persona che si annoia a fare sempre la stessa cosa e questo mi porta ad appassionarmi con facilità a stimoli e situazioni sempre diverse. Dopo anni di esperienze come cantante di musica moderna ho iniziato a interessarmi all’insegnamento e, cercando scuole di musica dove insegnassero a insegnare, ho deciso di approfondire i miei studi frequentando il corso “Voice to teach”. Si tratta di un corso intensivo rivolto unicamente a insegnanti di canto, a seguito del quale si sostiene un esame che ti consente di essere inserito in un albo di insegnanti riconosciuti, esperti in questo metodo. Il percorso è intermetodologico e affronta svariati aspetti, legati all’anatomia, come anche ai meccanismi muscolari interessati dall’uso della voce nelle sue varie declinazioni, dal canto lirico fino all’utilizzo della vocalità estrema. Quest’esperienza, facendomi conoscere nuovi modi di poter fare musica, mi ha dato una forte spinta nell’ambito della ricerca e della sperimentazione vocale e così successivamente, desiderando avere una base scientifica di supporto al mio lavoro e al mio percorso di ricerca, ho deciso di frequentare il Corso di Alta Formazione in Vocologia Artistica, promosso dall’Università di Bologna presso il campus universitario di Ravenna. Al termine di questo percorso ho presentato una tesi dal titolo “Lezioni al buio”. Attualmente seguo il “Natural mix singing”, un corso molto interessante che rientra tra quelli certificati da Marco Clarizia. FP Da cosa nasce la tua tesi? Perché “Lezioni al buio”? FF Inizialmente non avevo alcuna idea di come avrei impostato il lavoro, anche perché molte tematiche, in ambito vocale, sono già state ampiamente affrontate e non sapevo cosa avrei potuto approfondire. E’ stato illuminante il confronto avuto con una mia insegnante, che mi ha consigliato di riflettere sulla mia esperienza personale, invitandomi a pensare di scrivere qualcosa partendo direttamente da me stessa. Così ho ricordato una conversazione importante avuta qualche tempo prima con un mio collega cantante, che studiava con la mia stessa insegnante. Aveva condiviso con me la sua difficoltà nel comprendere i consigli della docente quando, durante le lezioni di canto, gli suggeriva di abbassare la laringe o sollevare il palato, mentre per me non era così difficile sentire la presenza di certe strutture anatomiche e percepire alcune zone interne, in cui la voce risuona. Lui ebbe allora l’intuizione che forse questa mia condizione di “buio” potesse essere un vantaggio e iniziò a studiare ad occhi chiusi. Mi raccontò in seguito che questa esperienza lo aiutò a comprendere più concretamente alcuni concetti e a percepire sia il corpo che il canto in modo diverso. Questo è stato il punto di partenza della mia tesi di laurea, dove infine ho elaborato un percorso didattico esperienziale per verificare se studiare canto al buio potesse effettivamente avere senso. FP Interessante! Come l’hai organizzato? FF Ho scelto di utilizzare casa mia perché è il luogo in cui abitualmente faccio lezione. L’ho trasformata in una specie di bunker mettendo teli scuri alle finestre in modo da oscurare ogni cosa e rendere il buio il più naturale possibile. Utilizzare solo bende sugli occhi avrebbe falsato il lavoro perché dalla benda un po’ di luce riesce comunque a filtrare e poi sul viso si sarebbe avvertito qualcosa di estraneo. Io invece volevo che le sensazioni fossero percepite in totale libertà e senza fastidi. Per sollecitare la percezione di alcune zone del corpo ho proposto esercizi per la respirazione, alcuni vocalizzi e poi il canto di un brano a cappella. Il mio obiettivo non era cercare tecnicismi ma verificare cosa cambiava nella voce dei partecipanti quando cantavano al buio. FP Quanti cantanti hanno aderito a questo tuo progetto? FF Con mia grande sorpresa le adesioni sono state tantissime. Molti colleghi e amici hanno partecipato personalmente e condiviso con entusiasmo questa proposta di ricerca anche con i loro allievi, ma per questioni di tempo ho dovuto scegliere di lavorare solo con dieci persone, sia professionisti che principianti. Ho diviso i dieci partecipanti in due gruppi e ho proposto loro una serie di esercizi uguali, con la differenza che il primo gruppo li ha eseguiti prima alla luce e poi al buio, mentre il secondo gruppo in sequenza contraria, cioè prima al buio e poi alla luce. Ogni partecipante ha poi fatto un’autovalutazione della sua esperienza raccontando a caldo le sensazioni provate durante le due fasi di lavoro, quale parte del corpo avesse sentito lavorare di più e in che momento, quale muscolo avesse percepito e quale no. Abbiamo valutato l’emissione della voce, la fluidità del suono e la precisione dell’intonazione usando una scala di valutazione da 0 a 10 (0 = poco, 10 = tantissimo). Confrontando i dati ricavati dalle varie esperienze è emerso che, soprattutto per i principianti, la prova al buio è stata molto forte, con un punteggio tra 9 e 10, rispetto a quella fatta alla luce, con un punteggio infatti nettamente inferiore, tra 2 e 3, a prova del fatto che le sensazioni al buio fossero state più chiare e immediate da percepire. Nell’osservare ciò che stava accadendo ho ripensato al corso PRO-EL1 che ho seguito qualche anno fa con il foniatra spagnolo Alfonso Borragan, ideatore del Metodo Propriocettivo Elastico, volto a stimolare la consapevolezza e la propriocezione corporea. Il metodo si usa prevalentemente nella riabilitazione delle patologie della voce, ma può esser usato anche durante gli esercizi di tecnica vocale: utilizza posizioni di instabilità per rompere le rigidità e obbligare il corpo a trovare nuovi assetti. Ho riflettuto così sul fatto che anche il buio è una forma di instabilità perché cambia gli equilibri, impone la ricerca di un nuovo assetto e il superamento di un limite, anche vocale. FP Quindi cosa è emerso? FF Ho provato a fare una piccola statistica, una piccola analisi dello spettro sonoro delle varie registrazioni ed è risultato evidente che al buio esso fosse molto più ricco, c’era molto più suono! Non ho utilizzato una strumentazione molto sofisticata né ho eseguito un’analisi accurata per ogni parametro fisico-acustico, ma quello che volevo capire è emerso chiaramente: il lavoro al buio può essere utile a un allievo perché arricchisce la qualità della sua emissione. E’ stata un’esperienza molto importante per me. Mi piacerebbe avere lo spazio per aprire dei laboratori e strutturarla ancora meglio per poterla proporre come percorso esperienziale, in cui esplorare il dialogo tra voce e musica nel buio più assoluto, come è quello della persona non-vedente. FP Possiamo dire che il buio ti porta ad ascoltare di più? FF Penso che chi non vede ricerchi maggiormente nel corpo una sensazione o una vibrazione. Se un organo di senso non funziona il corpo cerca di sviluppare di più tutti gli altri per aiutarlo a sentire di più. Così accade spesso che con la luce si abbiano maggiori difficoltà a coordinare i movimenti che un’insegnante chiede e ci si confonda a eseguire le indicazioni di azioni complesse, come per esempio alzare il braccio destro e la gamba sinistra contemporaneamente. Al buio invece è inevitabile prestare più attenzione alle parole dell’insegnante e cercare quindi da sé ogni movimento con più accuratezza, perché non si possono copiare i suoi gesti. FP Quindi possiamo dire che la diversità si può trasformare in una considerevole capacità? FF Secondo me si. Chi è disabile di fatto vive in un contesto in cui deve costantemente trovare delle soluzioni alternative, anche solo per farsi un tè, e non è detto che la stessa soluzione valga per tutti. FP Che idee ci sono per la divulgazione dei tuoi progetti così belli e ricchi di esperienza e sopratutto di molta attenzione per l’altro? FF Vorrei creare dei laboratori, qualcosa che possa aiutare quegli insegnanti che si trovano ad avere in classe allievi non vedenti. L’intervento che ho fatto a Ravenna lo scorso ottobre, in occasione del XII Convegno Internazionale di Logopedia e Foniatria “La Voce Artistica”, ha trattato appunto le “Lezioni al buio”, focalizzando l’attenzione su alcuni consigli utili a un’insegnante che dovesse trovarsi a lavorare con un allievo non vedente per non essere preso totalmente alla sprovvista. L’approccio deve essere molto diverso perché il cantante, il performer non vedente ha necessità di lavorare su cose diverse da allievi vedenti. L’idea che ho per il futuro è quella di continuare con l’insegnamento e di avere sempre più allievi, di potergli rendere accessibile e fruibile ciò che amo e che loro amano. La speranza è di riuscire a fornire loro quanti più strumenti possibili per dare a tutti l’opportunità di fare musica, ognuno con le sue possibilità, senza escludere nessuno perché chiunque voglia cantare ha il diritto di farlo. La cosa bella dell’insegnare è proprio riuscire a fare andare l’allievo oltre il suo limite, aiutare la persona e fargli fare una cosa che gli piace e che lo fa star bene. FP Sarebbe interessante divulgare i tuoi corsi anche presso gli studi medici? FF Mi piacerebbe molto collaborare con chi lavora nell’ambito delle neuroscienze e confrontarmi anche con altri professionisti, psicologi, foniatri, per ampliare questa tematica della percezione al buio che, rispetto ad altre, non presenta, ad oggi, ricerche approfondite. FP Secondo te questo lavoro potrebbe essere utile per i bambini? FF Certamente sì e immagino che esprimerebbero le sensazioni più svariate. In questi ultimi tempi i bambini crescono con una stimolazione visiva costante e sfrenata, data soprattutto dall’uso smodato di computer, cellulari e videogiochi, e in generale appaiono sempre parecchio agitati; fare un lavoro di stimolazione sensoriale utilizzando il canto e la musica al buio potrebbe aiutarli ad avere un altro approccio alle cose e potrebbe aumentare la capacità di ascolto dell’altro, perché al buio, come dicevamo prima, sei costretto ad ascoltare con più attenzione il comando verbale dell’altro per compiere l’azione richiesta. Oltretutto, durante il lavoro sulla tesi, ho notato come al buio la maggior parte delle persone cantasse senza urlare, probabilmente perché la maggiore attenzione uditiva si riflette in un controllo maggiore dell’emissione e quindi dell’intensità vocale. Ma questa è una mia teoria che andrebbe approfondita. FP Sono particolarmente affascinata da tutto quello che mi hai raccontato e mi piacerebbe sapere quali siano i tuoi progetti come cantante. FF Attualmente “FaSi”, il duo nel quale canto con il mio chitarrista e suoniamo cover Pop, Rock e Jazz. Faccio parte poi di un gruppo che è una tribute band a un complesso Metal molto famoso nel genere, i Nightwish. Anche chi non amasse il Metal potrebbe trovare affascinante questo genere, il Sinfonic Metal, dove ci sono parti orchestrali e spesso il cantato è di tipo lirico. Infine sono impegnata anche con un altro gruppo Rock, i Babazuf, dove facciamo cose diverse: partiamo dalla scena di un film e campioniamo parti di dialogo del film nella canzone. A gennaio dello scorso anno abbiamo composto il nostro primo EP di inediti. In giugno e luglio abbiamo tenuto concerti molto apprezzati e quello che mi è piaciuto di più è stato in occasione del “Corto Film Festival” tenutosi in Brianza, dove abbiamo cantato in un cinema mentre venivano proiettate le immagini del film: è stato magico per noi ma anche per il pubblico, attento ed emozionato sino alla fine. FP Ti ringrazio per averci regalato questo momento di confronto e per averci raccontato di te. E’ stato un piacere scoprire dai tuoi racconti una personalità così eclettica e libera da stereotipi, scoprire soprattutto la tua capacità di trasmettere la potenzialità di risorse sensoriali diverse. Link pagina facebook di Fabiana Francesconi https://www.facebook.com/fabythevoice/

Note

  1. Ndr: PROEL è l’ acronimo con cui viene definito il Metodo Propriocettivo Elastico.

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