Musica insieme. Cifra dell’umano

Musica e socialità: corpo, ritmo e ascolto come dispositivi di legame e di cura nella vita comunitaria.

Musica insieme

Tra gli “animali che sono in terra” l’essere umano è quello che ha la vocazione sociale più spiccata e che costituisce, probabilmente, una delle determinanti della sua straordinaria evoluzione e del suo modo peculiare di essere al mondo.

Il cucciolo d’uomo, tra tutti i primati, attraversa il più lungo periodo di inettitudine e di dipendenza nel corso del suo sviluppo, funzionale al lungo apprendistato, in condizioni di sicurezza, che è necessario non solo alle esigenze basilari di nutrimento, acquisizione di abilità posturo-motorie e prassiche specifiche, maturazione di ritmicità biologicamente determinate ma anche, e soprattutto, all’apprendimento e al perfezionamento della “danza relazionale”, per usare le parole di Daniel Stern, che ingaggia fin dalle prime ore di vita, cioè di quel fine interscambio cognitivo, comunicativo ed affettivo che co-costruisce insieme all’adulto che gli presta le cure parentali, avviando così il processo della sua soggettivazione.

In questo compitò è assistito dalle sue formidabili capacità relazionali.

Alle sue esigenze comunicative il neonato “piega” la capacità vocale appena scoperta ed affinata mediante il feed-back fonoarticolatorio, accentuandone il tono ascendente in funzione di richiamo (e dando prova di una disposizione “musicale” cui si applica con gioia e determinazione!) fino a quando l’acquisizione del linguaggio, con l’inevitabile subordinazione al primato della significazione simbolica, confinerà la musicalità ad una funzione ancillare di accentuazione emotiva, seppur significante, del valore referenziale della parola, ad un potenziamento della efficacia fatica, cioè della capacità del linguaggio di creare legami.

Il vecchio contenzioso da regolare tra parola e musica, l’encomiabile concorrenza di cui parla Jankélévitch (”Il più nobile di tutti i rumori: la parola – perché è quello tramite il quale gli uomini si comprendono gli uni con gli altri – diventa, quando entra in concorrenza con la musica, il più indiscreto ed impertinente”1.) che innalza la parola al di sopra della musica quando si tratta di significare e specificare il pensiero, si ripropone in qualche modo anche tra cognizione e corporeità.

Forse la potenza del pensiero, il collocarvi la nostra più solida e certa dimensione identitaria cogito ergo sum hanno contribuito ad una immagine sempre difettuale della nostra dimensione corporea, relegando il corpo ad un ruolo di involucro materiale sensibile, sottoposto alle sollecitazioni perturbanti provenienti dallo spazio esterno o di servomeccanismo esecutore di una volontà disincarnata e da esso separata in un irriducibile dualismo.

Ma a partire da Spinoza fino allo sviluppo, per molti versi vertiginoso, delle neuroscienze ci siamo formati il convincimento che la nostra mente abbia una struttura incarnata, che sia una embodied mind.

Il corpo va quindi considerato come la modalità primaria con cui entriamo in relazione con il mondo e con gli altri e di cui facciamo un’esperienza che non si riduce alla pura cognizione. Dobbiamo pensare alla corporeità come la base su cui poggia la capacità umana di simbolizzazione e di produzione culturale, come punto archimedeico di relazione col mondo,che, perciò viene esperito, specificato e condizionato pur sempre tenendo conto della singolarità della propria prospettiva.

A queste due dimensioni, la corporeità e la socialità, in cui si declina in modo essenziale la “gettatezza” umana, l’essere cioè l’uomo situato in un mondo fisico ed in un universo culturale storicamente determinati e che ci precedono, sembra “parlare” in modo privilegiato e particolarmente efficace la musica.

Proprio l’essere sganciata dall’obbligo della referenza, che rende il linguaggio così specifico e produttivo, conferisce alla musica la speciale capacità di intercettare e rivelare al soggetto il complesso spesso inesprimibile e irrappresentabile delle nostre emozioni più profonde. Esprimendole su un piano significante non meno raffinato del linguaggio la musica contribuisce alla autorivelazione del nostro mondo emotivo.

Proprio l’affrancamento dall’obbligo significante della parola che, immancabilmente, forza l’attenzione ad appuntarsi su un oggetto ”esterno”, conferisce alla musica, che veicola contenuti emotivi ad un livello più generale di rappresentazione, il potere di mettere in contatto l’individuo con la propria interiorità. Induce la mente a distanziarsi dal mondo esterno per sostare in territori appartati, densi di significati personali ove risiede il nostro “idioma personale”, il nostro nucleo identitario più intimo e profondo.

La musica tramite il suo potere attivante, che ha così profonde radici nella nostra struttura biologica, contribuisce a rivelare al bambino, nella prima infanzia quasi con stupore, la propria corporeità eccitata.

Preso dall’incantamento di un ritmo serrato che lo “obbliga” ad una corrispondenza corporea mimetica o intenerito quasi fino al pianto da una melodia struggente, si “accorge” di avere un corpo, che in quel momento gli si manifesta in modo così prepotente, cui non può fare a meno di corrispondere.

Scopre così che il corpo, per dirla con R. Shusterman, ”esprime l’ambiguità dell’essere umano, poiché è sia sensibilità soggettiva che esperisce il mondo sia oggetto percepito in tale mondo”2.

L’accenno alla capacità mimetica del piccolo bambino, che la scoperta dei “neuroni a specchio” ha dimostrato essere incardinata precocemente e profondamente nella sua architettura cerebrale (siamo, tra i primati, gli imitatori più abili), ci conduce a considerare la relazione speciale che la musica intrattiene con la dimensione sociale della sua produzione e della sua fruizione.

Da sempre la musica suole presiedere la scena comunitaria: la nascita, la morte, la sfida, il connubio, la guerra, il rito.

Il reciproco rispecchiamento a volte viene sollecitato dal ritmo che, sincronizzando i corpi sincronizza, per così dire, anche gli animi.

Può prodursi allora quel particolare stato di benessere comune che attenua differenze, favorisce scambio affettivo e reciprocità e può consentire forme raffinate di comunicazione e di relazione profonda.

Certo può anche solleticare la pulsionalità più inquietante (da sempre il ritmo dei tamburi ha accompagnato lo scalpiccio degli stivali degli invasori!), ma in generale l’obbligo alla figurabilità formale, che fa di un generico rumore un ritmo o una melodia, costituisce un argine al disordine primitivo.

Nel gioco stesso del gruppo dei bambini, per altri versi, i momenti topici: l’inizio, la fine, l’aggressione, la vendetta, la riparazione, la coralità, la rottura sono accompagnati da sonorità organizzate e modulate che, per l’appunto, ne marcano l’aspetto rituale.

L’incontro col “sacro”, l’elemento contagioso emotivo gruppale, ha spesso espressione sonora ritmica o vocale di cui generalmente si occupa il “porta-parola”, l’elemento più sensibile (o più fragile) del gruppo che in quel frangente ne rivela la tematica emotiva comune.

Raramente lo spazio del gioco, dove il vero Sè trova il luogo privilegiato di sosta e di espressione, non ha un accompagnamento sonoro da parte del bambino che vi è impegnato, come a maggior custodia dello stato di assorta concentrazione con cui attende alle sue creazioni.

La musica ci rivela la nostra struttura emozionale più profonda, così intimamente vincolata al corpo e, rendendocene più consapevoli, contribuisce a specificare, differenziare e arricchire la nostra vita interiore.

Presidiando, animando e facilitando la scena comunitaria ci sospinge verso i nostri simili, ci sollecita alla conoscenza e alla condivisione, ci conferma, in definitiva, che nella nostra vocazione sociale vi è l’impronta originaria della nostra “umanità”.

Note

  1. Jankélévitch, Vladimir, Quelche part dans l’inachevé, Gallimard, Paris 1978, pp. 18-28.
  2. Shusterman, Richard, Thinking through the Body: Essays in Somaesthetics, Cambridge University Press, Cambridge, 2012.

Contattaci

Saremo felici di risponderti