Luna Lunedda l’isola che suona

Musica come pratica sociale a Lampedusa: banda, scuola e comunità in un progetto di scambio e narrazione.

C’è un episodio di quando ero uno studente di pianoforte, ovvero diversi lustri fa, che ricordo ancora benissimo e che periodicamente mi ritorna in mente. Un giorno stavo ripetendo alla tastiera alcuni passaggi che si ostinavano a non venire bene. Fuori dalla finestra vedevo dei muratori lavorare nella casa di fronte alla mia. Io ripetevo le mie note, loro costruivano. Dopo quattro ore di studio, non avevo fatto altro che ripetere un numero imprecisato di volte alcuni – pochi – minuti di musica, mentre loro avevano costruito un pezzo di casa. La mia sensazione era di non aver fatto nulla, mentre loro sì che avevano fatto qualcosa.

A cosa serviva la mia professione? Era di qualche utilità?

Che senso aveva studiare pianoforte?

È chiaro che un ragionamento così non ha molto senso, è costruito su un equivoco, su premesse inconsistenti. Ma mi ha fatto riflettere ugualmente sul senso di ciò che avrei voluto fosse diventato il mio lavoro.

Forse è per questo motivo che sono rimasto così legato all’isola di Lampedusa, perché lì per la prima volta ho avuto la percezione che il mio lavoro avesse realmente contribuito – magari anche in misura piccolissima – a cambiare qualcosa.

Il racconto che segue, forse un po’ lungo, è una parte della storia di questi quattro anni, dal mio punto di vista sicuramente poco oggettivo, ma che ho cercato di mantenere il più possibile distaccato.

Lampedusa è da un po’ di mesi meno presente nelle cronache dei giornali e nelle televisioni.

Il cambio di amministrazione dell’estate 2017 ha portato un drastico cambio di rotta anche nell’immagine ufficiale che l’isola più famosa d’Italia vuole dare di sé, ma questo non vuol dire che il fenomeno migratorio non la riguardi più, che non ci siano momenti anche drammatici che coinvolgono la popolazione.

Il continuo stato di emergenza che interessa l’isola da anni, per sbarchi, naufragi e ribellioni ha toccato uno dei suoi punti culminanti nel terribile naufragio del 3 ottobre 2013, in cui persero la vita 368 persone (senza contare i venti dispersi), tra cui 9 bambini.

Pochi mesi prima, nell’estate 2013 ero stato convocato al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca per un progetto di Guido Barbieri, drammaturgo, musicologo e critico musicale, ma soprattutto amico, che si sarebbe dovuto svolgere proprio a Lampedusa. All’incontro erano presenti anche l’allora sindaco Giusi Nicolini, l’assessore alla cultura Antonella Brischetto e Rosanna Genco, dirigente dell’Istituto Omnicomprensivo Luigi Pirandello di Lampedusa.

Nelle intenzioni mie e di Guido il progetto sarebbe dovuto essere una sorta di ponte tra i bambini e ragazzi lampedusani e i minori ospitati nel Centro di Accoglienza, un “ponte culturale” incentrato sulla musica e sulle storie di entrambe le sponde del mediterraneo.

Sono dunque arrivato a Lampedusa la prima volta nel dicembre 2013 con Guido, insieme ad un team di psicologi inviati per lavorare con quei bambini italiani che erano stati testimoni del naufragio del 3 ottobre, una tragedia enormemente più grande di loro, che ha lasciato segni ancora oggi tangibili. Siamo arrivati pieni di pulsioni ideali e idee astratte, che si sono infrante immediatamente con la realtà dell’isola, come un’onda sulla scogliera.

Analogamente a tutte le cose di cui si sente parlare troppo, e in particolare di cui si crea un’immagine mediatica (forse sarebbe meglio dire una “verità mediatica”), tra questa immagine e la realtà c’è sempre un abisso profondo. Mi sento di affermare che Lampedusa non è l’immagine che abbiamo di essa, e – anche se il film è molto bello – non è neanche quella raccontata nel film Fuocoammare che ha vinto l’Orso d’oro alla Berlinale nel 2016.

Dopo due giorni che ero lì mi era chiaro che prima di immaginare qualsiasi “gemellaggio” tra i bambini del centro e quelli dell’isola, sarebbe stato necessario fare qualcosa per la comunità lampedusana, cui mancavano e mancano tuttora servizi indispensabili.

In effetti un posto come Lampedusa, dopo la sovraesposizione mediatica degli ultimi anni (che è proseguita almeno fino all’estate 2017), era ideale per fare qualcosa di umanamente gratificante, tutti volevano andare ad “aiutare”, noi compresi.

La sensazione che ho avuto da quasi subito, però, è che la gente dell’isola si sentisse in qualche modo saccheggiata, anche da un proprio dolore privato, come se chiunque venisse da fuori si impadronisse della loro sofferenza, delle loro ferite, e le piegasse al proprio desiderio di raccontarle. Non è una cosa piacevole, anche se fatta a fin di bene. Perché non si può far finta di ignorare che l’isola di Lampedusa sia un simbolo e chi ci abita ne è perfettamente consapevole. Ma non è facile vivere in un simbolo, vedere tutti che ti guardano come se fossi in qualche modo “segnato” da qualcosa, mentre ci si sente – o ci si vorrebbe sentire – perfettamente “normali”, come normale è aiutare qualcuno che chiede aiuto. Questo aiuto “normale” è una cosa di cui non si parla ma che i lampedusani – indipendentemente dal colore politico – conoscono molto bene.

Per cui, d’accordo con Guido, pensammo che avremmo dovuto prima di tutto provare a costruire un minimo di fiducia con la comunità, e che la cosa migliore per farlo fosse lavorare con la scuola.

La scuola di Lampedusa è una scuola piccola, in un edificio in parte inagibile, con problemi di organico, senza molte possibilità di attività extracurricolari. È anche una scuola che, come tutte le scuole, ha bisogno di insegnanti motivati e di genitori presenti.

Ricordo ancora una funzionaria del MIUR, che sull’aereo ci aveva chiesto cosa avremmo fatto, e che alla nostra risposta “progetti musicali” si era mostrata piuttosto perplessa. In quel momento, però, mi sembrava l’unica cosa sensata: se si vuole costruire qualcosa di duraturo, bisogna farlo a partire dai bambini.

Ad ogni modo la mia idea era di cercare di collaborare con chi nell’isola faceva musica, perché qualcuno ci doveva pur essere… per esempio una banda. Possibile che su un’isola siciliana non ci fosse una banda, per celebrare i momenti importanti, le processioni, le feste? Certo che c’era. Scoprimmo che fino a qualche anno prima ce n’erano addirittura due, in rapporti non proprio idilliaci tra loro, come spesso accade nelle piccole comunità. Poi una delle due aveva cessato l’attività, ed era rimasta la Banda Musicale Lipadusa (fondata nel 1982, e che tra l’altro fece la sua prima uscita suonando in mare, su un peschereccio, per la posa della statua della Madonna, sotto lo scoglio dell’Isola dei Conigli).

In passato, nel periodo in cui sull’isola per lavoro e perfettamente integratesi nella comunità, come negli anni ’80 e ’90 l’insegnante di musica della scuola media Mario Di Franco, c’era stato uno sviluppo che per qualche anno aveva portato la Banda a crescere tantissimo, in qualità, repertorio e anche in numero di strumentisti. Mario era stato trasferito, anche se tornava sempre a suonare con la Lipadusa a settembre, per la Festa della Madonna di Porto Salvo.

La banda, al mio primo arrivo sull’isola nel 2013, era in una fase di difficoltà, di stanchezza, o quantomeno di incertezza.

La Banda non era abituata ad interagire con la scuola, non c’erano progetti comuni, e non c’erano mai state vere e proprie attività didattiche legate alla banda, se non qualche raro e sporadico tentativo di portare ragazzi ad avvicinarsi a uno strumento. La banda, tra l’altro, aveva la sede in un vecchio garage, con una sala prove che era poco più grande di una camera da letto. Senza aria condizionata, ovviamente.

La situazione che mi sembrava emergere dai primi colloqui con alcuni membri, era una mancanza di fiducia nel futuro.

In quel periodo non avevano neanche un direttore stabile, ma si alternavano due diverse figure.

A quel punto la mia idea, che ovviamente presupponeva la capacità di trovare fondi e sostenitori, e che avrebbe richiesto anni, era di provare a trasformare questa banda in una struttura musicale vera e propria, con una scuola di musica, un direttore stabile, insegnanti di strumento, magari un coro.

Il progetto di Guido, nella primavera 2014, prendeva forma e aveva un nome: “Le nuove vie dei Canti”.

L’idea alla base del progetto di Guido era di far raccontare l’isola ai bambini. Una specie di soggettiva con la macchina da presa bloccata ad un metro e quaranta di altezza. Le narrazioni sarebbero state estrapolate da interviste realizzate nella scuola, con l’obiettivo di uno spettacolo finale, di musica e parole, da tenersi per il primo anniversario del naufragio del 3 ottobre. Ovviamente del progetto si sarebbe anche realizzato un documentario, con le interviste ma anche con le riprese delle varie fasi del lavoro. Il problema immediato però era capire cosa far cantare e suonare ai ragazzi e bambini, in attesa che si fosse definito il progetto. I bambini della scuola elementare non avevano mai cantato una nota insieme. Il primo tentativo di intonare tutti insieme la stessa nota produsse dei veri e propri “cluster”, forse non del tutto sgradevoli ma sicuramente non intenzionali. Con le bambine e i bambini cominciammo quindi a lavorare sul canto, e Guido pensò che sarebbe stata una buona idea creare un coro. Nasceva così “Voci del Mare”, il coro della scuola Pirandello, e anche “Voci del Mare Junior”.

Con la banda, invece, cominciammo a lavorare sulla base di una proposta immediatamente spendibile e concreta: suonare insieme allo spettacolo di ottobre, e creare quindi un repertorio in vista dell’evento. La banda aveva circa trenta elementi, di cui una decina abbastanza stabili.

Lo spettacolo che Guido immaginò, e che mise in scena insieme ad alcuni attori, consisteva in una sorta di percorso itinerante lungo alcune vie centrali del paese, con musica e recitazione. Gli spettatori avrebbero seguito gli attori e i bambini lungo un percorso, ascoltando racconti e storie dell’isola. Il nucleo dei testi era dato dalle interviste fatte ai bambini, ma venivano anche aggiunti testi di letteratura, come brani dell’Eneide o dell’Odissea.

Per la musica, Guido mi chiese di scrivere alcuni brani originali e di arrangiare anche alcune musiche tradizionali. Per lo spettacolo scrissi e arrangiai alcune cose. La banda avrebbe suonato insieme ai bambini e anche insieme ad un piccolo ensemble di musicisti professionisti che arrivò sull’isola per l’occasione.

Gli incontri si svolsero purtroppo con grande irregolarità, circa ogni 15 giorni, a volte anche solo uno in un mese, da dicembre 2013 fino al 5 ottobre 2014, data dello spettacolo. Questo perché io e Guido, così come gli attori e i musicisti, vivevamo ovviamente altrove. Ogni incontro durava circa 3 giorni. Il coro e la banda lavoravano quindi in maniera intensiva. Lavorare in intensivo non è mai semplice, perché il corpo e la mente hanno bisogno di tempo per assimilare e interiorizzare. In particolare, per quanto riguarda il coro dei bambini, che all’inizio non riusciva neanche a cantare una nota insieme, era un’impresa.

In tutto questo, la parte emotiva e psicologica era potentissima, perché gli eventi di ottobre erano legati ad un trauma collettivo enorme. La maggior parte dei bambini aveva visto il naufragio, molti erano stati portati in banchina, alcuni avevano visto i corpi.

Per noi, che venivamo da fuori, era difficile anche solo immaginare cosa potesse significare per un bambino di 8 o 9 anni essere esposto ad una scena del genere. Lo spettacolo, e il lavoro sulla narrazione, era dunque anche una sorta di elaborazione collettiva, un modo per dare forma a qualcosa di altrimenti indicibile.

Nonostante i mille problemi tecnici, logistici e metereologici, lo spettacolo fu un piccolo miracolo, il pubblico che seguiva in processione la banda, le stazioni con gli attori e piccoli gruppi di strumenti, il finale a Piazza Castello, con la proiezione del video Lampedusa dal mare di Piergiorgio Mangiarotti e Michele Fumeo (che hanno anche prodotto un documentario sul progetto “Le nuove vie dei Canti” >Link, password: doppiakamera012015), realizzato appositamente e musicato dal vivo dai bambini dell’isola, dalla banda Lipadusa e dal Quintetto Papageno, con la partecipazione straordinaria di Alfredo Mola al violoncello e Danusha Waskiewicz alla viola.

Da quel momento a Lampedusa ho avuto non semplicemente degli alleati, ma amici, con cui siamo andati avanti anche ben dopo lo spettacolo del 5 ottobre, e andiamo avanti tuttora.

Nel 2015 iniziammo a lavorare su un’idea più strutturata: un gemellaggio con una città “di terra”, che potesse dare ai bambini lampedusani l’occasione di uscire dall’isola e portare in giro la loro musica.

Grazie a Guido si aprì la possibilità di Pistoia, attraverso l’Istituto Musicale Mabellini e l’assessore alla cultura Elena Bartolozzi. A Pistoia esisteva già un coro di bambini molto attivo, “Voci Danzanti”. I bambini toscani avrebbero potuto lavorare insieme a quelli lampedusani, e magari anche andare sull’isola.

In quell’anno cominciammo anche a lavorare con la banda in maniera più continuativa. Io tornai sull’isola più volte, e iniziai anche a suonare con loro.

Fu in quel periodo che venne nominato direttore della banda Gaetano Palmeri, un insegnante di clarinetto arrivato sull’isola da qualche anno, con una formazione solida e una grande energia.

Con Gaetano si riuscì a costruire un rapporto di fiducia e di collaborazione molto forte. Lui era la figura che mancava: un direttore stabile, presente, capace di tenere insieme le persone.

Per me fu decisivo anche l’incontro con alcuni membri della banda, in particolare il presidente Greco, il direttore Gaetano Palmeri, e anche con l’allora vicesindaco di Lampedusa, che suona il corno (ed è l’attuale presidente dell’Associazione), Damiano Sferlazzo.

Un giorno però Gaetano mi invitò ad ascoltare le prove della banda per la festa della Madonna di Porto Salvo, che cade il 22 di Settembre, ed è la festa più importante dell’isola. Mancava una persona che suonasse i piatti, e mi chiese se fossi disponibile a farlo io. Da quel momento sono entrato de facto a suonare nella banda di Lampedusa, un po’ come uno di musicanti di Brema, un po’ più a sud. E non ne sono più uscito.

Nel 2015 e nel 2016 il lavoro musicale sull’isola crebbe molto.

Il coro “Voci del Mare” lavorava con una maestra di musica molto brava, e con alcune insegnanti della scuola motivate e disponibili.

La banda cominciava a migliorare, ad ampliare il repertorio, a crescere anche in numero.

In quel periodo io cercavo anche di scrivere brani che potessero essere utili, e che fossero in qualche modo legati all’isola.

Scrissi un brano per coro di bambini e banda che si chiamava “Luna Lunedda”, su un testo tradizionale sardo, che mi sembrava potesse funzionare come ponte tra l’isola e la terra, tra culture diverse del Mediterraneo.

Il pezzo piacque molto sia alle due maestre delle “Voci Danzanti”, Elena Bartolozzi e Federica Gennai, che ai bambini. L’esecuzione pistoiese ebbe luogo con un successo al di là delle aspettative al Teatro Manzoni il 9 Aprile 2016, e durante le prove ci furono scambi di saluti tra il coro pistoiese e i bambini di Lampedusa. >Link Sempre durante le prove, mentre sentivo i bambini toscani cantare il pezzo che avevo composto e provato sull’isola nel cortile della scuola, tra i ponteggi dei muratori, o peggio ancora nei corridoi dell’istituto a 40°, non potevo fare a meno di pensare alla fortuna che avevano i bambini toscani che cantavano nel settecentesco salone dell’Istituto Mabellini, tra pianoforti grancoda, organi a canne e affreschi bellissimi.

Il concerto fu un grande successo, sala gremita all’inverosimile, per l’occasione venne anche Giovanna Boda, dal cui ufficio del MIUR era partito tutto quattro anni prima.

Il momento più emozionante, almeno per il sottoscritto, l’esecuzione dei corali bachiani. Come mi disse Guido Barbieri “non si aveva neanche più la sensazione di essere a Lampedusa, potevamo essere ovunque…”.

Un mese dopo, finalmente il coro della scuola Pirandello sarebbe uscito dall’isola per portare le sue “Voci del Mare” a cantare fuori. Il gemellaggio con Pistoia, immaginato nel 2015 prendeva corpo, e il 24 maggio 2016 i bambini lampedusani si esibirono insieme a quelli toscani del coro “Voci Danzanti”, nella – come si suol dire – “splendida cornice” della chiesa di San Francesco. A parte i modi di dire un po’ logori, la chiesa è davvero spettacolare, e i due cori uniti cantarono tra gli altri “Luna Lunedda”, i corali di Bach, e altri pezzi che avevo composto per i progetti realizzati sull’isola. Ebbero anche l’occasione di poter ascoltare le prove della Sinfonia n.9 di Beethoven, che sarebbe stata eseguita il giorno dopo, sotto la direzione di Daniele Giorgi.

Le prospettive erano rosee, si parlava sempre più concretamente di realizzare una scuola civica di musica, la Yamaha Music Europe avrebbe sostenuto il progetto contribuendo alla dotazione di strumenti, si parlava di convenzioni con un conservatorio per portare docenti di strumento, erano in preparazione progetti in ambito sociale.

Non avevamo però fatto i conti con un problema che teoricamente non avrebbe dovuto riguardare la vita musicale lampedusana: le elezioni amministrative di giugno.

Il cambio di amministrazione non è stato indolore sull’isola, e di certo – senza entrare nel merito di questioni che sono difficili da capire anche per chi a Lampedusa ci vive – la musica non è più una priorità.

Degli spazi teoricamente destinati alla scuola di musica non si è più saputo nulla, il pianoforte è stato “sfrattato” dalla sede in cui era stato collocato, l’Associazione Lipadusa pare non sia più un interlocutore particolarmente gradito.

Grazie alle attività avviate e alla sensibilità del parroco don Carmelo La Magra, le lezioni dell’associazione sono in qualche modo riuscite a ripartire, il pianoforte ha ora una nuova sala – un po’ fuori dal paese, ma bella e grande.

Però la cosa che non riesco a capire (e che mi lascia anche un po’ avvilito ogni volta che ci penso) è la rinuncia, o sarebbe meglio dire la “non volontà”, di dotare l’isola di una scuola civica, e magari anche una sala polifunzionale. La scuola di musica è essenziale, in particolare in un luogo come un’isola in cui gli scambi sono merce rara, e una passione come il fare sport o il suonare uno strumento può contribuire ad attenuare i fenomeni legati al disagio giovanile. La scuola, come luogo fisico, può essere un fattore importantissimo di coesione sociale, e concorre alla formazione dell’identità culturale dell’isola. È chiaro che la cultura può essere scomoda, in particolare per chi comanda, perché attraverso di essa si acquisiscono gli strumenti per comprendere quello che accade, si sviluppa una coscienza critica. Prendiamo per esempio un fenomeno così complesso come quello migratorio: la comprensione, anche parziale, è possibile solo se si hanno gli strumenti culturali per poterlo fare, altrimenti ci rimane una sorta di “onda emotiva”, ci si indigna, ci si commuove, ma sono emozioni che hanno vita breve. Oppure si accetta acriticamente la retorica delle televisioni, della politica.

I giovani lampedusani, che per le esperienze che hanno vissuto hanno una “umanità” più sviluppata di altri giovani che vivono altrove, hanno però fame di cultura.

Arrivato alla fine di questo racconto, non posso fare a meno di pensare che probabilmente quanto è stato fatto sull’isola sia tutt’altro che compiuto, forse è soltanto all’inizio.

Personalmente la scelta di “abbandonare il campo”, di considerare l’esperienza lampedusana conclusa, non rientra tra quelle da prendere in considerazione. Non avrei più il coraggio di guardarmi in faccia. L’impegno prosegue, insieme agli amici lampedusani con i quali siamo riusciti a cambiare un poco dell’isola, almeno per quanto riguarda l’istruzione musicale, ed anche insieme agli altri compagni di viaggio, da Guido ai tantissimi che non ho nominato e che hanno creduto in questo piccolo sogno, come Marta Onali, direttrice del Museo di Lampedusa, che insieme al fotografo Francesco Francaviglia si è lanciata in un progetto bellissimo e folle per aiutare l’Associazione. Se l’amministrazione non considera la scuola una priorità, vorrà dire che cercheremo di farcela da soli. Sul sito e sulle pagine dei social network dell’Associazione Lipadusa è possibile anche contribuire con una donazione. > Link

Non si vince nulla, ma si fa qualcosa di utile per aiutare un’isola speciale a fare qualcosa di normale. Come dovrebbe essere normale l’esperienza del far musica insieme, o semplicemente il voler suonare uno strumento, o accogliere qualcuno in difficoltà.

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