Difficoltà e successi del musicista dislessico

Indicazioni operative per insegnanti: profilo DSA, ostacoli tipici nello studio musicale e strategie di didattica inclusiva.

Introduzione: musica e dislessia1

Matilde Bufano Parlare della persona dislessica e del suo rapporto con lo studio della musica richiederebbe uno spazio molto più ampio di quello ragionevolmente concesso da una rivista. Lo dimostrano i numerosi volumi e atti di convegni pubblicati negli ultimi vent’anni in Inghilterra, dove la ricerca riguardante il binomio musica e dislessia è viva e attiva in tutti i suoi molteplici aspetti presso diversi atenei.

Tuttavia, attraverso l’esperienza maturata in numerosi convegni, ho imparato che l’esigenza pressante dell’insegnante di musica, al quale è destinato questo scritto, è sapere sia come comportarsi con l’allievo dislessico, sia quale didattica adottare per ottenere dei buoni risultati.

Sono queste le domande alle quali cercherò di rispondere procedendo con ordine e alternandomi con Mirto Milani, psicologo e musicista. Cercherò di illustrare la mia esperienza, veramente splendida e unica, di insegnante degli allievi dislessici del Conservatorio di Milano, resa possibile grazie al sostegno di tutti i direttori che si sono avvicendati al governo dell’istituzione negli ultimi vent’anni.

È stata un’esperienza coinvolgente e impegnativa poiché, mentre mi preparavo su un argomento assolutamente nuovo per me e per l’Italia intera, costruivo per gli allievi dislessici, ragazzi straordinari, dotati di un’intelligenza e di una sensibilità superiori alla media, un percorso didattico efficace e un rapporto interpersonale molto diverso da quello al quale ero abituata. Per tanti anni ero stata l’insegnante in cattedra, che aveva il proprio metodo collaudato e che assegnava le pagine da studiare. E bisognava studiarle senza discutere. Con l’allievo dislessico ho sentito subito che dovevo cambiare atteggiamento e che dipendeva da me se un corso era destinato a concludersi con successo, e quindi ad accrescere l’autostima e le abilità dell’allievo, oppure se sarebbe finito con un fallimento. In tal caso il fallimento sarebbe stato il mio fallimento.

Ero titolare dei corsi di Solfeggio, Teoria e Analisi e Armonia Complementare, ma all’occorrenza ho seguito gli allievi nella preparazione di esami di pianoforte, di viola, di flauto traverso e di fagotto. In quest’ultimo caso ho accompagnato il ragazzo negli anni di corso conclusivi fino al diploma, conseguito con un bellissimo voto, otto e settanta.

Come accogliere un allievo dislessico?

Il dislessico, bambino, ragazzo o adulto, è un individuo che in genere ha sofferto sia a scuola, a causa dell’incompetenza degli insegnanti e/o del comportamento dei compagni, sia a casa, per i rimbrotti dei genitori, molto spesso inconsapevoli delle difficoltà del proprio figlio, al di là che gli sia stata diagnosticata o meno la sindrome.

Mirto Milani Bisogna ricordare che non sempre i ragazzi dislessici ricevono una diagnosi, e che, anche dopo averla ricevuta, non hanno sempre una reazione favorevole a una didattica mirata, sia perché diventano consapevoli del fatto che la loro situazione non cambierà mai, nonostante i molteplici sforzi, sia perché anche in casa vivono una situazione difficile con i genitori, che non comprendono il motivo dell’insuccesso formativo del figlio. Nella mia esperienza personale e in quella che ho potuto avere con molti altri ragazzi che ho aiutato, la cosa più frustrante vissuta prima della diagnosi era il non riuscire a capacitarsi del perché, nonostante le ore dedicate allo studio, i risultati ottenuti fossero scarsi o nulli. E anche se la diagnosi arrivava come una soluzione chiarificatrice, sopravvenivano ulteriori svantaggi poiché, vista la necessità di utilizzare strumenti compensativi, i ragazzi diventavano subito bersaglio dei loro compagni, che li etichettavano come ‘diversi’ e privilegiati, proprio per la possibilità che hanno, per esempio, di programmare le interrogazioni o di utilizzare dei formulari.

Purtroppo la cosa più sconcertante che ho avuto modo di notare è stata che sovente molti insegnanti anziché spiegare ai compagni i motivi e le ragioni dell’utilizzo di tali strumenti compensativo-dispensativi, si univano al coro dei ragazzi millantando favoritismi e ingiustizie nei confronti della classe.

MB Il dislessico, dunque, ha bisogno di essere accolto con calore, simpatia e fiducia nelle sue possibilità. L’insegnante proporrà gli argomenti di studio con cautela, a piccoli passi, con un atteggiamento sempre positivo, non lesinando sorrisi e cordialità. Stabilirà, se possibile insieme all’allievo, delle mete da raggiungere, ricordando che ogni traguardo conquistato sarà un balsamo per l’autostima del dislessico che si sentirà stimolato a dare il meglio di sé.

MM La prima cosa buona che può fare un insegnate quando scopre che avrà a che fare con un alunno dislessico è quella di ricercare qualche informazione sui DSA, perché tante volte si sente parlare di dislessia, ma molti ignorano la vastità dei disturbi che essa comprende, e si soffermano solo sulla nozione di “difficolta di lettura”. A un minimo di informazione, l’insegnante deve poi aggiungere un po’ di tatto e calore umano: è stato dimostrato infatti che il dislessico si lega molto agli insegnanti che riescono a trasmettergli fiducia in sé stesso. Questo crea nel ragazzo non solo una maggiore voglia di applicarsi e la volontà di riscoprire le proprie potenzialità, ma instaura in lui anche il desiderio di non voler deludere una delle poche persone che per prima ha creduto in lui e lo ha incoraggiato.

L’incontro con la dislessia

MB Mentre facevo conoscenza con la prima, indimenticabile, musicalissima bambina dislessica, con l’aiuto di siti e testi in lingua inglese (in italiano non esisteva nulla), avevo cominciato a comprendere che cosa fossero la dislessia, la discalculia, la disgrafia e la disortografia molto prima che in Italia venisse approvata l’ormai notissima legge n. 170/2010. Avevo anche scoperto che la dislessia non era solo un disturbo riguardante la lettura o il calcolo, ma era una sindrome molto complessa, che condizionava la vita del dislessico di qualunque età, poiché si accompagnava a una serie di sintomi la cui presenza andavo verificando con tutta la possibile cautela presso i miei allievi.

Mi resi conto che questi sintomi influivano, a volte pesantemente, sulla vita quotidiana del dislessico, sullo studio scolastico e sullo studio di uno strumento musicale. Tuttora è grande il mio stupore per lo scarso peso che in molti casi viene dato a questi sintomi, sia dalla famiglia del dislessico, sia dalla scuola.

MM Purtroppo ancora oggi l’Italia è carente sotto molti aspetti che riguardano i DSA, benché molti altri stati (sia extra europei che facenti parte dell’Unione) abbiano posto su questi problemi una particolare attenzione. A partire dagli anni ’80 sono stati fatti numerosi studi e ricerche per capire più a fondo quali siano le cause di questo disturbo, e quali siano le migliori soluzioni.

Nel corso di quest’ultimo decennio si sono registrate importanti novità, che hanno stimolato significativi cambiamenti sul versante della ricerca, e che si auspica non tarderanno a dare i loro frutti anche in merito alla didattica e all’atteggiamento nei riguardi di questi ragazzi.

Mi riferisco, in particolare, all’incremento verificatosi a livello nazionale degli studi e delle ricerche dedicati a queste problematiche; alla creazione di percorsi formativi universitari specifici per coloro che vogliano avviarsi all’insegnamento; la creazione, in alcuni casi il perfezionamento, di nuovi criteri di valutazione, classificazione e spiegazione delle conseguenze causate dalla sindrome; infine il riconoscimento della gravità di questi disturbi e la creazione di un sistema volto a favorire, non solo l’integrazione, ma anche una didattica appropriata a questi ragazzi.

Quali sono i sintomi che accompagnano la dislessia?

MB Cominciamo col dire che il bambino o il ragazzo dislessico fino a 10, 11 anni non si rende conto di vivere come in una ‘bolla’, che gli dà una percezione approssimativa della realtà. Come vedremo più avanti, questo accade per lo stato di comorbidità tipico della dislessia, stato che preclude l’apprendimento di abilità acquisite senza sforzo e in modo naturale dal bambino non dislessico. Solo una diagnosi precoce, che preveda l’intervento di specialisti come l’optometrista o l’otorinolaringoiatra, unita a una didattica specifica, permette di recuperare un percorso cognitivo il più possibile soddisfacente. In questo percorso l’utilizzo della musica dovrebbe occupare un posto di primissimo piano. Ricerche condotte in molti paesi concordano sull’efficacia della musica nello sviluppo armonico del bambino fin dalla prima infanzia. Anzi, è ormai acquisito che alcune attività musicali proposte in gravidanza abbiano un’influenza positiva sul nascituro persino nel periodo prenatale. Riguardo alla dislessia, gruppi di esperti hanno esaminato a lungo ed elaborato dei giochi musicali che possano attenuare il disturbo dislessico già nella primissima infanzia, quando la diagnosi non è ancora possibile. A questo riguardo ricordo le riflessioni e le proposte di Usha Goswami dell’Università di Cambridge. Esempi di giochi musicali descritti minuziosamente si possono trovare su Musica e dislessia – un approccio positivo, a cura della scrivente2.

MM Quello dei disturbi specifici di apprendimento o DSA è un argomento controverso: com’è noto, infatti, nel corso del tempo questi disturbi sono stati oggetto di numerose definizioni tra loro contrastanti, perché presi in esame da innumerevoli punti di vista. In generale con “DSA” ci si riferisce ad un raggruppamento eterogeneo di disordini che si manifestano con significative difficoltà nell’acquisizione e nella comprensione del linguaggio orale, dell’espressione linguistica, della lettura, della scrittura, della logica e della matematica. Questi disturbi sono inoltre associati a dei sintomi secondari, quali incertezze spaziali, temporali, motorie e linguistiche. Lo studio della musica, per i bambini dislessici, è molto importante perché attiva regioni appartenenti a entrambi gli emisferi cerebrali, cosa che non avviene nei bambini che non studiano la musica e dediti ad attività che coinvolgono per lo più zone specifiche dell’emisfero sinistro (corteccia occipitotemporale di sinistra e giro occipitale inferiore di sinistra). L’attivazione di entrambi gli emisferi attraverso lo studio della musica potrebbe così supplire, nei bambini dislessici, ai deficit costituzionali della regione cerebrale abitualmente coinvolta nell’analisi visiva delle parole, diventando per loro un aiuto nei compiti di lettura.

MB Riteniamo utile proseguire ora con una panoramica dei sintomi che accompagnano la dislessia, seguita da una descrizione sintetica dell’effetto prodotto da ciascun sintomo sullo studio della musica.

Non tutti i dislessici hanno gli stessi sintomi, così come il livello di severità di dislessia, discalculia, disortografia e disgrafia non è lo stesso per ciascun dislessico. In sostanza ogni dislessico costituisce un mondo a parte, che richiede attenzioni e competenze specifiche.

Disturbi visivi: il più diffuso riguarda la visione binoculare. Se non è perfetta, si verificano difficoltà nella messa a fuoco di qualsiasi testo scritto: le righe ‘ballano’ rendendo ardua la lettura. Per lo stesso motivo diventa problematica anche la lettura corretta dello spartito perché il dislessico tende a saltare i pentagrammi; risulta complessa per lui anche la ripresa della lettura dopo aver alzato gli occhi dallo spartito per guardare il direttore d’orchestra o di coro perché perde irrimediabilmente il segno.

MM L’insegnante potrà stargli accanto per aiutarlo. Oppure il ragazzo potrà chiedere aiuto ai compagni, i quali, di solito sono felici di ricevere un incarico così importante, tanto che molto spesso, da collaborazioni di questo tipo, nascono fra i ragazzi legami molto profondi e duraturi.

Una ulteriore difficoltà provocata da carenze del sistema visivo riguarda la sensazione che un oggetto, mentre lo si osserva, si sposti da destra a sinistra e viceversa. Questa impressione non garantisce l’esatta decodifica del testo e riguardo alla musica rende molto difficoltosa la lettura dello spartito, in particolare la lettura a prima vista.

MB Infine non dobbiamo dimenticare gli inconvenienti causati dalla scarsa memoria visiva, come la difficoltà nel riconoscere le affinità e le diversità di un semplice disegno melodico o di un testo letterario. Le conseguenze sono ovvie in qualsiasi settore dello studio.

Disturbi uditivi: un orecchio sente più dell’altro; un orecchio sente più velocemente dell’altro. In questo modo si creano gravi difficoltà nel riconoscimento dell’altezza dei suoni.

Ulteriori complicazioni in questo ambito le crea la scarsa memoria uditiva, che vanifica l’ascolto della musica, come di qualsiasi spiegazione: il brano viene dimenticato via via che la musica scorre. Per il dislessico può essere di aiuto vedere chi suona, oltre ad ascoltarlo, poiché potrà avvantaggiarsi dell’azione dei neuroni a specchio.

MM I disturbi uditivi compromettono anche le capacità fonologiche, impedendo la codifica, il mantenimento, il recupero e la consapevolezza dell’informazione.

MB Disturbi fonologici: incapacità di dividere in sillabe e di riassemblare le parole. Incapacità di riconoscere le rime. È un disturbo che in musica crea difficoltà a cantanti e coristi. A volte, specie all’inizio dello studio di uno strumento, non permette al dislessico di comprendere l’articolazione e il fraseggio di un brano musicale.

Disturbi dell’apparato fonatorio: possono mettere in difficoltà cantanti e coristi, come pure qualsiasi allievo nell’esposizione orale di storia della musica e di altri argomenti.

Scarsa memoria a breve termine: è un disturbo che crea problemi di apprendimento in generale.

Scarsa capacità di concentrazione: è un disturbo che riguarda moltissimi dislessici. Quasi sempre viene superato alla fine dell’adolescenza. È evidente che crea problemi di ogni genere.

Disprassia: l’aspetto caratterizzante della disprassia è costituito dall’esecuzione non corretta di una sequenza motoria, che risulta alterata nei requisiti spaziali e temporali e spesso associata a movimenti non necessari (paraprassie).

La disprassia comporta inoltre problemi del linguaggio, della percezione e dell’elaborazione del pensiero. Dipende dal malfunzionamento dei propriocettori, organi di senso che verificano l’esattezza dei movimenti progettati e danno all’individuo la percezione dello spazio che occupa con il proprio corpo, ma anche con l’auto o con la propria sedia.

La disprassia è associata a:

  • Disturbi della lateralità (percezione di destra – sinistra)
  • Disturbi dell’organizzazione spazio/temporale (il dislessico sbaglia direzione nel recarsi a scuola e sbaglia l’ora della lezione).
  • Disturbi della coordinazione grosso e fine motoria (coordinazione di mani e piedi sullo strumento).
  • Disturbi dell’organizzazione del pensiero

La didattica

Quali misure può adottare l’insegnante di musica per aiutare il dislessico?

Per alleviare i disturbi visivi sarà utile sostenere l’allievo attraverso alcuni accorgimenti, indicati di seguito:

  • Fotocopie ingrandite dello spartito.
  • Fotocopie su carta di un colore scelto dall’alunno stesso. Può anche essere sufficiente limitarsi a usare un foglio di plastica trasparente colorata da appoggiare sulla pagina del testo. È necessario avere presente, in proposito, che per alcuni dislessici il nero su bianco provoca riflessi assai disturbanti.
  • Uno spartito «semplificato», cioè con alcuni segni sbianchettati da ripristinare gradualmente in seguito (dinamica, segni di espressione, agogica, legature, ecc…)
  • Pentagrammi colorati con l’aiuto del l’alunno per evitare che l’alunno stesso salti poi il rigo durante la lettura. In genere si colora l’ultima battuta del primo pentagramma con lo stesso colore della prima battuta del secondo. L’ultima battuta del secondo con un altro colore che sarà lo stesso della prima battuta del terzo. E così via.
  • Tutte le possibili semplificazioni dei segni problematici.

Per ovviare alle difficoltà derivate dalla scarsa memoria visiva e uditiva e dalla scarsa memoria a breve termine sono necessarie molte ripetizioni di un brano o di un argomento affinché essi siano assimilati dalla memoria a lungo termine.

Riguardo i problemi fonatori e fonologici è consigliabile ricorrere alla logopedia, che è efficace, per il dislessico, fino all’età di 9, 10 anni, anche se molti studi di logopedia sono attrezzati per affrontare percorsi rieducativi in età adulta.

La scarsa capacità di concentrazione richiede molta pazienza e molta dedizione da parte dell’insegnante che deve intervenire richiamando con delicatezza e serenità l’attenzione del dislessico, facendo leva su argomenti che possano interessarlo.

Infine in merito alla disprassia bisogna ricordare che si tratta di un disturbo estremamente complesso, che coinvolge numerose funzioni di chi ne è affetto. Per quanto riguarda la musica, anche in questo caso l’insegnante si dedicherà al suo allievo con pazienza e ottimismo. Fortunatamente il disprassico tende a migliorare con il passare degli anni.

Nelle quasi totalità dei casi il dislessico, con la sua proverbiale volontà e con il suo amore per la musica, se è aiutato da un bravo insegnante, riesce a compensare i suoi disturbi. Dalla musica può trarre gioia e soddisfazioni che spesso la scuola non gli darà mai: lo studio scolastico non è multisensoriale (vedi il paragrafo successivo), poiché si appoggia quasi esclusivamente sulla carta scritta, cioè sul mezzo che per dislessico è il più arduo da affrontare. Dunque l’insegnante di musica ha una grande responsabilità nella riuscita, musicale e psicologica, del proprio allievo. Se non sente per lui affetto e simpatia, se non riesce a dedicargli del tempo con gioia e fiducia nelle sue possibilità, è bene che rinunci ad occuparsi di lui, per evitare di procurargli dei danni che potrebbero essere molto gravi.

Quale metodo adottare con il dislessico?

Qualunque materia o qualunque branca della musica si debba insegnare al dislessico, qualunque età abbia, è fondamentale mettere in atto la multisensorialità.

La multisensorialità, vale a dire l’uso contemporaneo di diversi sensi, per il dislessico riveste un’importanza fondamentale, poiché il senso più efficiente può supplire alle carenze del senso più debole.

Prima di affrontare qualsiasi attività didattica con gli alunni dislessici, è auspicabile che l’insegnante rifletta sul modo in cui organizzare una didattica multisensoriale.

Fare musica, cioè suonare, cantare, ritmare a qualsiasi livello di competenza, è un’attività multisensoriale per definizione, poiché mette in gioco la vista, l’udito, il tatto, i propriocettori, la rete delle casse di risonanza (testa, gola, petto), le emozioni e l’apparato cinestetico che memorizza i movimenti della motricità grossa e fine.

MM Nel campo della musica sono pochissime le cose che un dislessico non può realmente fare, ma è importante ricordare che in questa, così come in tutte le altre attività, i suoi progressi e la sua riuscita dipenderanno da come l’insegnante sarà in grado di porsi nei suoi confronti e dal tipo di didattica che proporrà. La multisensorialità dell’esperienza musicale, coinvolgendo i sensi e gli organi di senso, garantisce un’esperienza unica e completa. Entra in gioco massimamente quando siamo noi a produrre il suono. In questo caso i sensi coinvolti, come abbiamo visto, sono numerosi.

Come accostare un dislessico alla musica?

MB Una scoperta importante fatta diversi anni fa in alcuni paesi europei ha rivelato come sia più facile per il dislessico dedicarsi alla musica, piuttosto che alle materie scolastiche, sempre che voglia farlo.

L’approccio del dislessico alla musica dovrebbe privilegiare l’imitazione, sollecitando due sensi in particolare, l’udito e la vista. Per questa ragione l’insegnante illustrerà e suonerà diverse volte e a velocità differenti dei brani adeguati all’età e al livello di competenza dell’allievo, il quale, a sua volta, li potrà registrare creando dei video di supporto per lo studio a casa.

L’allievo imparerà ad eseguire i brani aiutandosi tanto con l’udito quanto con la vista, osservando i movimenti delle mani e delle dita dell’insegnante. È qui che entrano in funzione i neuroni a specchio, che si attivano in chi osserva un altro individuo compiere un’azione, senza tuttavia compierla a sua volta. Chi osserva percepisce sensorialmente i movimenti che vede come se li stesse facendo lui stesso.

L’approccio per imitazione, che per il non dislessico dopo qualche tempo viene sostituito dalla lettura dello spartito, per il dislessico può durare mesi, anni, a volte per sempre, anche quando impara a leggere lo spartito.

MM L’approccio alla musica è un fattore di grande sviluppo per ogni bambino, soprattutto nell’età compresa fra la nascita e i 9 anni. È stato infatti ampiamente dimostrato che durante questo periodo il bambino è più aperto alla ricettività musicale. Uno studio innovativo ha accertato non solo l’utilità di un approccio precoce all’educazione musicale, ma anche che l’apprendimento della musica, essendo simile all’apprendimento della lingua materna, risulta naturale agli occhi del bambino.

L’apprendimento e il miglioramento delle abilità musicali promuove sviluppi notevoli rispetto a numerosi aspetti come:

  • la motricità fine, cioè la coordinazione oculo-manuale, attraverso la manipolazione e l’uso sempre più preciso degli strumenti;
  • il miglioramento della coordinazione motoria, che avviene grazie al movimento ritmico abbinato alla musica;
  • la respirazione corretta, che favorisce una ottimizzazione del movimento, del linguaggio verbale e del canto, creando benessere;
  • l’articolazione vocale e l’accordo pneumonico, ossia l’emissione vocale corretta, con lezioni mirate all’educazione della voce;
  • lo sviluppo della capacità percettivo-uditiva, che è possibile tramite l’ascolto ed il riconoscimento delle note;
  • la creatività, che può esprimersi con l’improvvisazione ritmico-melodica, strumentale e vocale.

Dislessia e scrittura musicale

Per imparare a suonare può essere utile che il dislessico impari a scrivere la musica?

MM L’apprendimento della scrittura musicale ovviamente riguarda anche gli alunni dislessici, per i quali scrivere i simboli della notazione in genere è molto più semplice che scrivere un tema o un’espressione algebrica. Sarà opportuno, tuttavia, evitare che imparino a scrivere la musica attraverso un mero esercizio di copiatura. È molto meglio che l’insegnante chieda loro di scrivere le note dei brani che suonano sullo strumento.

Quando proporre la lettura dello spartito?

MB Dopo un certo periodo, sarà l’allievo stesso a chiedere di leggere lo spartito. È di importanza fondamentale ricordare che il dislessico non riuscirà a tenere a mente il nome delle note poiché lo memorizza con difficoltà, né a lui servirà mai, o quasi mai perché per lui il segno-nota rappresenta esclusivamente una posizione delle dita sullo strumento.

La persona affetta da dislessia legge le note come un disegno formato da palline che singolarmente, in base al posto che occupano sul pentagramma, vengono abbinate a un suono, a un dito, a un tasto, a una corda, a un foro dello strumento che suona. Nel caso delle due chiavi del pianoforte, la difficoltà iniziale dello studente dislessico è quella di trasferire contemporaneamente le note da due posizioni diverse, non da due chiavi diverse! Per esempio il La, la pallina scritta nel secondo spazio del pentagramma in chiave di Sol, si suona sul secondo tasto bianco compreso nel gruppo dei tre tasti neri del pianoforte, ma la stessa pallina in chiave di Fa corrisponde a un Do che si suona su un tasto differente, cioé sul tasto bianco che precede il gruppo di due tasti neri. Di conseguenza il discente dislessico che suona il pianoforte dovrà collocare le due note, scritte nel secondo spazio di due chiavi differenti, su due tasti diversi. La lettura si configura, quindi, come un’operazione di sistemazione di palline, le note, che si eseguono premendo un preciso tasto corrispondente al posto che la pallina occupa sul pentagramma. Quando comincia a suonare leggendo la musica con le modalità appena descritte, il dislessico non ha la consapevolezza del rapporto di continuità che lega una pallina all’altra, e quindi non si rende conto del flusso musicale rappresentato da quelle note. Le sue capacità di lettura gli consentono di vedere in quelle note solo palline staccate l’una dall’altra, da sistemare sullo strumento con l’aiuto fondamentale e irrinunciabile della diteggiatura. La diteggiatura è molto importante poiché i simboli dai quali è rappresentata sono immediatamente leggibili per la loro semplicità grafica. E’ talmente importante che la frase ricorrente fra gli studenti dislessici è: “Per i primi 2 o 3 anni ho suonato con il numero del dito”.

La concezione di un brano musicale come entità unitaria giunge solo dopo molti anni e tanto studio. Questo lungo processo, caratterizzato da un’intensa e costante attività multisensoriale, soccorre il dislessico anche nella ricerca della continuità di significato tra una parola e la successiva e tra una sillaba e la sillaba successiva. Infatti è ormai ampiamente provato che la pratica musicale abbia un effetto miracoloso sulle capacità di apprendimento e sulle abilità pratiche di ogni tipo, in quanto entrambe ne vengono sensibilmente potenziate.

Anche dopo aver superato le prime fasi appena descritte, l’insegnante continuerà a proporre all’alunno i nuovi brani attraverso l’ascolto, accertandosi che l’alunno, prima di studiare ed eseguire tali brani con lo strumento, ne conosca accuratamente:

  • il ritmo, e sia in grado di scandire il profilo ritmico del brano con la sillaba ‘ta’ battendo contemporaneamente le pulsazioni forti e deboli con mani e piedi;
  • la melodia, e sia in grado di cantarla usando possibilmente il nome delle note.

Inoltre, insieme all’alunno, l’insegnante analizzerà i brani assegnati con l’aiuto del pianoforte affinché l’analisi non resti un semplice esercizio sulla carta, poco significativo per il dislessico. Del brano descriverà la forma con modalità adeguate alle varie età degli alunni, aiutandosi sia con un grafico, sia con i colori per metterne in risalto le varie caratteristiche.

Quali sono i segni dello spartito che creano difficoltà ai dislessici?

MM Nel percorso, spesso lungo e faticoso, che porta all’autonomia nella lettura dello spartito, il dislessico potrà trovarsi in difficoltà per la presenza di diversi segni che accompagnano le note. Tra questi ricordiamo la legatura di valore; la legatura di valore a cavallo di battuta; le pause del quarto, del mezzo e dell’intero; il segno di ritornello con il da capo e la 2° volta; le linee di raggruppamento delle note; le alterazioni.

Per superare le difficoltà causate da ciascuno di questi segni si consultino le ampie ed esaustive spiegazioni in “Dislessia e strumento musicale – Guida pratica”3.

La musica d’insieme e il coro

MB Per il dislessico di ogni età e competenza è difficoltoso suonare e cantare insieme agli altri senza perdere il segno.

Tutte le attività di musica di insieme devono essere precedute dallo studio approfondito dei brani da eseguire. Pertanto l’insegnante fornirà in tempo utile gli spartiti al dislessico e, come si è già detto in precedenza, lo metterà accanto a un compagno che lo aiuti a ritrovare il segno perduto. Questa è diventata una prassi comune in tutti i teatri più importanti dove per i dislessici è stata abolita anche la prova a prima vista.

Conclusioni

È assolutamente impensabile farsi un’idea completa delle difficoltà del bambino/ragazzo/adulto dislessico attraverso questo scritto che è soltanto un modesto riassunto di un argomento vastissimo e di un’esperienza ventennale condotta con curiosità e interesse presso il Conservatorio di Milano.

Si consiglia di completare la propria conoscenza dei dislessici attraverso i seguenti testi, noti nel Regno Unito e già tradotti in italiano:

  • Musica e dislessia – Aprire nuove porte4
  • Musica e dislessia – Un approccio positivo5
  • Dislessia e strumento musicale6
  • Musica e DSA – La didattica inclusiva dalla scuola elementare al conservatorio7.

Ciascuno di questi volumi termina con una ricca bibliografia, utile per ulteriori approfondimenti.

Presso la Biblioteca del Conservatorio di Milano sono inoltre disponibili nove tesi di laurea, discusse presso diverse Università italiane, di altrettanti giovani autori, diplomati anche in strumento presso il loro conservatorio, quindi anche musicisti, alcuni dei quali di notevole valore.

Note

  1. Ndr: La dislessia è un disturbo specifico della lettura che si manifesta con una difficoltà nella decodifica del testo. La dislessia appartiene alla sfera dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA); si tratta di disturbi del neurosviluppo che riguardano la capacità di leggere, scrivere e calcolare in modo corretto e fluente, e si manifestano con l’inizio della scolarizzazione. In base al tipo di difficoltà specifica che comportano i DSA si dividono in Dislessia, Disortografia, Disgrafia, Discalculia.
  2. MILES TR, WESTCOMBE J, DITCHFIELD D, Musica e dislessia – Un approccio positivo, a cura di M. Bufano, Rugginenti, Milano, 2018.
  3. OGLETHORPE S, Dislessia e strumento musicale – Guida pratica, a cura di M. Bufano, Rugginenti, Milano, 2011, p. 82 e segg.
  4. MILES TR, WESTCOMBE J, Musica e dislessia – Aprire nuove porte, a cura di M. Bufano, Rugginenti, Milano, 2008.
  5. MILES TR, WESTCOMBE J, DITCHFIELD D, Musica e dislessia – Un approccio positivo, a cura di M. Bufano, Rugginenti, Milano, 2018.
  6. OGLETHORPE S, Dislessia e strumento musicale – Guida pratica, a cura di M. Bufano, Rugginenti, Milano, 2011.
  7. RIZZO AL, LIETTI M, Musica e DSA – La didattica inclusiva dalla scuola d’infanzia al conservatorio, Rugginenti, Milano.

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