Intercultura tra coro e teologia

Conversazione con Stefania Pineider: coro come laboratorio di diversità, traduzione culturale e costruzione di una “casa comune”.

“Intercultura è una parola”. Così inizia il mio colloquio con Stefania Pineider, direttore artistico dell’associazione Studium Canticum di Cagliari.

Ho conosciuto Stefania qualche anno fa, quando ho iscritto mia figlia ad uno dei cori da lei diretti, Scuole in Coro. Questa conversazione avviene all’incrocio delle nostre identità, formate da colori, tessere di mosaico, pezzetti diversi. Per lavoro e per passione entrambe ci occupiamo di formazione, relazioni, intergenerazionalità, e, come fare altrimenti, di intercultura. Nel mondo della musica e della musica corale Stefania, come pastora della chiesa battista di Cagliari, e come biblista io.

Nel libro dei Proverbi la Sapienza è descritta come una donna che fa udire la sua voce nelle piazze, che “chiama negli incroci”. Sono gli incroci i luoghi in cui l’intercultura si fa carne, dove una “semplice” parola diventa incontro. Non è indifferente che la parola inglese per dire intercultura sia “crossculturality”, a dire la cultura non più come un’isola, come J.G. Herder l’aveva considerata nel XVIII secolo, ma in termini di ponti, di incroci appunto, di necessità di nuove traduzioni che tengano conto dei diversi contesti, in un’ottica di riconoscimento delle diversità come costitutive delle relazioni e non come ostacoli da eliminare o movimenti da frenare.

“L’intercultura è d’attualità adesso, ma è una persuasione continua a non avere un modello unico di riferimento. La nostra identità si costruisce attorno a modelli: la scuola, il mondo spirituale, banalmente il mondo in cui vivi. Fa parte dell’educazione lo “sgrossare” tutto l’eventuale e costruirti un modello. E questo è positivo: il problema è che è molto facile che questo modello diventi unico, è facile che accada, perché è anche comodo. Allora per me l’incontro è la possibilità di riconoscere che anche nella realtà che ti è più vicina, più consona, ci sono tantissimi modelli, modi diversi di fare le cose e anche idee diverse sul perché fai quelle cose. Per me la crescita musicale, che poi è crescita in senso lato, avviene perché tu ti strutturi, e questo è molto importante, ma nel frattempo ti affacci al mondo e vedi che altri hanno altre realtà di riferimento! Se questa diversità ti piace, la puoi copiare, se no, comunque prendi consapevolezza, sin da bambino, che la differenza esiste. E se la differenza esiste anche tra l’Italia e la Francia, sei abituato a cogliere non solo la permanenza, ma anche la differenza”.

Il nostro incontro infatti avviene all’indomani di un gemellaggio, che ha avuto luogo in Luglio tra bambine e bambini di Cagliari dai 7 ai 12 anni, componenti di Scuole in Coro, e il coro di voci bianche della Maîtrise de Seine Maritime, in Alta Normandia.

Italiani e francesi, una cultura simile, ma anche notevoli differenze, a partire dalle scelte istituzionali in materia di cori. “Scuole in Coro”, mi spiega Stefania, “nasce da un progetto del Comune di Cagliari, un dirigente e un’assessore avevano pensato che il coro potesse nascere nelle scuole, e così siamo partiti andando a scuola: è stato un esperimento, che ha ben funzionato per un tempo, ma non è andato avanti. Pur essendoci delle eccellenze in Italia, e con tutti i comitati musicali e i movimenti che ci sono, la scuola, ma anche la società, ancora non percepisce la musica come risorsa integrale, ma come un extra. Se non cambia questa idea, non so come la situazione possa cambiare”.

Il modello proposto dalla Maîtrise è un modello innovativo anche in Francia: in una scuola a indirizzo musicale, il coro è propedeutico e c’è un’ora di coro per tutti. “Il cantare in coro, al di là del fatto che per me è la cosa più bella del mondo, è propedeutico. Questa realtà è finanziata da tutta una serie di Enti pubblici e privati e sta diventando un modello. A me interessava conoscere un modello all’interno del quale l’istruzione musicale è capillare. Del resto che cosa faceva Kodàli, in Ungheria?”

Coro come palestra, laboratorio di diversità e dunque anche di intercultura.

“Il concetto di coro è un concetto già in sé interculturale: nel coro lo strumento lo porti con te, e siccome lo strumento è con te, sei tu e sei il tuo corpo. Questo non ti libera dalla fatica di imparare, di ripetere anche, ma il fatto è che sei tu nella tua interezza. Ci sono bambini, ad esempio, molto a loro agio con il proprio corpo, altri che non lo sono, per i motivi più diversi. Questo non significa che saranno così per sempre; ma se sei bambino e incominci a lavorare con il tuo corpo e su te stesso, non solo diventerai un bravo musicista, ma intraprendi un percorso che ha in sé un potenziale gigantesco. Per me il coro è il modo di sperimentare, anche con tutta la parte sociale, ricreativa e di relazione con gli altri, ma primariamente con se stessi. Il coro è la mise en abyme dell’interculturalità. Per questo amo lavorare anche con altri direttori, in modo da non avere un modello unico. Riconoscere come ti parlano diversi direttori, osservare diversi movimenti, rappresenta aperture di senso che hanno a che fare con la musica ma anche no”.

E’ questo “anche no” che ci accomuna. L’identità cristiana è per me identità a perdersi. Nei vangeli Gesù dice: “Chi vuol salvare la propria vita la perderà, chi la perderà per amor mio e del vangelo la salverà”. Leggo queste parole come una chiamata a vivere il più possibile laicamente nel mondo, senza paura di “contaminarsi”, di perdersi. L’identità cristiana, a cui tanto ci si vorrebbe riferire per costruire muri che hanno le fondamenta nella paura e nell’ignoranza, non dovrebbe altro che essere interculturale, all’incrocio delle diverse identità. Allora conoscere le proprie radici aiuta ad andare oltre le paure e a non fermarsi alle etichette. Sapere che la propria identità, nel caso del cristianesimo, è fondata su una persona, Gesù, il Cristo, che non aveva paura di andare oltre i confini per incontrare donne e uomini, aiuta a costruire comunità che vivono a partire dal riconoscimento delle differenze e che, proprio come i cori, vorrebbero essere laboratori di diversità e di valorizzazione dei diversi doni.

La pluralità è però anche garanzia di conflitto, e allora la palestra dell’intercultura è anche tentativo di tradurre, di riconoscere i bisogni individuali e gli interessi comuni, di trovare un linguaggio che abbia come obiettivo la costruzione di una “casa comune”. Questo non è per niente semplice perché si scontra con il mito, o la “catastrofe dell’incomunicabilità”1: le diverse lingue, i diversi costumi, la Babele, in cui siamo inseriti, è vista come una punizione e non come una vocazione, una chiamata cioè alla traduzione permanente che permette la relazione. E’ la dinamica stessa delle Scritture bibliche, libro e biblioteca nello stesso tempo, Scritture che si rimandano e si interpretano a vicenda perché il loro modello non è unico, e ogni libro deve reinterpretare la Parola di Dio nel contesto e nei tempi in cui questa viene rivolta.

Come funziona nella musica? La conoscenza della propria identità serve alla musica e in che modo?

“L’identità serve per conoscersi: nella musica tu conosci qualcosa di te, limiti, forze, sfide. Tante volte ho visto persone scoppiare in lacrime, succede anche a me, ogni volta che vengono toccate corde che non sai. La definizione di un’identità è dunque molto importante, ma lo è perché nel coro è messa al servizio. La definizione di un’identità mi consente di sapere quali sono i miei punti di flessibilità e quali no. Mi consente di poter mettere a disposizione questa flessibilità laddove ce l’ho, o di fare un passo indietro laddove non è per me sostenibile. Apprendere la parzialità della propria posizione, in relazione agli altri è un esercizio che il coro ti fa imparare, che diventa utile, se però vuoi e puoi lavorare su questo”.

Il tema della sostenibilità è importante. Il gruppo, e il coro è anche un gruppo, è più della somma delle singole identità. “Questo i direttori di coro lo osservano ogni volta. Se metti insieme le singole individualità, dando nomi e cognomi e volti e storie, se li guardi ad uno ad uno puoi temere di non farcela, ma il coro è capace anche di magia. E’ magia quello che è successo al concerto di Scuole in Coro in Francia, mi commuove certo il risultato artistico, ma la mia ambizione non è tanto su questo, ma sulla possibilità generativa che le persone vadano oltre se stesse conoscendo se stesse”. Il coro è un processo generativo. L’interculturalità, con le sue dinamiche a volte complesse e le sue difficoltà, più che il suo esito è la trama che, faticosamente, spesso, sorprendentemente, lo rende fecondo.

Note

  1. Cfr. Yann Redalié, Lingua e intercultura, modelli e pratiche di integrazione, dispense del Master in Teologia interculturale, Facoltà Valdese di Teologia, 2017.

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