Editoriale N° 2 – Goodbye song for Gordon

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Un saluto a Edwin E. Gordon: eredità, leggerezza, ricerca e pratica con i bambini.

Edwin Gordon ci ha lasciato. Il padre della Music Learning Theory è mancato il 4 dicembre scorso all’età di 88 anni.

Avremmo voluto tutti raccontargli un’ultima barzelletta o inviargliela, come chiesto dalla figlia al mondo intero che la interrogava sulle condizioni del padre dopo l’ennesimo ricovero per un peggioramento della malattia, “Mandateci delle barzellette, possibilmente tradotte, che gli faranno sicuramente piacere.” In effetti non mancava mai di raccontarne una alle sue lezioni ed era sempre interessato a conoscerne di nuove, che amava personalizzare con gusto infilandoci spesso la povera moglie come controfigura del suo comico protagonismo. Questa leggerezza di spirito, e uso il termine “leggerezza” pensando all’elogio che ne fa Calvino, ovvero come uno stato dell’essere che ci permette di levitare, di innalzarci, penso fosse la stessa che lo portava a dedicarsi con pari entusiasmo ai protocolli di ricerca in ambito accademico sui test di misurazione dell’attitudine musicale e sull’apprendimento, come anche a toccarle con mano nelle sue sessioni musicali con neonati e piccini in età prescolare. E’ stato un piacere vedere un uomo grande e grosso di poco meno di 80 anni divertirsi a caracollare con i bambini durante il canto per poi capitolare a terra con loro nella cadenza o giocare a “schiaffetto” connotando musicalmente il gioco.

Nel lasciarmi trasportare dalla nostalgia dell’assenza cullata dalle note malinconiche della sua Good-bye song, vorrei tracciare il mio ricordo di Edwin Gordon e rivisitare quello che mi ha lasciato e che alimenta la mia ricerca ed esperienza nel campo dell’educazione musicale ispirata alla Music Learning Theory.

Penso sia importante ricordare innanzitutto, al di là degli esiti del suo immenso lavoro, lo spirito di grande curiosità e interesse che lo contraddistingueva, per nulla teso a recintare o precettare i risultati raggiunti entro limiti inviolabili o a imprimere marchi di paternità alla sua teoria. Era animato piuttosto da quella che riteneva una necessità, di spiegarla, discuterla, criticarla e se il caso aggiustarla in base a nuovi riscontri, concreti e convincenti, fondamentalmente quella di offrire una chiave per aprire l’attitudine musicale innata che ci accompagna fin dalla nostra vita intrauterina. E’ curioso infatti scoprire come Gordon, una volta lasciato il mondo delle jazz-band e dei concerti e dedicatosi all’insegnamento, abbia visto via via diminuire l’età media dei suoi studenti perché il suo interesse si orientò ben presto ai processi di apprendimento musicale anziché ai metodi di insegnamento e quindi all’infanzia e alla fase neonatale.

Ricordo la prima volta che lo incontrai, entrai nell’aula della sua imminente lezione e subito mi balzarono agli occhi due orecchie enormi, lui seduto al pianoforte che cercava uno standard. Involontariamente associai il concetto di audiation a quelle dimensioni e l’ascolto musicale divenne per me una tautologia dell’apprendimento.

Grande era lo stupore di Gordon rispetto il fatto che la gestazione, se così si può dire, dell’apprendimento implicito in musica fosse completamente trascurata e che un bambino, diversamente da ciò che succede per l’apprendimento della propria lingua, fosse di colpo messo di fronte a spartito e strumento per cavarci musica senza portarvi quella che già conosce, canta e ascolta. Durante i processi di apprendimento implicito si sviluppa inconsapevolmente una sensibilità alla sintassi musicale cui si è esposti senza necessità di insegnamento. Musica e linguaggio condividono lo stesso processo di formazione di senso, l’audiation è il processo attraverso cui diamo senso alla musica allo stesso modo in cui attraverso il pensiero diamo senso alle parole di un discorso. E’ interessante la riflessione di Gordon sull’uso diverso della parola “musica” se fosse un verbo anziché un sostantivo. A quel punto il concetto di audiation sarebbe sottinteso e non necessiterebbe spiegazioni: a un amico, per chiedergli se conosca il tal pezzo, diremmo semplicemente “Hai mai musicato Oblivion?” invece di “Hai mai sentito o hai mai ascoltato Oblivion?”

E’ difficile tratteggiare un ricordo di Gordon senza parlare di audiation e Music Learning Theory, anche perché sono diventate i punti di riferimento della vita professionale di molti di noi.

In fondo è tutto così semplice e logico, sembrava dirti ogni volta, “il suono in se stesso non è musica. Lo diventa attraverso l’audiation, quando, allo stesso modo che con il linguaggio, traduci i suoni nella tua mente e gli dai senso identificandoli come musica.” “Try yourself!”

Mi ha sempre colpito la palese semplicità e logica consequenzialità della teoria dell’apprendimento musicale, mirata allo sviluppo dell’audiation e quindi per nulla esclusiva rispetto altre modalità di educazione musicale. A scuola, nelle ore di lettere, si fa analisi grammaticale, logica e lessicale senza smettere per questo di fare epica o antologia o di discutere di attualità.

L’importante è che il percorso di educazione musicale preveda un momento in cui l’ago della bussola sia orientato al dialogo con i pattern tonali e ritmici perché diano il senso di una graduale enucleazione di costanti strutturali e funzionali rispetto la musica ascoltata, allo stesso modo in cui l’apprendimento implicito del linguaggio porta a riconoscere le costanti fono-articolatorie e morfosintattiche della lingua cui veniamo esposti, in assenza di insegnamento esplicito, ma semplicemente “a orecchio”.

Aver definito per analogia e differenza con il linguaggio verbale la processualità sottesa all’ascolto, riconoscimento e produzione di musica come audiation significa riconoscere e distinguere un apprendimento musicale implicito che funziona da base su cui si va ad edificare un apprendimento formale e strutturato e Gordon non si stancava mai di ripetere che quanto più questa base fosse stata ampia e solida tanto maggiore sarebbe stato l’edificio che ci avrei potuto costruire sopra. L’apprendimento implicito non deve essere assolutamente trascurato o ancellare al linguaggio verbale o figurativo, ma potenziato e curato miratamente seguendo gli stessi processi che portano un bambino ad affrontare lo studio della propria lingua solo con l’avvio dell’istruzione scolastica formale, dai 5/6 anni in poi, quindi solo dopo un ampio periodo di acculturazione grazie al quale già si esprime con essa con disinvoltura. L’uso sequenziale di pattern tonali e ritmici durante le sessioni canore con i bambini fondamentalmente ci mette in grado di agire in tal senso anche per quanto riguarda la musica perché pone in evidenza il legame tra contesto e contenuto sintattico. E’ il filo d’Arianna che percorre tutta la Music Learning Theory, nell’istruzione informale come in quella formale, nelle sessioni canore con i neonati come in quelle con gli adulti.

Per uscire dall’analogia e entrare ora nella differenza di musica e linguaggio vorrei dedicare due parole a ritmo e movimento, tempo e spazio, perché ritengo che qui Gordon abbia ancora una volta spostato più in là l’asticella della nostra conoscenza. Mi piace pensare alle sue considerazioni sul tempo musicale in termini einsteiniani, ovvero che ne sottolineino la sua inscindibilità e reciproca dipendenza dallo spazio, quasi fossero un’unica dimensione. Il respiro e il movimento come spazio del suono ci toglie dalle anguste ristrettezze di misura e durata metrica per aprirci ad una dimensione di percezione del tempo nello spazio di un corpo in movimento, del tempo risultante dalla percezione di un flusso motorio attraverso lo spazio, di un peso che muovendosi è gravitato ad appoggiarsi dalle e sulle pulsazioni della musica che lo accompagna.

Vorrei concludere questo saluto al Maestro ricordando l’episodio che raccontava come la sua epifania dell’audiation. Il fatto risale all’inizio degli anni ’70, epoca in cui stava svolgendo uno studio triennale di validità predittiva longitudinale di Musical Aptitude Profile (MAP), un test di mappatura dell’attitudine musicale elaborato nel 1967 e somministrato a più di 10000 studenti. Poche settimane dopo aver cominciato lo studio torna in una scuola elementare in cui aveva già lavorato precedentemente e verificato con MAP l’attitudine musicale dei ragazzi e scopre che uno di loro, in classe quarta, che aveva ottenuto il punteggio massimo in tutte le competenze musicali saggiate dal test e lasciava quindi ben sperare per gli esiti dello studio appena in corso, aveva smesso di suonare il sax. Aveva perso entusiasmo e motivazione nello studio dimostrandosi una nullità in tutto ciò che faceva con lo strumento fino a decidere, d’accordo con l’insegnante, di lasciar perdere. Gordon rimase profondamente colpito della cosa e ottenne il permesso di potergli parlare per chiarire cosa fosse successo. Il bambino, dopo qualche indugio, ammise di essersi reso conto di non avere doti musicali perché il professore chiamava la nota sempre con lo stesso nome anche quando lui pensava fosse diversa. A quel punto Gordon capì cosa fosse successo. Quando il ragazzo pensava a G come do della tonalità di G maggiore o come sol nella tonalità di C maggiore, il professore lo chiamava sempre e comunque G. Il ragazzo era frustrato perché il professore era ancorato ad un inefficace sistema fisso di lettura della musica e credeva che l’alunno soffrisse di qualche deficit di apprendimento.

Il senso è manifesto e inutile dire che il percorso di ricerca di Gordon si trovò a dover fare i conti con le intuizioni e riflessioni preziose indotte da quell’esperienza e da anni di lavoro e messa a punto di test di valutazione dell’attitudine musicale, che lo hanno portato a studiare le leggi della statistica e le loro applicazioni nella ricerca per poterle usare nella formulazione dei test e nella lettura dei dati raccolti senza incorrere in clamorosi fraintendimenti e senza abdicare l’osservazione empirica dei fenomeni studiati.

Quella che fu per lui la rivelazione di un concetto fondamentale della sua teoria a noi sembra la logica conseguenza della funzionalità dell’apprendimento musicale che ci ha spiegato perché in fondo l’epifania della nostra audiation l’abbiamo vissuta con lui, che da grande passeur di conoscenza quale è stato è riuscito a trasmettere al meglio e al maggior numero di persone il piacere di imparare la musica, consapevole che la pedagogia non può erigere sacrari in difesa della Musica senza preoccuparsi di creare nuovi musicisti!

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