Esperienze di educazione musicale al tempo del Covid: riflessioni per il futuro?

Cinque testimonianze sul fare musica a distanza: relazione educativa, limiti della DAD e strategie per restare comunità

con contributi di Luana Gentile, Chiara Grillo, Ilaria Gromo, Monica Martini

Arnolfo Borsacchi

Formatore Audiation Institute

“Non possiamo fare lezione domani: ci sentiamo nei prossimi giorni e sicuramente ci vediamo fra due settimane”.

Inizia così, senza troppa preoccupazione, qualche giorno prima del confinamento ufficiale, l’interruzione delle mie attività musicali, imposta dalla chiusura della scuola che ospita la sede dei miei corsi. Sperimentiamo ogni anno, durante la lunga pausa estiva, la lontananza dai bambini e dalle bambine con i quali abbiamo il privilegio di vivere esperienze di apprendimento della musica: una separazione consueta, che non spaventa e che è vissuta, generalmente, come una fisiologica finestra di recupero e di crescita e come il momento in cui si compensa l’assenza con l’evocazione. Questa lontananza permette il consolidamento di specifici processi di apprendimento e di attribuzione di senso nei confronti del fare musica insieme, producendo, generalmente, motivazione nei confronti del ritrovarsi in autunno, rigenerati e desiderosi di stare insieme. A marzo, però, questa separazione non coincide con una gita al mare o in montagna. Non coincide col tempo del piacere ma è forzata, obbligata, piena di interrogativi, ansie e paure. Sento il bisogno di nutrire la relazione, senza morbosità ma con costanza. Rifiuto ogni tentativo di surrogare la presenza mediante sessioni interattive in remoto e preferisco dedicarmi alla realizzazione di audio e video da inviare alle famiglie con un sottotitolo implicito, ogni volta presente: «Sono qui. Mi mancate. Non vi ho abbandonati. La nostra musica continua a esistere se la riascoltiamo dentro di noi. Se la pensiamo. Se ci pensiamo». I filmati raggiungono anche le famiglie dei nidi e delle ludoteche in cui lavoro e ricevo molti messaggi di saluto da parte di tutti: c’è chi manda un piccolo audio pieno di «ciao!» e di bacini, chi manda una canzone o chi viene ripreso mentre ascolta uno dei miei video ballando come un tarantolato o chiedendo ossessivamente «ancora». Riesco ad organizzare alcuni brevi incontri online con i gruppi dei ragazzi più grandi: sono incontri affettuosi, comici, a tratti confusi e logorroici. Non sono, poi, molto diversi dalle videochiamate che ogni tanto faccio a mia madre e mia sorella o ai miei amici. Nella lontananza forzata, sento la necessità di conservare il senso del mio lavoro che, nella sua natura più profonda, è fatto di relazione che è educativa perché affettiva. Reciprocamente affettiva. Non ho la pretesa di mancare ai bambini e alle famiglie: sento, però, quanto loro manchino a me e mi colpisce quanto io, completamente isolato in un confinamento solitario, abbia bisogno di essere pensato. Di essere pensato come maestro di musica o, come dicono alcuni miei allievi, come ‘Zio musica’. Le settimane passano e appare ormai evidente che non riusciremo a recuperare le lezioni in presenza. Giochiamo a distanza, realizzando piccoli video che mi diverto a montare, successivamente, in un unico filmato all’interno del quale ogni bambino canta un frammento di un brano oppure gruppi di bambini cantano in un coro virtuale. Tutti i filmati sono inoltrati ad ogni gruppo whatsapp dei genitori di bimbe e bimbi delle mie varie sedi di lavoro. Si crea una comunità che resta unita attorno ad un repertorio e ad un modo di stare insieme nell’ascolto e nel ritenere importante la musica come risorsa espressiva. Quando torna ad essere possibile incontrarsi, lo facciamo con cautela ed allegria: i miei due gruppi di studenti di strumento si incontrano nei giardini delle loro case e, a quel punto, tornare a lezione diventa un momento di festa, accompagnato da torte, bibite e chiacchierate nei tardi pomeriggi di giugno e luglio. Con i piccoli e le loro famiglie, invece, organizziamo grandi cerchi sul prato di un giardino pubblico per cantare, improvvisare, comporre tutti insieme. Questi incontri musicali si arricchiscono di pizze e gelati, racconti e giochi. Sono pochi i genitori che mi hanno chiesto perché io abbia scelto di non realizzare delle lezioni online. Ho risposto loro che non me la sentivo di adottare l’idea che un tipo di relazione come quella che si verifica all’interno dei nostri corsi basati sulla MLT potesse essere riprodotta in remoto. Non è, nello specifico, solamente una questione di relazione: è una questione legata alla natura della musica e dei processi di apprendimento musicale, all’interno dei quali corpo, movimento, sensorialità svolgono un ruolo fondamentale, non trascurabile e non accantonabile. Non biasimo i colleghi che hanno scelto la modalità online in diretta per portare avanti la propria attività: quel tipo di proposta, però, non fa per me. Qualora dovessi trovarmi in una situazione analoga, col senno di adesso, farei la stessa scelta. Credo, infatti, che realizzare un audio o un video ben curato possa essere materiale utile durante un confinamento poiché ogni famiglia può decidere quando, dove e come condividerlo col proprio bimbo o la propria bimba; una sessione online, invece, si verifica in un orario prestabilito ma con una ritualità non assimilabile a quella dei corsi in presenza. Il luogo fisico della lezione, il piccolo viaggio che richiede il raggiungerlo, il tempo dell’attesa e della preparazione sono parte integrante dell’insieme di eventi che rende l’incontro musicale un incontro desiderato e pieno di senso. Non credo nella possibilità di ricreare lo stesso tipo di relazione davanti ad uno schermo con otto bambini collegati, chi dalla camera da letto, chi dal divano, chi dal giardino. Certamente si possono creare moltissime altre cose ma, potendo fare una scelta, preferisco optare per un altro tipo di azione e lavorare per alimentare senso e desiderio. Sono spaventato all’idea di non poter riprendere le mie lezioni normalmente ma sono sicuro che sarà possibile trovare una soluzione a questa situazione difficile: la musica ha bisogno di corpo, sguardo, respiro e movimento. E anche io.

Luana Gentile

Insegnante accreditato Audiation Institute 0-6 e 6+

Il primo annuncio di sospensione dell’attività didattica causato dal Covid 19 mi ha trovata impreparata; ho iniziato a intuire quanto la situazione sarebbe durata e quali conseguenze avrebbe prodotto solo vivendo gli accadimenti. In quel momento stavo lavorando in diversi luoghi con vari gruppi di bambini di differenti fasce d’età: 0-24 e 24-36 mesi, 3-4 anni, 4-5 anni e con due gruppi di bambini in età scolare tra la classe prima e terza della primaria. Non è stato facile entrare nell’ottica di voler praticare la didattica a distanza. In principio ho percepito resistenza e un consistente disagio interiore vivendo questa possibile scelta in netto contrasto con i principi pedagogici e la pratica educativa su cui baso il mio lavoro. Come avrei potuto realizzare attraverso lo schermo un’esperienza di ascolto partecipato e attivo per i bambini? Come avrei potuto, senza la forza della presenza fisica, mantenere la possibilità d’interagire informalmente attraverso il movimento libero e accogliere e imitare la loro produzione spontanea valorizzando il suono, la voce e la relazione come unici protagonisti? Ritenevo venisse meno il ‘sacro’ principio di cura della relazione su cui si basa il modello d’insegnamento che prende forma dalla Music Learning Theory. La conoscenza di studi che definiscono gli effetti negativi riscontrati nell’uso costante e continuativo del pc rinforzava i miei timori e i miei dubbi. Insomma mi sentivo particolarmente affine al pensiero che la digitalizzazione non solleciti adeguatamente i nostri processi neuronali e di conseguenza non possa favorire in maniera profonda il nostro apprendimento. Sono tuttora dell’avviso che il pc rappresenti uno strumento idoneo al reperimento d’informazioni, ma non altrettanto a stimolare un reale processo di apprendimento frutto di scambio relazionale e processi analogici. Attraverso lo schermo infatti è molto difficile creare la condizione di scambio di energia vibrazionale che origina il processo di osmosi e d’interazione multifattoriale, che sicuramente genera la presenza fisica. Mi era quindi chiaro che le lezioni a distanza rappresentassero una limitazione che mi poneva in una condizione di svantaggio. Sentivo dunque incombere fortemente tutti i rischi dell’assenza dell’esperienza corporea. Ho dovuto considerare il pericolo di una perdita d’interesse verso l’attività da parte dei bambini e dell’affermarsi di una possibile contraddizione dei principi pedagogici lungamente discussi con i genitori per condurli nel mondo della MLT. Poi però è subentrato un pensiero. Ciò che ci accade nella vita fa parte del percorso di scoperta del senso da attribuire agli eventi; la paura, i pensieri ci condizionano, ma le esperienze vissute prestando attenzione al nostro ‘interno’ ci offrono soluzioni talvolta creative. Non volevo adeguarmi alla contrazione profonda dei sensi più sottili e far prevalere la mente razionale, desideravo continuare a nutrire in maniera forse ‘anomala’ la visione del qui e ora. Quindi nonostante ritenessi che i contenuti della proposta didattica avessero la medesima importanza della modalità in cui vengono proposti, e nonostante le lezioni a distanza mi imponessero un cambiamento di grande importanza quale l’assenza di presenza fisica, spinta dall’emergenza, salda e consapevole degli obiettivi che volevo perseguire, ho buttato il cuore oltre l’ostacolo e mi sono tuffata nell’avventura. Mi sosteneva la chiarezza che come sempre l’esito non sarebbe dipeso solo da me e l’idea che comunque valeva la pena provare e impegnarmi per fare del mio meglio. Ho intrapreso l’esperienza delle lezioni online per aprirmi all’opportunità di sostenere me stessa e i miei allievi in un momento di emergenza, conscia che quanto avevo seminato nel tempo precedente non sarebbe scomparso e avrebbe potuto aiutarmi. Sinceramente auspico fortemente che la didattica a distanza non venga assunta come modello educativo per il futuro. Non ritengo questo uno strumento idoneo a formare una generazione d’individui ricchi di conoscenza, felici e consapevoli, nonostante comunque consideri positivamente l’esperienza fatta. Il nostro stato e il nostro operato possono contribuire in maniera sostanziale a creare le condizioni che si verificano; credo fortemente che la discriminante positiva possa identificarsi nella scelta consapevole da parte dell’educatore, prodotta attraverso l’ascolto della propria ‘voce interiore’ fuori dai modelli imposti dall’inconscio collettivo e dai sistemi educativi precostituiti. Oggi anche alla luce dell’esperienza del coronavirus reputo sempre più necessario riflettere sugli aspetti del dialogo e del confronto che confluiscono nell’apprendimento. L’accrescimento progressivo delle capacità cognitive, psichiche, intellettive e fisiche degli individui si realizza attraverso la relazione con l’altro e l’ascolto di sé, a tutte le età, entrambe facce di una stessa medaglia. Lo scambio con l’altro crea quel flusso d’informazione che contribuisce a definire l’apprendimento e per svolgere in maniera adeguata la funzione educativa dobbiamo fare particolare attenzione alla reciprocità che caratterizza tale processo. Forse questo pensiero può indurci a rivolgere uno sguardo attento al nostro interno per intendere come agiamo e reagiamo e attuare il cambiamento dove e quando appare necessario. Ancora tutt’oggi molti modelli didattici e pedagogici fanno riferimento a modelli meccanicistico-riduzionistici, ma credo sia invece importante procedere nella direzione indicata dai vari studi che rispecchiano il paradigma olistico e riconoscere che il tutto è nella parte, la parte è nel tutto e la totalità è molto più della somma delle sue singole parti. Forse così sentiremo sempre più l’urgenza di un cambiamento dei nostri comportamenti per attuare di conseguenza significative e indispensabili modifiche al modello politico-economico. A me sembra sostanzialmente che il pianeta richieda a gran voce una rivoluzione epocale, quella dello sviluppo della consapevolezza e della coscienza.

Chiara Grillo

Insegnante accreditato Audiation Institute 0-6

Stavamo festeggiando il carnevale, quando si è saputo dei primi casi di diffusione del Covid nel nostro Paese, e nel giro di pochi giorni ci siamo ritrovati tutti rinchiusi nelle nostre case per un lockdown che ci ha costretti a fare i conti con noi stessi, con chi siamo, a chiederci come stiamo, perché siamo qui e dove stiamo andando. Un tempo sicuramente imprevisto, inaspettato, nuovo, ma anche una grande occasione per guardarci dentro e cercare risposte a domande che non avevamo mai il tempo di porci. Io, in un primo momento, sono stata vittima della paura, ed il pensiero ricorrente era quello di ritornare al più presto alla “normalità”, al “fare quotidiano”, al “noto”. Poi invece, piano piano, è arrivato il tempo del silenzio. Un tempo dove fare spazio a quel che di nuovo stava per arrivare; un tempo di introspezione e di ricerca personale che, sinceramente, da molto ormai desideravo arrivasse. Proprio in questo spazio creatosi si è manifestata la strada che intendevo percorrere e che ho ascoltato fino in fondo: ho inviato ai miei allievi settimanalmente, una playlist con ascolti di vari generi, modi e metri musicali, per arricchire e sviluppare la loro musicalità, e anche alcuni canti eseguiti da me accompagnati con la chitarra. Ho sentito invece una grande contrarietà alle soluzioni come la DAD (didattica a distanza), la possibilità cioè di fare lezioni online, così come alle lezioni in presenza con l’imposizione del distanziamento e l’obbligo della mascherina. Lavorando principalmente con bambini da zero a sei anni, non ho ritenuto il caso di percorrere una strada di questo tipo. Sarebbe stato secondo me un grosso palliativo, un voler riempire un vuoto e uno spazio che chiedeva di essere ascoltato e vissuto fino in fondo. Il primo pensiero è andato agli insegnamenti di Edwin Gordon, grazie ai quali abbiamo compreso come “la musica si sveli a noi come un sapere primario che va diffuso per il tramite prezioso della vicinanza tra le persone, trasmesso attraverso una relazione affettiva, portatrice non solo di competenze e di sintassi, ma anche di significati e di vissuti”

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, come scrive la nostra didatta Cristina Fabarro. Un’altra considerazione che mi ha portata in questa direzione riguardava l’esposizione di piccoli e piccolissimi a videoterminali. Sappiamo infatti che gli strumenti tecnologici come pc, tablet, tv e tutto ciò che essi ci propongono in termini di comunicazione, ci possono condizionare, ma non sono in grado di attivare i nostri neuroni specchio. Questi, che sono alla base dell’apprendimento, per essere attivati necessitano, appunto, di una presenza viva, di vicinanza sensoriale, di un intreccio relazionale, di una condivisione fisico-emotiva concreta, da osservare, sentire e percepire. Un’ultima considerazione riguardava ancora il mio sentire profondo: una sensazione di “non autenticità” che consciamente o inconsciamente avrei trasmesso ai bambini: il solo pensiero che loro potessero vivere questa esperienza come una “normalità” mi bloccava. Perché questo non è il mondo che io vorrei, né quello che voglio condividere con i miei alunni. Non riesco a far finta che possa essere così, quando sento fortemente dentro me che la vita è tutt’altro. In questi giorni di luglio stanno arrivando le direttive per l’apertura delle scuole a settembre, e ancora l’accento principale viene posto al distanziamento degli alunni, con effetti anche grotteschi (dovranno infatti collocarsi a un metro l’uno dall’altro, misurato tra le bocche). Tutto questo senza dare ascolto alle tante ricerche scientifiche che ribadiscono, invece, come i bambini e i ragazzi non possano essere gli “untori” del virus. Il pedagogista Daniele Novara scrive che:

se non si risolve questo equivoco appare impossibile considerare adeguatamente le condizioni educative e psicopedagogiche del fare scuola, come se l’unica attenzione fosse alla patologia, alla virologia e, ancora una volta, a tutte le condizioni di sicurezza. Sono certamente aspetti importanti, ma da soli non bastano perché la scuola è un’esperienza, una comunità. Per riaprire bisogna fare in modo che le scuole siano scuole, non degli ospedali, garantendo che possano fare ciò che hanno sempre fatto. Non è legittimo chiedere misure drastiche sul distanziamento o sulle mascherine. L’igienizzazione personale, la sanificazione degli ambienti e la misurazione della temperatura corporea appaiono procedure sufficienti. Non serve altro. Gli equivoci in queste linee guida abbondano e la causa è anche il fatto che ormai da 30 anni in Italia la pedagogia è stata abbandonata. Si chiede il parere del giurista, dell’amministrativo o del virologo, dell’economista o dell’informatico, dimenticandosi che la scienza dell’apprendimento, della scuola e dell’educazione è la pedagogia.

Cosa proverebbero i bambini piccolissimi a vedere la maestra di musica dietro una mascherina? Come sarebbe sentirla cantare in quel modo? Nessuno si pone il problema di quello che passerebbe ai bambini a livello inconscio? Questo stato di paura ci sta facendo dimenticare tutti gli studi fatti negli ultimi decenni in campo psico-pedagogico. Sicuramente la voglia di tornare a musica sarebbe tanta e certo, i bambini si adatterebbero a tutto. Credo però che sia indispensabile, da parte di chi decide per tutti definendo i vari decreti, interrogarsi su questi aspetti affatto secondari. Rispetto profondamente chi non la pensa come me e ha cercato in qualche modo di continuare con le lezioni a distanza o in presenza con l’uso delle mascherine e il distanziamento. Certamente per chi ha deciso di continuare a lavorare è stato necessario adeguarsi alle disposizioni vigenti. Per gli altri invece, che come me hanno optato per la sospensione delle attività, rimane l’attesa di rinascere come delle fenici dalle proprie ceneri. Aspettiamo fiduciosi la possibilità di metterci in gioco con tutto il corpo, che diventa così uno strumento che canta, che si lascia muovere dalla musica e che ascolta, che si lascia toccare dalla vibrazione sonora e la vive in profondità, percependola con tutti i sensi, unico modo per sviluppare la propria attitudine musicale. Ma come possiamo pensare di poter fare musica con le distanze di sicurezza, senza il contatto umano e senza sentire (to feel) gli altri attorno a noi? Non può essere la stessa cosa. Come diceva Ezio Bosso “La musica è come la vita, si può fare in un solo modo: insieme”.

Ilaria Gromo

Insegnante accreditato Audiation Institute 0-6

A partire dal 24 di febbraio 2020 l’emergenza Covid-19 ha costretto le scuole italiane ad un’improvvisa chiusura, inizialmente per un periodo indeterminato, successivamente per tutto l’anno scolastico. Credo di poter affermare che questa inattesa chiusura abbia colto tutta la scuola impreparata. Non c’è stato tempo per lunghe riflessioni e si sono fatte scelte diverse a seconda degli istituti e degli insegnanti. Ha fatto la sua prima apparizione sulla scena scolastica italiana la DAD, la didattica a distanza. Tutto questo ha coinvolto l’intero mondo dell’istruzione, dai nidi alle università e anche il settore della didattica esterna alla scuola, tra cui le scuole di musica. La mia personale esperienza di Insegnante Accreditato dell’Audiation Institute per la fascia d’età 0-6 anni si è arrestata con la chiusura delle scuole e non è ripartita, né online né dal vivo. Avrò modo di spiegare il perché successivamente. Al fine di fornire un quadro più articolato sulle prospettive dell’educazione musicale, ho ritenuto utile integrare le mie riflessioni con quelle di altre persone che, a partire dalla loro esperienza, avessero utilizzato la DAD. Ho scelto di articolare la tematica in tre domande per offrire più spazio alle risposte degli intervistati. Mi sono rivolta a tre persone, tutte e tre musiciste e appartenenti ad ambiti didattici diversi. Si tratta di Eliana Bayon, cantante lirica e docente di canto a Bologna, di origine argentina e attiva in Italia dal 2016; Marta Prodi, violoncellista attiva in diverse ensemble, docente di strumento e musica d’insieme per strumenti ad arco presso il Liceo Musicale Lucio Dalla di Bologna e Juan Miranda, diplomato in direzione d’orchestra e iscritto al Corso Magistrale di Direzione d’Orchestra presso il Conservatorio G.B. Martini di Bologna, è fondatore e direttore stabile del Coro San Tommaso di Bologna.

Racconta in che modo è cambiata la tua esperienza didattica durante questi mesi, sia in qualità di docente che di studente o entrambe.

Per quanto riguarda la mia esperienza personale, come dicevo, la mia attività didattica ha subito un brusco arresto e, sebbene ci siano stati confronti a vari livelli ed io stessa abbia fatto un profondo esame della situazione, ho scelto di non praticare nessuna forma di DAD. Il primo motivo, e il più importante, riguarda l’impossibilità di attenersi a quel principio di relazione a cui sono correlati vari aspetti del fare musica con la prima infanzia (respiro, sguardo, vicinanza, ascolto, emotività), su cui ho sempre insistito molto con le famiglie. Oltre a questa ragione imprescindibile, e prima ancora di confrontarmi con la difficoltà dei mezzi tecnici, ho trovato poco proficuo spingere bambini così piccoli (0-6 anni) e disorientati dalla situazione, verso un’esperienza di conoscenza della realtà fatta attraverso lo schermo, inducendoli peraltro ad un uso precoce delle tecnologie. Di qui la scelta di accomiatarmi temporaneamente, spero, dai miei allievi con un breve saluto inviato tramite le maestre e con un breve video di una fiaba muta con accompagnamento musicale,

The Snow Man

, di Raymond Brigg’s. Diversa l’esperienza di Eliana Bayon, attiva con la didattica online già prima della comparsa del Covid, attraverso la realizzazione di veri e propri corsi di canto online per il Sud America e la Corea. Per Eliana la DAD è stata una scelta obbligata, un’opzione che era già alle porte e sulla quale non si è investito fino ad ora per timori generici. “In effetti per quel che riguarda il canto lirico in modo specifico, il sistema risulta essere limitato, almeno per il momento, soprattutto per il ritardo nell’arrivo del suono e per l’impossibilità di lavorare in sincrono”. Per contro un aspetto positivo messo in luce da Eliana riguarda la concentrazione, finalizzata a ovviare i limiti dati dal mezzo di comunicazione. Marta Prodi conferma che “l’improvvisa e inaspettata chiusura delle scuole per l’emergenza sanitaria ci ha colto, quasi tutti, di sorpresa: in brevissimo tempo si sono dovute trovare soluzioni alternative, una vera e propria rivoluzione nella vita di ognuno di noi, docenti e studenti. Lo stravolgimento è stato forse ancora più sorprendente nell’ambito dell’insegnamento dello strumento musicale che, da secoli, richiede un confronto serrato sul campo tra maestro e allievo, mediante un intenso scambio reciproco, che apre all’allievo nuovi orizzonti e che arricchisce entrambi”. Marta riconosce che “il ricorso alle nuove tecnologie ha permesso al percorso didattico di non interrompersi bruscamente e grazie anche alle competenze degli studenti millennials ci si è potuti riorganizzare rapidamente: nei primissimi giorni con comunicazioni via e-mail e semplici audio inviati attraverso whatsapp, anche solo per accordare “a distanza“ i violoncelli dei ragazzi alle prime armi. In seguito si è provveduto a elaborare un orario ufficiale delle lezioni online, precedute, più o meno puntualmente, dalle registrazioni dei brani assegnati agli allievi e condivise in specifiche cartelle. Il contatto fra docenti e allievi è proseguito costantemente durante il complesso e disorientante periodo di chiusura delle scuole, con risultati significativi, sia dal punto di vista umano che musicale”. Marta ricorda anche l’utilità di alcune delle numerose nuove proposte educative nate in questa situazione per sopperire alle carenze legate alla didattica digitale integrata, come i webinar proposti dall’Ufficio Scolastico Regionale per l’Emilia Romagna e dal Comitato Nazionale per l’Apprendimento della Musica in collaborazione con INDIRE (Ricerca per l’Innovazione della Scuola italiana). Un senso di sorpresa positiva rispetto all’attivazione della DAD lo esprimono anche le parole di Juan Miranda. “Non mi era mai successo di fermare l’attività musicale in questa maniera e la cosa ha comportato un primo grande cambiamento. Mi riferisco a quei primi mesi di chiusura totale, dove ci si domandava quale sarebbe stato il modo per uscirne e se la musica sarebbe stata in grado di accogliere lo streaming come canale adatto all’insegnamento. Finalmente poi sono iniziati i primi tentativi con dei risultati positivi. Da una parte, come allievo del Conservatorio, ho cominciato gli incontri con la classe di direzione d’orchestra: dodici persone allo stesso tempo impegnate ad analizzare i più impegnativi pezzi del repertorio sinfonico. Una grandissima esperienza di interscambio. Dall’altra parte, come insegnante, insieme ad altri colleghi, siamo riusciti a far ripartire le lezioni per i ragazzi che si preparavano all’ammissione al Conservatorio. In questo caso abbiamo fatto tecnica e pratica, cantando, suonando e dirigendo attraverso lo schermo”. Tutti gli intervistati guardano oltre i limiti imposti dal lockdown, che vieta l’attività orchestrale e corale, e mettono in evidenza una serie di aspetti positivi prospettati dalla didattica in remoto, al di là dell’emergenza sanitaria.

Quale cambiamento concreto auspichi per il prossimo anno scolastico ormai alle porte?

Le riflessioni di Eliana riguardo il futuro prossimo rispondono a quelle di un’artista che insegna come libera professionista, non fa parte di un’istituzione e si rivolge a un mercato globale. Mette l’accento su questioni apparentemente più effimere ma vitali per l’apprendimento del canto e che credo possano essere condivise da molti ambiti lavorativi. “Credo che conservare una parte dell’insegnamento in remoto ci aiuterà prima di tutto a trovare un po’ di riposo. Detto così può sembrare banale, ma l’essere riposati è l’unico modo per imparare veramente bene l’arte del bel canto e ci consente di ritrovare l’arte stessa dentro di noi. Mantenere una parte delle lezioni online, ci risparmierebbe tanto tempo negli spostamenti, permettendo così di concedere più spazio all’arte all’interno di un percorso di studio essenzialmente tecnico”. Per Marta “non c‘è ombra di dubbio che la speranza di tutti sia di poter riprendere le lezioni in presenza poiché lo studio di uno strumento musicale è intrinsecamente legato alla dimensione del “fare“, del raggiungere un obiettivo, provando e riprovando, sotto la guida del proprio insegnante. Al momento si prospetta il ritorno nelle aule scolastiche, ma non essendoci certezze sull’evoluzione della pandemia, dovremo forse fronteggiare nuove sfide e trovare soluzioni sempre diverse per proseguire il nostro lavoro con i ragazzi in modo concreto e costruttivo”.

Quali riflessioni generali hai fatto sulla questione della didattica musicale?

Eliana risponde a questa domanda con una riflessione di approccio didattico sul recupero della pratica “a cappella” imposta per tutte le attività vocali nella didattica in remoto. Questa modalità in passato veniva utilizzata abitualmente per mettere a nudo e risolvere le difficoltà tecniche, inducendo un diverso rapporto con la memoria e con l’intonazione. Oggi, forse, ci siamo disabituati a questo esercizio anche se il suo recupero, osserva Eliana, eleva di molto il livello tecnico di chi lo pratica. Conclude infine le sue considerazioni con una nota positiva riguardo lo studio del canto, per cui la combinazione delle lezioni online con le lezioni in presenza potrà portare certamente dei bei risultati. Juan ritiene che “la didattica della musica riguardi scelte molto personali. Ogni musicista e ogni insegnante avrà fatto le sue ricerche e preso le proprie decisioni riguardo la metodologia migliore da utilizzare in qualunque disciplina musicale, dall’insegnamento della musica ai bambini, a quello dello strumento, del canto, ecc. Questo mi porta a pensare che il fatto di dover affrontare lezioni da remoto non comporti una modifica sostanziale alla didattica, ma un adattamento del canale stesso al proprio metodo d’insegnamento. Penso che la prospettiva dell’insegnamento a distanza ci permetterà di sviluppare tantissime nuove proposte ampliando le nostre opportunità. Lo abbiamo già sperimentato con seminari, corsi, concerti online, in cui i relatori o i musicisti si trovano addirittura in un altro continente o comunque sono lontani. Non dimentichiamo però che, sebbene si possano portare avanti le attività in modalità remota, quando si parla di musica il contatto diretto e personale è fondamentale, sia per chi la esegue e la realizza, sia per chi ascolta e impara: la presenza rimane insostituibile”. Marta auspica che in futuro “nel nostro Paese ci sia la possibilità di studiare uno strumento musicale e cantare in coro nelle scuole di ogni ordine e grado e che si possa imparare a cantare e a suonare senza per forza dover intraprendere la professione di musicista”.

Conclusioni

La lettura e rilettura di queste testimonianze induce, a mio parere, molte riflessioni. Si può notare come, partendo da un generale sconcerto, ognuno si sia poi attivato a cercare delle soluzioni per non interrompere l’attività didattica o di studio. Qui emergono i primi dati positivi. Una diminuzione generale dello stress causato dagli spostamenti e dai ritmi di vita frenetici hanno permesso a docenti e studenti di dedicarsi in maniera più proficua al lavoro e allo studio e, per usare le parole di Eliana, “ritrovare l’arte stessa dentro di noi”. Io stessa ho potuto sperimentare una nuova qualità di attenzione e di concentrazione durante questo periodo di lezioni di canto online con la stessa Eliana. Il fatto di relazionarsi attraverso messaggi, registrazioni, incontri video, di lavorare individualmente o in piccolissimi gruppi non solo ha favorito i progressi nell’apprendimento musicale ma ha portato anche una crescita umana, come dice Marta, un intenso interscambio fra persone che magari fino a quel momento erano lontane e la possibilità di aprirsi a un mondo più distante. Come fa notare Juan c’è stato un ampliamento delle possibilità didattiche. Certo il lavoro a distanza ci ha costretto a cambiare il modo di studiare e di insegnare. Io stessa, durante le lezioni di canto online, ho potuto sperimentare come l’attenzione della mia insegnante fosse moltiplicata per ovviare a quella carenza sensoriale, visiva, auditiva e relazionale dovuta alla distanza mediata: dal vivo avrebbe potuto osservarmi in tutta la mia interezza, anziché attenersi al suono come unico indicatore di quel che accadeva nel corpo. Tutti quanti, intervistati e non, sappiamo che l’esperienza di DAD, anche in previsione dell’avvento di nuove tecnologie quali il 5G, non scomparirà. A livello strettamente musicale ci porterà benefici laddove la sapremo piegare al nostro utile, per esempio con la possibilità di partecipare a incontri formativi online e di relazionarsi con professionisti in tutto il mondo senza spostarsi.

Monica Martini

Formatrice Audiation Institute

Professoressa, mi aiuta per favore?

Quando è diventato chiaro che il Covid19 avrebbe costretto le scuole a chiudere per un lungo periodo, una confusione mista a panico si è insediata dentro di me. Lo sfondo emotivo su cui si è inserita la didattica a distanza è stato lo smarrimento, l’incredulità, l’incertezza. Neanche durante le guerre erano state chiuse le scuole, un segnale così grande afferrabile col ragionamento ma inaccettabile col corpo. Questo sfondo non è normale nella didattica, di qualsiasi tipo essa sia. Se manca la routine e la tranquillità e ci sono incertezza ed emergenza, si può parlare solo di un ibrido di educazione e didattica qualsiasi sia il medium utilizzato per incontrarsi. Dovevo dare risposta a queste domande: e ora? Tutti i miei programmi che fine fanno? Incapace di rispondere mi sono messa in ascolto del mio respiro e pian piano è affiorato un pensiero: cominciando ad accettare la situazione, come posso proseguire il percorso d’insegnamento con i miei allievi in modo che diventi significativo

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