Mattia Palagi, bassista e insegnante Audiation Institute, affianca da anni l’attività educativa e didattica con la ricerca musicale e strumentale, che lo ha portato a suonare quasi tutti i generi fino a esplorare le potenzialità dell’improvvisazione libera con un pioniere internazionalmente riconosciuto come il contrabbassista californiano Barre Phillips e il suo progetto italo-francese Fête Foreign.
A completare il trio viene chiamato Simone Lobina, chitarrista di solida formazione jazz che vanta collaborazioni con alcuni tra i migliori musicisti italiani e partecipazioni con propri progetti jazz/sperimentali in numerosi festival della penisola.
Valentino Vitali è un batterista-percussionista molto giovane ma già professionalmente affermato. Specializzatosi in jazz, funk, ritmi latini e brasiliani, e in percussioni afrocubane e africane, alterna anche lui l’attività live e in studio con la professione di insegnante e esaminatore.
Dal loro incontro, e dal desiderio di unire in un lavoro originale la passione per il jazz contemporaneo, per i ritmi latini e afroamericani e per l’improvvisazione radicale, nasce nell’estate 2016 il progetto Satomi.
- Autore: Satomi
- Titolo: Groovaround
- Casa discografica: Satomi 2018
- Album digitale: Bandcamp Facebook
I tre si mettono al lavoro, su musiche originali composte da Mattia Palagi, e il risultato è l’EP autoprodotto Groovaround, che vede la luce il 25 aprile 2018: cinque brani di sapore jazz/fusion, ciascuno con una sua identità musicale, in una sorta di giro del mondo sonoro.
Quest’idea di viaggio intorno al mondo del groove è anche l’ispirazione per il titolo dell’EP e per la grafica di copertina, curata personalmente da Valentino Vitali (in questo caso il giro è simpaticamente immaginato intorno a un divano, richiamando il titolo di uno dei brani).
E ora entriamo nel vivo dell’ascolto.
La prima traccia del disco è Dave and I, che fin dal titolo vuol essere un omaggio al grande contrabbassista Dave Holland e al suo celebre quintetto. E l’ispirazione è chiara nella prima parte del chorus: una ritmica dispari, quasi un samba in 7/8, su cui il basso costruisce un intrigante ostinato e poi la chitarra canta un bel tema lidio.
Nella seconda parte si cambia: il metro diventa ternario e l’ostinato si trasforma in una solare progressione armonica.
Con una formula consolidata che vedremo anche in altri brani, il chorus viene ripetuto per poi lasciare spazio ai solisti: sulla parte dispari è la chitarra a improvvisare, ancora prevalentemente nel modo lidio e con uno stile che mi ha ricordato certe esplorazioni del miglior prog-rock. Nella parte ternaria tocca invece al basso dipingere paesaggi, spazi e cieli aperti.
Il secondo brano, dal titolo Quello storto d’un Fusankacido, è un funky-fusion temerario: su un solidissimo groove di basso e batteria la chitarra di Simone Lobina si lancia in un tema carico di tensioni e dissonanze tonali e ritmiche, ma allo stesso tempo sorprendentemente “cantabile”.
Notevole la parte solistica, dove dapprima chitarra e basso giocano insieme e poi si uniscono in un ostinato facendo da sfondo all’esplosiva improvvisazione di Valentino Vitali alla batteria.
In Percussive loop la sovrapposizione tra la batteria “brasiliana” e un giro di basso più sostenuto crea una struttura incalzante dal sapore latino, che invita e quasi obbliga a ballare. Su questa, il tema della chitarra si appoggia arioso, come un treno che scivola veloce sui binari.
Nelle parti soliste la chitarra e la batteria partono per viaggi avventurosi, mentre il basso rimane solido, come una bussola, a mostrare la strada di casa.
Divano blues non è propriamente un blues, anche se conserva in qualche modo l’andamento e lo spirito del titolo: a descriverlo con un’immagine penserei proprio a un gatto sdraiato sul divano, sornione e indolente ma pronto a dare la sua zampata. Così è la partenza: un tema misterioso, eseguito all’unisono da basso e chitarra, arriva dopo un po’ di tempo speso a giocherellare sulla struttura.
E così sono i tre assoli: quando arriva il loro turno i musicisti sembrano entrare in punta di piedi, quasi guardandosi intorno pigramente, per poi crescere e finalmente tirar fuori gli artigli.
Tutta brasiliana è invece la traccia finale Giro in tondo, dove chitarra e batteria giocano al confine tra bossa e samba su un’inconsueta struttura in 3/4.
Un’altra interessante particolarità è la struttura armonica su un numero dispari di misure, che provoca quella sensazione di incompiutezza e di circolarità richiamata dal titolo. Il tema e la parte di improvvisazione solista sono affidate al basso di Mattia Palagi, che ci gioca con naturalezza, leggerezza e grande espressività.
In sintesi Groovaround è un bel disco di jazz contemporaneo, con tante identità musicali e tante contaminazioni, caratterizzato da strutture ritmico-armoniche efficaci, temi audaci, ma sempre cantabili e orecchiabili, e una notevole maturità improvvisativa.
Ascolto piacevolissimo.