Prepararsi ad una lezione collettiva, con protagonisti bambini di varie età, pone delle sfide costanti, soprattutto da un punto di vista relazionale. L’impronta che questi incontri settimanali lasciano, nei bambini e in noi insegnanti di musica, deriva dalla necessità di porsi su un piano di accoglienza ed ascolto molto profondi, che devono quindi partire dalla consapevolezza (soprattutto da parte nostra) che dall’inizio alla fine dell’incontro, si va a definire un dialogo costante sia con il gruppo, che con ogni singolo bambino.
Nel promuovere questa riflessione parto dal presupposto che le attività che vengono svolte durante un incontro di musica siano adeguate alla fascia d’età con cui si sta lavorando (sia essa di bambini tra gli 0 e i 3 anni, o con bambini più grandi), che lo spazio dove si svolge l’incontro sia sistemato e congruo con la proposta, che l’insegnante sia stato/a in grado di prepararsi in precedenza un “canovaccio” della musica da proporre e delle attività ad essa correlate, su cui poi andare a muovere l’incontro, in base alle risposte e alle proposte dei bambini.
Ritengo che, a prescindere dall’approccio utilizzato, così come dalla fascia d’età coinvolta, sia fondamentale porre l’accento sul Dialogo all’interno delle relazioni educative musicali. Questo perché avvicinarsi ad un allievo, attraverso la musica, apre immediatamente connessioni ed opportunità uniche di coglierne il vissuto, l’emotività e l’espressività, oltre che di valutarne le competenze e gli apprendimenti.
Definiamo il termine “Dialogo”, in modo da introdurci nella tematica partendo da una chiarezza terminologica che ci permetta di condividere nettamente il punto di partenza di questa riflessione.
Dialogo:
momento in cui due o più persone parlano, rispettando i tempi della conversazione, cogliendo le emozioni di ciascuno, dando attenzione agli aspetti non verbali, ai movimenti e allo sguardo. Il tutto cercando di comprendersi a vicenda, costruendo un’interazione rispettosa e promuovendo lo scambio di pareri e di idee, nell’ottica di arricchirsi a vicenda.
Nello stare con bambini piccoli, trovare uno spazio per il dialogo diventa indispensabile, proprio nell’ottica di sostenere il loro vissuto e di accogliere sensazioni ed emozioni che possono mutare nel corso delle giornate e dei tempi. Questo a volte può risultare complicato.
Spesso nel correre quotidiano e nella preparazione degli incontri (predisposizione della stanza, scelta del repertorio da cantare, recupero di eventuale materiale o di oggetti per le attività) rischiamo di perdere di vista questo aspetto, che sta alla base della costruzione di una relazione educativa inclusiva, serena e valorizzante.
Il Dialogo è una parte integrante degli incontri che ognuno ha con i propri studenti. Ci troviamo a pensare lo spazio della lezione da molteplici punti di vista: il setting, l’accoglienza, la scaletta dei brani o il tipo di attività da proporre, il materiale che useremo, ma non possiamo prescindere dal porre attenzione anche all’idea che vi sia uno spazio sensibile dove si sviluppa la relazione con ogni bambina e bambino presente.
L’idea di spazio fisico riporta alla mente l’immagine di qualcosa che ha dei limiti, spesso che sta all’interno di qualcos’altro, ma nella costruzione di una lezione, lo spazio che ciascun insegnante può ritagliarsi ha anche altre valenze.
Si tratta di uno spazio mentale per poter pensare ai bambini, immaginarsi le loro reazioni alle proposte, per prepararsi ad entrare in contatto con emozioni, atteggiamenti e azioni che variano in continuazione e che hanno necessità di una risposta immediata e il più possibile adeguata.
Lo spazio è legato allo stare, non al fare, dovrebbe essere quindi intriso di relazione, di sguardo e di empatia. In quest’ottica, il Dialogo diventa uno strumento fondamentale per ampliare questo spazio e farlo diventare non più solo un “ambiente” personale dell’io, ma terreno fertile di confronto con l’altro. In questo caso un altro più piccolo, che ha quindi un suo modo di interagire e di comunicare.
Come permettere quindi ai bambini di sentirsi accolti ed ascoltati nel loro comunicare?
Sicuramente provando a non pensare in un’unica ottica, come se quello che dice l’insegnante fosse la parte imprescindibile del discorso. Dialogare implica infatti un passaggio di parole tra pari, con un ritmo da seguire dettato dallo scambio tra chi parla e chi ascolta.
Nello studio sullo sviluppo della psicologia del linguaggio, la base di partenza è la condivisione di significati e significanti, che permette a due persone di stabilire un terreno comune di condivisione di suoni, parole e poi di pensieri.
Nel lavoro con i bambini piccoli, che sono immersi in un ambiente sonoro e linguistico che stanno cominciando a comprendere e a “frequentare”, l’essere in grado di stare in questa dinamica a volte può risultare complesso. E il rischio di ricorrere a un dialogo stantio e arido è dietro l’angolo.
Entrare in contatto con ogni singola/o bambina/o richiede cura, attenzione e la forza di volontà di non dare per scontato quello che i nostri piccoli ci stanno dicendo.
Allo stesso modo sta nell’etimologia stessa della parola “comunicazione” l’idea della partecipazione attiva al dialogo. È una presa di responsabilità da parte dell’educatore, che dovrà mettersi in gioco con tutto sé stesso nel vivere una crescita reciproca, che apre porte alla relazione con ogni bambino, “a modo suo”.
Non rivolgere una domanda generica al gruppo, ma occuparsi di avere uno spazio di interlocuzione con ciascun partecipante all’incontro è il primo modo per mettere il seme di un dialogo che sarà quindi personale oltre che collettivo. Mettersi all’altezza del bambino, non sfuggirne lo sguardo, cercare segnali comunicativi che vadano oltre la parola, sono tutti modi per interagire su un piano più profondo, che quindi costruisce una base dialogica che, poco a poco, troverà modi e gesti propri di ciascuno, senza forzare l’arrivo e senza soprattutto ridurre la conversazione a una ritualità che rischia di renderne banali i contenuti, oltre che sminuirne la portata emotiva.
Sentirsi ascoltati dà ai bambini motivazione e forza nel cercare di far valere la propria autonomia e la ricerca della propria identità. Questo è il compito primario del Dialogo che l’insegnante crea all’interno del gruppo. Un continuo movimento dall’ascolto all’ascoltare, dal parlare al sentire, dal vivere un’emozione al condividerla. Chiaramente questo avviene nel momento in cui la disponibilità alla relazione viene condivisa tra tutti gli interlocutori presenti.
Nel lavoro con le insegnanti di Scuola materna, spesso il problema che viene sottolineato è che, dati i numeri, non c’è modo di porre attenzione ai singoli e alle loro istanze, a meno che non siano talmente evidenti da richiedere un intervento (di vario tipo). In questo modo però il rischio di appiattire la comunicazione all’interno del gruppo è dietro l’angolo. E a questo punto non si parla più di dialogo, ma di comunicazione, l’insegnante comunica una cosa e i bambini la assimilano, in uno scambio che non è più equilibrato e che soprattutto non tiene conto delle differenze individuali presenti nel gruppo. Sia a livello cognitivo, che a livello emotivo e di sviluppo psicologico.
Non sentirsi ascoltati dalla persona con cui si sta parlando, se protratto nel tempo, crea una ferita emotiva che, in forme più o meno gravi, porta a non ritenere utile il Dialogare. Questo, rapportato a un momento critico, come lo sviluppo di competenze nei bambini piccolissimi, smuove a cascata una serie di problematiche, non ultima una chiusura nei confronti della condivisione di sensazioni ed emozioni. È invece importante imparare a conoscerle e praticarle, oltre che imparare a chiamarle con il loro nome, per renderle accessibili, reali e gestibili.
Aprirsi alla possibilità del dialogo con i bambini dei propri gruppi, quindi, serve per ampliare le possibilità di ascolto e di crescita all’interno dello stesso. Significa darsi spazio per mettersi in gioco, per porsi in un atteggiamento di Ascolto vero, di comprensione e accoglienza di modi di dire le cose, di atteggiamenti e di comportamenti, che non sempre vanno nella direzione che ci eravamo pre-posti come obiettivo, ma che rimandano al mondo interiore dei nostri piccoli interlocutori, e che quindi non possono essere ignorati. Anzi, sono occasione di scambio e di conoscenza, di ciascuno, per arrivare un po’ più in profondità nel comprendere come crescono e cambiano i bimbi con cui ci rapportiamo.