Il cerchio, il facilitatore, il dono: conversazione con Albert Hera

Circle songs e improvvisazione vocale: ruolo del facilitatore, ascolto e relazione nel cerchio.

Conversazione con Albert Hera

Ho avuto l’onore e il piacere di conversare con Albert Hera sul tema dell’educazione musicale, dell’apprendimento e della relazione allievo-insegnante. Una telefonata che doveva contenere la richiesta di un articolo che tracciasse i contenuti della sua esperienza musicale di formatore attraverso le Circle Songs, è diventata, con mia grande sorpresa, un dialogo ricco di riflessioni sul modo di stare dentro la vita, prima ancora che sul modo di vivere un ideale educativo, riscoprendo, con disarmante evidenza, che ogni buona relazione educativa impone di educarsi per primi al dono dell’amore, attraverso il quale ognuno può riscoprirsi sorgente e cercatore di infinito. E così dalla richiesta “raccontami la tua esperienza educativa attraverso il cerchio”, è iniziato un viaggio spirituale con Albert, sincero e generoso, che alla parola “insegnamento” sostituisce “educazione alla felicità”.

Iniziamo subito affrontando il ruolo del “facilitatore” nel cerchio. Nella gestione dell’educazione e dell’apprendimento, secondo Albert, c’è sempre un principio di asimmetria di posizioni che non è subdolo né pesante e che, in un dialogo relazionale, definisce i ruoli, così come accade nel circle singing, dove il libero arbitrio esecutivo dei partecipanti è sempre concesso ma viene trasmesso, in modo empatico, dal facilitatore. Questo sistema di relazioni determina ciò che per Albert è il carisma di sottocategoria, qualcosa che non è espresso e che non corrisponde a un modo di essere leader al centro dell’educazione ma, piuttosto, definisce un modo di essere elementi carismatici di promozione dei processi di apprendimento. Ogni singolo facilitatore può essere rappresentato come una micro cellula di ego che muove dei processi. Se tali processi, nella relazione con la parte ricevente, vengono mantenuti in una stabilità di equilibrio e di rispetto, si instaura una relazione a doppia mandata: allo stesso tempo esiste qualcosa che consegni e qualcosa che ti viene consegnato.

Albert racconta come nella sua vita, prima di diventare educatore, abbia sempre pensato a come avrebbe voluto essere educato, e mi invita a riflettere sul fatto che tutto il senso sta proprio in questa riflessione. Spesso infatti accade di pensare unicamente a una relazione da me verso l’altro, ma raramente pensiamo a come possiamo essere noi educatori di noi stessi prima che degli altri. L’ideale di educatore e anche di ricettore si matura nella consapevolezza che, se vuoi diventare maestro degli altri, devi prima diventare maestro di te stesso e, per logica, se vuoi essere maestro di te stesso, devi prima di tutto comprendere come vorresti essere educato!

Ci troviamo d’accordo sul fatto che l’educazione non può essere standard, non può essere neanche funzionale a una metodologia e non può essere unica, perché deve essere vissuta nel rispetto di ogni singolo. Ciò risulta in linea con il mio lavoro di educazione musicale svolto attraverso la Music Learning Theory (MLT) di E. Gordon, la cui pratica educativa mette al centro il singolo bambino e i suoi tempi di assorbimento, nel rispetto delle modalità di ascolto di ognuno e in una disponibilità continua ad accogliere lo spazio e il tempo dell’altro.

Come nella MLT, per Albert la forma prediletta per favorire il processo di scambio è il cerchio; siamo dunque di fronte a una relazione circolare, la cui variabile è la caratteristica ogni volta originale del cerchio, intesa come variabile della singola entità. La variabile del cerchio, dice Albert, è la sommatoria di variabili micro sistemiche che dialogano fra di loro, quindi ogni cerchio crea una nuova dimensione educativa. Ecco perché il cerchio è una grande risorsa, in quanto permette agli educatori di generare ogni volta una nuova e unica forma della relazione, senza grandi sicurezze che porterebbero, a suo avviso, ad essere educatori del nulla. Ciò che Albert ricerca nella relazione educativa, e che sottolinea con decisione in questo dialogo sempre più complesso, non è la soluzione ma la strada dell’infinito. Nella relazione non cerca la soluzione ma un principio, una cellula madre o scintilla, che corrisponde alla parola dono.

«La parola dono è l’elemento chiave per definire il piano di consegna. Non possiamo consegnare educazione, bisogna prima consegnare il dono dell’educazione…»

Dunque nel dono non c’è richiesta di qualcosa in restituzione, il dono ti consegna qualcosa e al suo interno, continua Albert, contiene il secondo aspetto dell’educazione che si chiama amore! L’amore è un valore essenziale per poter educare ed essere educatori di noi stessi, e dal quale origina il rispetto. Ci troviamo d’accordo che solo dall’amore può scaturire tutto ciò che lega gli esseri umani tra loro, e che è inutile mettere il rispetto davanti all’amore, è invece l’amore stesso a sviluppare, a effetto domino, il rispetto dell’individuo e della sua unicità.

Se nella relazione a passare per primo è l’insegnamento, il rischio è di promuovere quello che è più spesso il processo educativo dei tempi nostri, un processo deformato che mette al primo posto l’esposizione del proprio sapere e che si chiama obbligo. Ma non possiamo essere educatori dell’obbligo, e da ciò appare evidente a entrambi che un errore concettuale emerge anche nella nostra comune forma della società educativa nella quale siamo immersi, che definisce e di conseguenza ci inserisce nella Scuola dell’obbligo.

«Io la chiamo la Scuola del Piacere… se vogliamo essere dei buoni educatori dobbiamo educare al piacere, alla felicità, all’amore per il prossimo…»

A questo punto la nostra intensa discussione entra nel senso della spiritualità educativa: siamo dei messaggeri di educazione e come tali abbiamo una missione educativa che deve avere un principio: quello spirituale. È una forma laica di spiritualità che ha sempre alla base il dono, l’amore e il rispetto dell’altro. La forma del cerchio favorisce tutto questo.

Bisogna però fare molta attenzione a non confondere colui che si trova al centro del cerchio come l’elemento di maggiore forza. In realtà chi è al centro, spiega Albert, è debole perché è solo, ma in questa posizione, da questa prospettiva centrale si impara tantissimo essendo equidistante dai punti della circonferenza. Quel centro definisce l’origine del cerchio ma non il cerchio stesso: il facilitatore deve imparare a non essere forte del centro, ma ad essere forte di essere quella scintilla che produce una riverberazione di tantissimi punti infiniti che stanno nella circonferenza. Quindi il cerchio non è il facilitatore, il cerchio è esterno. Il facilitatore è quello che ne trasferisce la bellezza.

Il rischio, aggiungo io, è che si possa ragionare un po’ come nella galassia dove c’è un sole e gli altri pianeti che gli ruotano attorno. Ma questo per Albert sarebbe come alimentare un ideale di auto centratura che porterebbe a un “leader del centro” invece che a stravolgere un po’ queste dimensioni: il vero sole è il cerchio e il facilitatore è la luna, quindi un satellite che gira e che dà forma alla realtà della galassia.

Per verificare se ho compreso bene intervengo chiedendogli se dunque, in questa prospettiva, il facilitatore non esisterebbe se non ci fosse il cerchio e viceversa. La risposta è inequivocabilmente sì. Gli elementi non possono essere separati altrimenti la relazione subirebbe un’interruzione. Lui la definisce educazione per osmosi, dunque un rapporto dove gli elementi non possono essere separati, e per comprenderli bisogna contestualizzarli nell’analisi dell’insieme.

Se pensiamo all’acqua essa è composta da idrogeno e ossigeno, due elementi gassosi, ma l’acqua è liquida; io posso imparare a capire l’idrogeno, posso imparare a capire l’ossigeno ma da ciò non capisco l’acqua, perché è liquida. Traslando l’esempio sul piano educativo l’apprendimento è come l’acqua, cioè l’elemento di condivisione osmotica di due princìpi. Se pensiamo al suono è la stessa cosa, nel senso che esso non può essere scisso dal respiro né dalle emozioni, dallo spirito. Se il suono si studia e si analizza separatamente nelle singole parti, senza operare quella fusione osmotica tra gli elementi, quando poi si deve cantare i valori di apprendimento saltano e sul palco nascono le paure.

Gli domando perché si ha paura di stare su un palco. Albert risponde: perché sul palco bisogna non solo stare bene, ma bisogna essere fieri di starci; bisogna semmai avere paura di non essere all’altezza di quella che chiama “spiritualità espressiva”, non del pubblico. Non ho paura del giudizio perché se sei un’entità libera non puoi avere paura di qualcosa che ti piace fare. Se al pubblico non piace quello che fai è giusto, non è sbagliato, perché la risonanza di quello che fai non colpisce tutto il mondo, altrimenti saresti un dio in terra.

Questa buona provocazione mi sollecita una riflessione sui professionisti dell’arte, musicisti, cantanti, attori, perché togliere il giudizio di se stessi permetterebbe a molti di diminuire quell’ansia da prestazione che si nasconde sempre dietro l’angolo e che rende l’artista generalmente preoccupato di dover essere sempre ineccepibile nella propria performance. Questo sguardo più centrato nei confronti di se stessi aiuterebbe a scardinare la paura dell’errore.

Per Albert l’errore è l’elemento chiave: lo chiama il rapporto di “sudditanza artistica”. Dobbiamo essere educatori fino in fondo, non solo a metà, e quando noi educhiamo non educhiamo al sapere ma dobbiamo educare anche al principio della saggezza, e l’elemento chiave della saggezza si chiama comprensione degli errori.

Affrontiamo così il tema dello studio e della tecnica in termini decisamente più profondi rispetto a quello che queste due parole normalmente evocano. Albert chiarisce che per lui la tecnica è l’elemento chiave non per determinare la soluzione, ma per comprendere come essere sempre più immersi nel dono: la chiama la tecnica del dono. Anche il dono è una tecnica, e a questa tecnica ci si educa partendo dalle piccole cose e riflettendo sui piccoli gesti.

Inizia un interessante dibattito sul concetto di gratuità del dono. Albert sostiene che il dono non è gratuito, intendendo che il dono viaggia nel tempo e ha un peso. Ha un valore estremo. Preferisce non usare la parola gratuità quando si parla di dono, seppur esso non ha voglia di ricevere nulla in cambio. Non è gratuito nel senso che ha un valore talmente grande che quando lo ricevi ti fa restare senza fiato e ti commuove, ma il dono non è gratis. Perché dentro ha la tua passione e la tua energia.

Io rispondo che non ho mai associato al termine gratuito l’idea che l’oggetto in discussione, per il fatto di essere gratuito, fosse di poco valore. La donazione gratuita per me non esclude il valore del dono, anzi rimette a posto il concetto della donazione e la valorizza. C’è un principio di donazione che è ontologico e che appartiene proprio al principio dell’esistenza, che da dono ricevuto non può far altro che essere donata.

Tornando al cerchio e al facilitatore gli domando se nella sua proposta di lavoro il facilitatore esca mai dal cerchio. Cioè se può esistere un cerchio che viene innescato dal facilitatore e che, a un certo punto, sopravvive senza il facilitatore.

Albert risponde che questa sperimentazione potrebbe esistere ma non sarebbe duratura. La responsabilità di essere facilitatori definisce un piano educativo. Il facilitatore è quello che definisce la forma del cerchio, è una scintilla, non è il cerchio, ma ne produce una realizzazione come se fosse un big bang, apre cioè la possibilità di risoluzione: può decidere di andare nella componente del cerchio, oppure restare se il cerchio lo definisce ancora necessario. Non è che lui decide di uscire fuori: il cerchio decide di prenderlo con sé o di lasciarlo lì e questo si definisce “democrazia della responsabilità”.

Avviandoci verso la fine gli chiedo come, con i suoi musicisti, prepari lo spettacolo che li vede protagonisti, in cerchio, di un’armonia di suoni e voci.

Albert sottolinea che nulla di quello che si ascolta durante uno spettacolo di circle singing è preparato, perché la performance è il frutto di una strategia che è quella dell’apprendimento multisensoriale: non si basa sul principio meccanico esecutivo della voce, ma sul principio di relazione sensoriale della voce. Il facilitatore non ha la visione completa del cerchio: c’è sempre quella che chiama “la visione della luna nera e luna bianca”.

Gli chiedo se lui ha mai avuto momenti in cui il suo ego ha prevalso sullo scambio e sull’ascolto del cerchio, e con una sincerità spiazzante rivela di sì. Ringrazia però quei momenti e li riconosce come parte del suo processo di crescita.

«Se vuoi diventare un buon educatore devi imparare ad accettare i tuoi errori e definirli sempre, in ogni luogo e, di fronte a ogni persona, accettare che puoi anche perdere domani, ma non vivere l’illusione di un’educazione perfetta».

Con questa raccomandazione si chiude questo intenso dialogo con Albert Hera, una conversazione a doppia mandata, dove il Noi ha prevalso sull’io e ha permesso a entrambi di provare ad andare più a fondo di quelli che siamo. Posso solo ringraziare Albert per tanta generosità, per essersi raccontato, esposto e coinvolto senza remore in questo complesso viaggio in tema di educazione e apprendimento, e mi auguro di incontrarlo presto per vivere insieme un cerchio di suoni che sia scintilla di infinito.

Segnaliamo la rivista ideata e diretta da Albert Hera “SIING” che ci fa viaggiare nel mondo della voce.

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