Là dove ancora si canta: Singing Tour nella Georgia caucasica

Viaggio-studio nella polifonia georgiana: contesti, forme vocali, improvvisazione e trasmissione orale.

Georgia: dove, come, quando e perché

Il canto polifonico georgiano è stato il primo patrimonio immateriale dell’umanità ad essere inserito nella lista UNESCO nel 2001.

Fenomeno di grande e variegata complessità, costituisce una delle più antiche tradizioni della Georgia Caucasica, presente almeno dal IV secolo, quando il cristianesimo fu adottato come religione di Stato. [trovare citazione]

La Georgia – in georgiano Saqartvelo – si trova incastonata tra Europa ed Asia, tra Occidente ed Oriente, rappresenta il primo grande avamposto cristiano dal momento e la tradizione vuole che sia stata cristianizzata nel IV secolo da Santa Nino.

Attraversata dall’antica Via della Seta, confina con la Turchia, la Russia, l’Armenia e l’Azerbaijan. È un paese con una complessa storia politica, protagonista, anche nella storia più recente, di guerre civili ed occupazioni. Ancora oggi il 20% del territorio è occupato dalla Russia e dove, come spesso accade nei luoghi che si lasciano alle spalle conflitti ed eventi bellici, si evidenziano forti contraddizioni sia dal punto di vista economico che sociale. Basti pensare che nelle classificazioni geopolitiche la Georgia viene assimilata talvolta all’Europa e in altri casi all’Asia1.

Il mio primo viaggio in Georgia risale all’autunno del 2016, grazie al fortunato incontro con il regista ed etnodocumentarista Renato Morelli e con il Melbourne Georgian Choir, con sede a Melbourne specializzato nel repertorio georgiano, diretto dal professor Joseph Jordania, studioso georgiano emigrato in Australia.

Ogni due anni a Tbilisi si tiene un’importante manifestazione dedicata al canto che porta in città musicisti e specialisti della musica polifonica provenienti da tutto il mondo: il Simposio Internazionale di Polifonia Tradizionale, organizzato inoltre dal Conservatorio Statale Vano Sarajishvili di Tbilisi in collaborazione con il Centro Internazionale di ricerche di polifonia tradizionale, il Centro di musica folk georgiana ed il Centro Statale di folklore georgiano, sotto l’Alto Patronato del Presidente della Georgia e con il sostegno del Ministero della Cultura e della Fondazione Nazionale di Scienze Shota Rustaveli.

Tradizionalmente, prima di ogni simposio, il Melbourne Georgian Choir organizza un singing tour che nel 2016 è stato eccezionalmente aperto ad una piccola delegazione italiana di cui ho fatto parte.

Con singing tour si intende un viaggio studio nelle zone non solo rurali del paese, dove la tradizione del canto polifonico si è particolarmente sviluppata e conservata, custodita da famiglie di cantori rinomati e universalmente riconosciuti le quali ospitano nella propria casa coloro che desiderano apprendere questa cultura squisitamente orale, direttamente dalla viva voce dei suoi cantori.

Dopo questa esperienza del 2016 i miei viaggi in Georgia sono continuati e ho avuto modo di entrare sempre più in contatto con le persone e le comunità di coloro che cantano in questo paese sconosciuto ai più. La possibilità di trascorrere del tempo vivendo insieme a queste famiglie mi ha permesso attraverso un’osservazione partecipante di avere una piccola panoramica interna di questo mondo, musicalmente così lontano dall’attuale situazione europea.

Polifonie tradizionali georgiane: un breve quadro descrittivo

All’orecchio del novello ascoltatore le polifonie georgiane risultano spesso di ardua comprensione poiché, essendo costituite da linee melodiche non temperate, possono costituire una sfida per l’ascoltatore occidentale.

La maggioranza delle polifonie georgiane si compone di tre linee: la prima voce, pirueli khma, di tessitura più acuta che espone la melodia; la seconda voce, meore khma, che spesso intona il canto, di fatto conducendolo, e che rappresenta la parte più interna dell’armonia, rivelandosi talvolta difficilmente distinguibile nell’ascolto complessivo; la terza voce, il basso di accompagnamento, mesame o bani. Frequentemente queste tre voci, dopo aver disegnato polifonie articolate e complesse, concludono il brano all’unisono: la tradizione georgiana, di fede fortemente ortodossa, caratterizzata da un’intensa e diffusa devozione religiosa, vuole che ciò rappresenti simbolicamente la Trinità quindi pluralità ma anche unità perfetta. Un’altra caratteristica è costituita dall’improvvisazione che, come in molte altre tradizioni popolari di natura orale, riveste un ruolo fondamentale che si allontana dal senso di coralità a cui siamo abituati al mondo occidentale.

Per eseguire un canto con sezioni di improvvisazione è previsto infatti un solo cantore per la prima voce, un solo cantore per la seconda voce, mentre tutto il resto del coro canterà la voce bassa. Questo permette ai due interpreti delle voci principali di essere completamente liberi nell’improvvisare, nella creazione di abbellimenti, nell’espressione di intenzioni ed emozioni ed infine nell’interazione. Le voci basse hanno invece il compito di sostenere e creare uno sfondo alle voci dei due solisti.

In Georgia questa tradizione corale è ancora molto vitale rispetto all’Italia o ad altri paesi europei presenta aree in cui è particolarmente spiccata, perlopiù nelle zone più rurali del paese e zone dove invece è meno diffusa.

Detto ciò, appare piuttosto evidente a chiunque l’attraversi, che in Georgia c’è una dedizione ed un’attenzione particolare alla musica in generale cosicché può capitare di sentire cantare gli abitanti di un villaggio arroccato sul Caucaso, come anche un gruppo di amici che fa festa in un ristorante di Batumi, sulle sponde del Mar Nero o in qualche locale della capitale Tbilisi.

È fondamentale anche comprendere che la Georgia, pur essendo un paese di modeste dimensioni è composta da ben dodici regioni, ciascuna caratterizzata da originali modalità di canto, tanto che risulta talvolta superficiale parlare genericamente di “polifonie georgiane” non sapendo a quale stile e repertorio regionale ci si stia riferendo.

Entriamo ora nel dettaglio di alcune tradizioni regionali per avere un’idea della varietà e della diversità di stili e repertori, considerando che questa è solo una panoramica parziale e limitata alle aree del paese che fino ad oggi ho avuto modo di conoscere e studiare più approfonditamente.

La prima regione presa in esame è lo Svaneti, che si trova nel nord-ovest del paese e che comprende molte vette caucasiche tra cui il più alto insediamento abitato a circa 2.500 metri sul livello del mare, è protetto dall’ UNESCO ed è il luogo, per intenderci, dove secondo la mitologia greca fu incatenato Prometeo. È un territorio decisamente selvaggio ed estremamente rurale, dove oltre al georgiano si parla la lingua svanuri, completamente diversa ed incomprensibile al di fuori della regione. Lo Svaneti non ha mai conosciuto dominazioni esterne e, grazie alla sua posizione geografica, gli abitanti, detti svani, hanno sempre vissuto in autonomia ed indipendenza. Sono inoltre ancora vivissimi rituali e tradizioni religiose legate al culto pagano, ora blandamente incorporate nella liturgia ortodossa ma senza rinnegare l’antica origine precristiana. In questa regione si possono trovare gli esempi più arcaici della polifonia georgiana che paiono risalire addirittura a 4.000 anni fa. La struttura dei canti è la medesima illustrata sopra, ma qui si scoprono da un lato molti canti in cui il tempo musicale, il tactus, si dilata fortemente creando un fluire di voci possente e libero da costrizioni ritmiche; dall’altro, molti brani a ballo che, presentano una forte componente ritmica. In molti di questi canti, le parole sono così antiche che si sono tramutate in fonemi prevalentemente vocalici che hanno assunto un significato simbolico e rituale perdendo di fatto quello letterale. Un vero e proprio caso in cui l’aspetto semantico della parola si fa tutt’uno con la musica e dalla musica trae sostanza e consistenza.

Nei villaggi dello Svaneti è tutt’ora possibile ascoltare lo zari, un canto funebre maschile molto rappresentativo dello stile espressivo ed esecutivo di questa zona.

Strumenti tipici di questa zona sono il giuniri, uno strumento ad arco caratterizzato da un’accordatura aperta, funzionale al canto ricco di improvvisazione che si presta ad accompagnare, e il changhi, una sorta di arpa. Entrambi gli strumenti sono usati soprattutto per l’accompagnamento di canti epico-lirici che narrano le gesta dei mitici eroi dello Svaneti.

Scendendo verso sud-ovest si trova la regione Guria, patria per antonomasia delle polifonie georgiane che più si basano sull’improvvisazione: in questo caso i canti vengono eseguiti solo in trio, prima voce, seconda voce e basso, per garantire la massima libertà creativa ed espressiva. La tradizione dice che un canto della Guria, per essere eseguito correttamente, non deve mai essere cantato due volte nello stesso modo e che la sfida è proprio quella di inventare sempre nuove versioni e varianti dando vita ad uno stile quasi contrappuntistico.

Tipico di questa regione è il krimanchuli, una forma di yodel caratterizzato dall’improvvisa e rapida escursione della voce dal registro di petto al falsetto, viene eseguito dalla prima voce pronunciando prevalentemente fonemi vocalici compiendo improvvisazioni estremamente complesse ed articolate sia dal punto di vista ritmico che tonale.

Incastonata nel centro-est del paese si trova la regione dell’Imereti, caratterizzata da una commistione di stili canori che riflette le influenze delle regioni confinanti.

A sud della Guria si trova il Samegrelo, nome moderno dell’antica Colchide, mitica terra del Vello d’Oro, affacciata sulle sponde del Mar Nero.

Questa è la seconda regione georgiana dotata di una lingua propria, il megruli, e dove la tradizione del canto polifonico si è ben conservata anche nei contesti urbani. Le melodie del Samegrelo sono rinomate per la ricchezza di melismi e abbellimenti, e per i toni malinconici e nostalgici; non mancano comunque canti di temperamento più intenso e drammatico, eseguiti con una vocalità poderosa in cui a tratti il grido si fa voce cantata e viceversa.

Nel Samegrelo talvolta le voci sono accompagnate da uno strumento musicale a quattro corde pizzicate, il chonguri, diffuso in tutto il Caucaso, le cui origini risalgono al XIII-XIV secolo. E’ lo strumento ideale per improvvisare ed accompagnare i cantori dato che viene utilizzato con accordatura aperta.

Nell’estremo sud-ovest della Georgia si trova la regione dell’Adjara, dove i canti polifonici risentono fortemente dell’influenza della Turchia, con cui confina.

Questa regione possiede un ricco repertorio di canti in cui spiccano i canti a ballo, considerato che l’Adjara è famosa per il suo corposo patrimonio di danze tradizionali.

Essendo una regione di confine, con una discreta presenza di comunità islamiche, a differenza del resto della Georgia, qui è difficile trovare esempi del repertorio di canti sacri dato che la chiesa ortodossa non è diffusa e radicata come nel resto del paese. È interessante notare come, in particolare in questa regione ed in generale in tutta la Georgia, ci sia una serena e pacifica convivenza tra le diverse religioni che storicamente coesistono in assenza di conflittualità.

Spostandosi infine verso est si raggiunge la grande regione del Kakheti, rinomatissima per la cultura del vino. In questa area le polifonie tradizionali sono caratterizzate dalla presenza del canto a bordone: due solisti eseguono la prima e la seconda voce con assoluta libertà interpretativa mentre il resto dei presenti canta un vero proprio bordone invece di una terza voce.

L’esecuzione di questo stile di bordone risente sicuramente dell’influenza di quello bizantino nella sua più alta declinazione ed è interessante osservare la tecnica respiratoria utilizzata dai cantori, in sequenza, mantenendo sempre il suono pieno e sostenuto. Anche in questa regione il canto dei due solisti si contraddistingue per una straordinaria ricchezza di melismi e di abbellimenti che diventano la misura con cui si viene giudicati per esperienza e valore.

Conclusa questa panoramica su alcuni degli stili regionali, mi pare importante definire, seppur a grandi linee, in che cosa consista il repertorio polifonico georgiano e le sue occasioni esecutive.

Tra le polifonie georgiane troviamo soprattutto canti legati alla convivialità: canti d’amore, epico-lirici, narrativi, canti a ballo, canti ironici e di scherno, canti nuziali e funebri. Si distinguono in particolare tre generi di canto che sono estremamente conosciuti, cantati e diffusi in tutta la Georgia: i mravalzhamier, i batonebo e gli alilo che si possono ascoltare in moltissime versioni, diverse a seconda non solo della regione ma addirittura del villaggio di provenienza.

L’espressione georgiana mravalzhamier (mravaljamier) significa “molti anni” ed è un canto augurale che ha la funzione di esprimere attraverso il canto auspici di lunga vita e prosperità, soprattutto all’apertura di situazioni di convivialità e condivisione della tavola. I canti denominati batonebo sono dei canti di guarigione, appartenenti al repertorio prettamente femminile ma non solo e vengono tradizionalmente cantati per curare le malattie esantematiche infantili. Si canta allo spirito della malattia, il batonebo appunto, per indurlo ad abbandonare il bambino e a smettere di farlo soffrire. Per allontanare il batonebo affinché il piccolo malato possa tornare in salute gli si offrono rose, viole e oggetti di colore rosso, il colore che lo spirito predilige. In genere le melodie di questi canti sono piuttosto lente e caratterizzate da una vocalità delicata, dal punto di vista espressivo potrebbero essere assimilate al genere della ninnananna.

I canti denominati alilo sono invece dei canti di questua che vengono cantati durante il periodo natalizio andando di casa in casa, visitando gli ammalati e chiedendo alle famiglie un’offerta per i cantori, qualche moneta, un po’ di cibo o un bicchiere di vino. Questo repertorio si situa a metà tra il sacro e il profano e viene cantato lungo le strade ma anche nelle chiese durante la funzione che celebra il Natale ortodosso. Ogni centro abitato o villaggio georgiano ha il proprio tradizionale alilo.

Per quanto riguarda le occasioni in cui si canta, in Georgia esiste una straordinaria tradizione legata all’ospitalità e alla convivialità. Un proverbio georgiano dice che “l’ospite è un dono di Dio” ed effettivamente come tali ci si sente quando si viene accolti in casa in una famiglia georgiana. Il primo e il più diffuso contesto in cui si canta è il supra, vero e proprio banchetto durante il quale la convivialità viene celebrata attraverso numerosi e sentiti brindisi proposti dal tamada, la persona riconosciuta più autorevole e culturalmente preparata tra i presenti. Ad ogni brindisi segue un canto secondo uno specifico galateo ed un preciso schema, si celebrano prima la pace e Dio, poi i padroni di casa, gli ospiti, a seguire l’amore, i bambini, la patria, i defunti e così via.

La musica accompagna poi la vita quotidiana, ad esempio un’altra grande famiglia di canti di lavoro detti naduri, caratterizzati da una straordinaria complessità ritmica e armonica sono eseguiti durante le attività di coltivazione e cura della terra. Sono dunque molteplici le occasioni in cui si canta, intorno alla tavola per onorare i propri ospiti, per celebrare riti ed occasioni importanti per la comunità, come matrimoni e funerali oppure durante i momenti salienti dell’anno cristiano, come la Pasqua e la Natività.

Una trattazione a parte merita infatti tutto il repertorio sacro e liturgico, denominato galoba, a proposito della quale riporto una citazione dell’etnomusicologo Renato Morelli, appassionato cultore delle polifonie georgiane, che ha particolarmente approfondito questo ambito:

“Di particolare interesse è il canto liturgico della chiesa autocefala georgiana, sopravvissuto avventurosamente e “miracolosamente” a eventi drammatici. Nel 1811 (dopo la terza guerra caucasica, quando la Georgia fu definitivamente annessa all’impero zarista) il patriarcato di Mosca impose la liturgia e la lingua russa, con conseguente proibizione della lingua georgiana e dei suoi antichi canti liturgici. Si deve a un celebre cantante d’opera, Filimon Koridze (1835-1911), lo straordinario progetto di ricerca-documentazione-trascrizione che ha salvato il canto liturgico georgiano dall’estinzione. Koridze decise di rinunciare alla sua brillante carriera (con acclamate esibizioni alla Scala di Milano, al Mariinskij di San Pietroburgo e nelle Americhe) per dedicarsi completamente alla documentazione-trascrizione di più di 6000 canti liturgici tradizionali georgiani. Rispetto ai diktat del patriarcato di Mosca, ancora più terribili furono le conseguenze della rivoluzione bolscevica. Sono tristemente noti gli innumerevoli crimini perpetrati dal regime comunista nei confronti della chiesa georgiana (distruzione di antichi monasteri con relativi affreschi medioevali, assassinio e deportazione del clero, divieto assoluto delle liturgie) fino all’implosione dell’Unione Sovietica nel 1991. Nel 2011 il Patriarca georgiano di Tbilisi ha ufficialmente santificato Koridze: il primo esempio di un etnomusicologo santo”2.

Durante l’occupazione sovietica, dal momento che era proibito celebrare secondo il rito georgiano, questo repertorio sacro così ricco di peculiarità, venne salvaguardato attraverso un processo di “contraffazione”: i brani liturgici continuarono ad essere eseguiti “clandestinamente” conservando intatta la melodia ma sostituendo il testo e trasformandoli di fatto in canti dal tema profano. Tale escamotage, unitamente alla meritoria opera di Koridze, ha permesso la sopravvivenza di un intero repertorio.

In Georgia esistono tre principali scuole di canto liturgico che fanno capo ad altrettanti monasteri: la scuola di Gelati e di Shemoqmedi nell’ovest della Georgia e la scuola di Karbelashvilebi ad est del paese, ogni brano liturgico può essere eseguito in diverse versioni e seguendo differenti stilemi a seconda della scuola da cui proviene. Possiamo dire che, a grandi linee, negli stilemi di queste scuole ritroviamo alcuni tratti delle caratteristiche regionali presenti anche nel repertorio profano, tenendo come punto di riferimento per l’ovest la regione Guria e per l’est il Kakheti.

Per quanto riguarda gli aspetti musicali, anche il repertorio sacro viene eseguito a tre voci e spesso in maniera antifonale, qualora siano presenti due cori. Per quanto riguarda il ruolo delle tre parti musicali, mentre la prima voce espone solo parzialmente la linea melodica, parallelamente svolge un ruolo di abbellimento e arricchimento armonico nel registro più acuto. E’ infatti la seconda voce mediana ad essere protagonista e ad esporre in maniera articolata, ricca di varianti e di passaggi armonici il cuore della melodia. Infine il basso svolge un ruolo di accompagnamento.

É interessante notare come nel canto liturgico sia presente una caratteristica denominata “croce”: è tipico che la prima e la seconda voce compiano continuamente delle frequenti e repentine escursioni di registro dall’acuto al grave e viceversa, ciò fa sì che i cantori possiedano e siano in grado di padroneggiare una vasta estensione vocale. Ad oggi il repertorio sacro georgiano gode di ottima salute ed è normalmente eseguito nelle chiese durante le celebrazioni ordinarie e straordinarie.

La liturgia ortodossa di rito georgiano prevede ed incoraggia la partecipazione musicale nell’articolato dialogo cantato tra il celebrante ed i cantori, detti mgaloblebi.

Gli interpreti delle polifonie tradizionali sono in maggioranza uomini ma non è difficile trovare donne che cantano nonostante la Georgia sia un paese con una forte cultura patriarcale e conservatrice che tende a relegare le donne in una condizione di sottomissione, tuttavia, come molti paesi protagonisti di un improvviso sviluppo e di forti trasformazioni socio-politiche, presenta situazioni molto diverse e contrastanti. Nei contesti che io ho avuto modo di osservare, posso dire che a livello pubblico o di rappresentanza gli uomini e gli ensemble maschili sono più visibili ma, parallelamente, le donne sono altrettanto acculturate in materia e non mancano ensemble femminili che riscuotono grande successo in patria e all’estero come anche cantrici tradizionali rinomate e riconosciute.

Adilei: l’esperienza di un ensemble vocale

Per concludere questo mio reportage dalla Georgia vorrei raccontarvi l’esperienza dell’Ensemble Adilei come esempio emblematico di come la tradizione venga mantenuta e reinterpretata in modo originale. L’Ensamble nasce a Tbilisi nella Georgia Caucasica nel 2012 da un gruppo di amici, tutti provenienti da famiglie di cantori, per dedicarsi allo studio e alla riproposta del repertorio di canti polifonici tradizionali georgiani. Il loro incontro è caratterizzato dalla profonda amicizia che li lega, dal grande interesse per la tradizione musicale del loro paese e dalla passione per il canto polivocale. L’Ensemble Adilei esegue un repertorio di brani sia sacri che profani, talvolta arricchiti dall’accompagnamento di strumenti musicali tradizionali e spazia dalle montagne dell’Alto Caucaso alle sponde del Mar Nero, il repertorio che prediligono è quello improvvisativo della regione Guria.

Pur essendo una formazione relativamente giovane, dopo alcuni tour e due dischi di successo, sono ampiamente apprezzati e riconosciuti sia in patria che all’estero per il loro grande talento, l’affiatamento e la passione per il canto che li contraddistinguono.

Va notato che, a differenza dei numerosi altri ensemble vocali presenti in Georgia, questa formazione ha deciso di discostarsi dallo stile e dal repertorio classico dei gruppi folcloristici tradizionali.

Il repertorio desueto e originale espresso dall’ensemble adirei nasce da percorsi di studio con le generazioni anziane di cantori e da una conoscenza approfondita delle esecuzioni e delle registrazioni storiche raccolte sul campo unite ad uno stile esecutivo fortemente caratterizzato dall’improvvisazione.

Ho avuto modo di conoscere i componenti dell’ensemble e di iniziare a studiare ed approfondire con loro il repertorio georgiano, sia in contesti formali che informali, nel 2016, entrando man mano in contatto anche con le realtà rurali che custodiscono ancora oggi un’inestimabile patrimonio musicale e da cui l’ensamble ha avuto modo di attingere. Una delle caratteristiche che contraddistingue il gruppo è che, pur avendo una vocazione performativa, cantano regolarmente in situazioni informali e di convivialità, come essenziale espressione della propria personalità e, se mi si consente il termine, della loro “georgianità”. Inoltre prestano regolarmente servizio in una chiesa di Tbilisi durante le liturgie e sono pertanto profondi conoscitori anche del repertorio sacro.

Con l’occasione di questo articolo, ho ritenuto interessante sottoporre all’ensamble una breve intervista relativa alla formazione musicale.

Per motivi pratici, dal momento che non tutti i componenti del gruppo parlano inglese, questa intervista è stata somministrata nella traduzione georgiana e poi il sunto complessivo mi è stato restituito in inglese dal loro direttore artistico Demetre Kiria.

Per siglare quest’articolo e invitarvi a leggere l’intervista anticipiamo una risposta che racchiude la “georgianeità” del canto polifonico che ho cercato di presentarvi in quest’articolo: “Noi georgiani spesso amiamo dire che molte delle cose più belle del mondo si trovano nel nostro paese e io non condivido questo atteggiamento ma se c’è una cosa di cui sono estremamente orgoglioso e fiero e che è straordinaria del nostro paese, se non la più straordinaria al mondo, sono le nostre polifonie, che mi stupiscono ancora con la loro bellezza, ricchezza, varietà e complessità. É incredibile che in un territorio così piccolo esistano così tanti generi musicali, ognuno dotato delle proprie peculiarità e della propria magia”.

Adilei

www.adilei.ge

Note

  1. Si veda in proposito MAURA MORANDI, Georgia. Viaggio nel cuore del Caucaso, Polaris, Faenza, 2015.
  2. MORELLI R., Filimon Koridze (1835-1911): il Bartok dimenticato del canto popolare georgiano, paper non pubblicato presentato in occasione dell’International Council for Traditional Music, Palermo, 2017

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