L’estensione del concetto di setting nel processo di formazione

Dal setting psicoanalitico al setting formativo: cornice, regole “vive” e condizioni per un’esperienza trasformativa.

La psicoanalisi, a partire dalla sua nascita, ha cercato di individuare e caratterizzare il contesto in cui possa diventare possibile la creazione di un’esperienza significativa e trasformativa. Sono necessarie condizioni particolari per creare i presupposti ottimali perché un processo possa svolgersi. Freud, in una serie di articoli tra il 1904 e il 1919, inizia a precisare le sue idee sulla tecnica sotto forma di raccomandazioni fino a definire gli elementi che costituiscono il metodo psicoanalitico, e in particolare individuò un insieme di procedure che regolano i ritmi spazio temporali delle sedute e una serie di regole riguardanti l’atteggiamento dell’analista: neutralità, astinenza e riservatezza.

Freud chiamò la cornice della cura psicoanalitica situazione psicoanalitica e solo nel 1955 Winnicott introdusse il termine setting e questo nome rimase e si diffuse e si allargò anche ad altre situazioni non analitiche, come ad esempio al contesto formativo.

La parola setting significa “scenario, sfondo”, ma anche “montaggio” e quest’ultimo significato sottolinea come la costruzione di un setting debba essere adeguato alle finalità e ai fruitori del processo.

Il suo significato simbolico ha le radici nella relazione primaria: presenza-assenza, il ripetersi di gratificanti momenti di nutrimento e di contatto, contenimento concreto e mentale del bambino da parte della madre-ambiente, esperienze cioè che consentono di costruire una fiducia e una sicurezza verso gli altri e l’ambiente.

Il concetto di setting è rimasto per certi aspetti immutato nel corso del tempo ma ha assunto un significato più allargato e attivo nella strutturazione del processo analitico e comprensivo del funzionamento mentale dell’analista (setting mentale) nei suoi aspetti transferali e controtransferali. Quindi non solo cornice e regole ma elemento fondante e strutturante il processo analitico.

Bion ha osservato che la cornice sta al processo analitico come il contenitore sta al contenuto.

Il setting è quindi strettamente intrecciato alle finalità del processo, la finalità del setting in psicoanalisi serve a consentire al paziente di realizzare esperienze che abbiano una connessione con il proprio inconscio, con la propria infanzia, con i propri conflitti (esperienze di transfert) e all’analista di comprendere, contenere e rielaborare le angosce del paziente.

La finalità di un processo formativo ha obiettivi diversi ma ugualmente richiede un contenitore adeguato affinché si renda possibile lo svolgersi di un processo di apprendimento a partire dall’esperienza vissuta e venga facilitata l’introiezione dell’esperienza stessa.

Sappiamo che i processi di apprendimento di tipo imitativo sono certamente una modalità di apprendimento e di crescita ma solo se questi meccanismi si legano anche all’introiezione che ha un valore strutturante, in mancanza dell’introiezione il processo di apprendimento potrebbe generare un “far finta” cioè un’adesione passiva e superficiale.

Un processo formativo perché possa svolgersi richiede quindi la strutturazione di un setting che lo contenga.

In termini descrittivi formali si può considerare il setting come una cornice metodologica che offre un tempo e uno spazio con limiti e confini definiti e regolato da norme affinché un’esperienza possa essere vissuta. Una cornice che abbia caratteristiche di stabilità, solidità e regolarità in modo da fornire un contesto che abbia una qualità di sicurezza.

Tutte le caratteristiche del setting non rappresentano un cerimoniale formale bensì hanno ciascuna un significato specifico e per il conduttore-formatore e per l’utenza e per questo sono funzionali allo svolgersi del processo nel suo complesso.

Cercherò ora di precisare il senso profondo dei vari elementi che compongono il setting con finalità formative:

  • le costanti che regolano lo spazio e il tempo: il ritmo della presenza e dell’assenza, la frequenza, l’inizio e la fine, hanno la funzione di creare un campo d’interazione, di isolare dalla realtà esterna riducendo le interferenze che provengono dall’esterno, di consentire la costruzione di una nuova relazione o nuove relazioni e di favorire l’accesso all’interiorità, un ascolto verso la propria realtà interna per consentire la possibilità di esprimersi in modo autentico.
  • L’attenzione alla temporalità: inizio, parte centrale, commiato sono momenti importanti in quanto, attraverso di essi, si toccano e si evidenziano aspetti correlati alla separazione e all’incontro con l’alterità. E’ per questo importante che vengano fissati i limiti di tempo a priori per creare una situazione di stabilità psichica, perché se dipendessero dall’umore o dalla valutazione del momento potrebbero determinare una notevole precarietà.
  • l’assetto rigoroso, la fermezza, la continuità sono cruciali per fornire quell’affidabilità necessaria perché possa avviarsi un’esperienza significativa e possa mantenersi nel tempo. In particolare i bambini sembrano poco tollerare qualsiasi cambiamento nella cornice spazio temporale e sono disturbati anche da un piccolo particolare che venga introdotto, non tanto perché sono attenti alla realtà esterna quanto perché sono attenti ai bisogni della propria realtà interna, cioè al loro bisogno di costanza e affidabilità.
  • le regole dell’astinenza, neutralità, riservatezza presenti nel conduttore della formazione mantengono un valore generale affinché possa svolgersi un processo di apprendimento e formativo. Quando si parla di astinenza e neutralità si intende anche una necessaria sospensione del giudizio che consente un’apertura a osservare, conoscere e stimolare la conoscenza.
  • il limite spaziale e temporale (inizio e fine) consente di promuovere il senso del limite e, nel momento in cui viene introiettato, può generare la creazione di confini e differenze tra interno ed esterno, tra sé e l’altro, tra le generazioni.
  • La temporalità attraversa il setting nei suoi aspetti: di ritmicità e circolarità, ma occorre ricordare che i bambini sono spesso ancora sulla soglia del riconoscimento del tempo.

Nell’infanzia il riconoscere che il tempo esiste nasce dalla esperienza, inizialmente a livello sensoriale, dell’attesa, quell’intervallo tra il momento della percezione del bisogno e la sua soddisfazione. Acquisiscono il senso della ritmicità e della circolarità del tempo nelle proto-esperienze sensoriali pre e neo-natali e nella relazione primaria (presenza – assenza – presenza) e certamente il ritmo è un elemento fondamentale nella strutturazione del tempo.

Ma la capacità di tollerare il “fattore tempo”, inteso come capacità di attendere e prospettarsi un futuro, è frutto dell’introiezione di un oggetto che è stato capace di aspettare e nell’attesa abbia saputo tollerare uno stato di disagio, mantenendo salda la capacità di pensare. Reverberation time è il termine utilizzato da Dana Birksted-Breen per indicare nel bambino lo sviluppo della capacità di tollerare il senso del tempo attraverso l’introiezione di questo processo.

I bambini sembrano invece a volte sostare in uno stato atemporale.

L’acquisizione del senso del tempo è strettamente connesso alla sviluppo della capacità di pensare.

Tutti questi elementi che caratterizzano il setting generano un contenimento emotivo e mentale per i bambini fruitori del processo e per il formatore consentendo a quest’ultimo di costituire un proprio assetto mentale in cui l’attenzione, la sensibilità e la pazienza facilitino un contatto con se stesso e con i bambini.

Gli aspetti transferali e controtransferali sono onnipresenti e si producono in molte circostanze, non sono appannaggio solo della psicoanalisi, e possono aiutare a comprendere le difficoltà che s’incontrano. Nella psicoterapia il transfert e il contro transfert rappresentano il fulcro del lavoro analitico e possono essere elaborati, ma anche nell’ambito formativo possono rappresentare indicatori utili per il formatore al fine di analizzare il percorso che sta portando avanti ed eventualmente apportare correzioni nella propria modalità di conduzione.

Questa attenzione e riflessione da parte del formatore su se stesso è importante dato che la responsabilità dell’invarianza del setting è del formatore così come l’analisi delle variazioni di setting che a volte sono inevitabili, ma occorre che siano riconosciute e comprese nei suoi effetti.

Occorre anche tenere conto che nei bambini il contenitore interno che consente di tollerare le emozioni e le ansie è in via di strutturazione ed è ancora fragile di fronte ad emozioni intense; per questo motivo i bambini necessitano ancora di più di un contenimento esterno. E’ frequente osservare nei bambini, infatti, la trasformazione di emozioni, a volte troppo intense, in una eccitazione diffusa corporea che impedisce un contatto autentico. La regolazione delle proprie emozioni può ancora dipendere dall’esterno, da adulti in grado di aiutarli a modulare le emozioni percepite. Inoltre solo attraverso un contenimento emotivo diventa possibile instaurare un processo di apprendimento basato sull’esperienza e sull’introiezione dell’esperienza stessa.

Esiste quindi un legame tra le funzioni del setting e il processo formativo, in quanto il setting protegge, attiva il processo e struttura una esperienza.

Vorrei anche sottolineare alcune similitudini presenti nel setting con il rito nel suo significato di procedura simbolica che conferisce senso all’esperienza.

Alla base del rito, come lo descrive Carla Pasquinelli, “ci sono i nostri bisogni d’identità, riconoscimento, senso di appartenenza, comunità”.

Il senso profondo del rito non va confuso con l’esteriorità del rituale e quando questo accade il rito diventa un guscio vuoto, inerte.

Questa similitudine aiuta a considerare quanto siano ampie le derive che può correre il setting trasformandosi in un cerimoniale rigido, ripetitivo, anaffettivo e le regole, perdendo il loro significato e la loro vitalità, assumere solo il significato di difese psichiche.

Nel concludere vorrei spostare la mia riflessione passando dal contenitore della formazione (setting) al contenuto presente nella formazione all’apprendimento alla musicalità, e porre alcune domande.

La dimensione musicale affonda nella vita prenatale, lo sviluppo dell’udito nel feto è completato all’età di quattro mesi di vita intrauterina, e il primo incontro tra il bambino non ancora nato e la madre avviene a livello uditivo.

Molto precoce è la percezione delle frequenze basse che hanno una funzione calmante, rallentante, mentre le frequenze alte vivacizzano e stimolano la motricità

Le esperienze precoci quindi sono uditive prima ancora che visive. Le percezioni uditive pre-natali a carattere ritmico sono iscritte in un deposito mnestico e sono legate alle emozioni, “la voce della madre costituisce un vero e proprio codice sonoro sul quale poggerà il linguaggio futuro del bambino”(S. Maiello 1993).

Canto e danza si collocano quindi a un livello primitivo, all’inizio della vita, il suono si colloca a monte del simbolo, il suono infatti evoca ma non rappresenta.

Da queste brevi considerazioni mi chiedo:

Quale posto occupa la dimensione musicale nel processo di sviluppo delle funzioni psichiche? E una formazione alla musicalità quali corde evoca e tocca a livello psichico profondo? Quanta attenzione occorre dare perché questo possa succedere e rappresentare una facilitazione per una crescita integrata?

BIBLIOGRAFIA

  • Argentieri S. (1992): Un rito di oggi:il setting psicoanalitico tra creatività e coazione, in C. Pasquinelli: Forme dell’identità culturale, Quaderni anno VI n. 9-10(1992), Liguori editore,Napoli
  • Baranger W.e M.: La situazione psicoanalitica come campo bi personale,Milano,Cortina, 1990
  • Bion W.R.(1962): Apprendere dall’esperienza, Roma, Armando 1972
  • Etchegoyen R.H.(1986): I fondamenti della tecnica psicoanalitica, Roma, Astrolabio, 1990
  • Freud S.(1912): Consigli al medico nel trattamento psicoanalitico, O.S.F.7.Boringhieri,Torino,1974
  • Freud S.(1904):Psicoterapia, O.S.F.4.Boringhieri,Torino,1974
  • Freud S. (1914): Ricordare,ripetere e rielaborare. O.S.F.7.Boringhieri,Torino,1974
  • Maiello S.: Il corpo di risonanza.Note sul versante dell’ascolto analitico,Riv. Psicoanalisi e metodo ,Roma ,Borla, 1993
  • Meltzer D.(1967):Il processo psicoanalitico, trad.it. Roma, Armando, 1971
  • Laplanche J, Pontalis J.B. (1967): Enciclopedia della psicoanalisi,Trad.it. Bari,Laterza,1984
  • Winnicott D.W. (1989): Esplorazioni psicoanalitiche , Milano, Cortina,1995

Contattaci

Saremo felici di risponderti