La mia esperienza

Riflessione da genitore e insegnante: obiettivi, aspettative e clima educativo nei corsi ispirati alla MLT.

Premessa

Ho vissuto i corsi di educazione musicale, secondo la Music Learning Theory di E. Gordon, prima da genitore e poi da insegnante, così da sperimentare entrambi i ruoli e scoprire, con un po’ di sorpresa, che su alcuni aspetti sono analoghi. In particolare, da insegnante ho acquisito una consapevolezza più chiara degli obiettivi e delle aspettative che già avevo da genitore, oltre che del ruolo di modello e guida per i bambini.

Nascere alla Musica

Il benessere del bambino è il tesoro più importante di questa esperienza, il fiore da coltivare con premura. La musica è una compagna viva e colorata del paesaggio che lo circonda in questo viaggio. E’ un veicolo di emozioni e di intenzioni, una magia che unisce e crea il gruppo, un profumo che genera un’atmosfera densa di significati inesprimibili a parole. E’ un linguaggio per l’interiorità, con cui possiamo connetterci al bambino e tra di noi, senza giudizio, con rispetto e delicatezza, con ascolto e accoglienza di quel che ciascuno è.

Il compito di noi adulti, dei genitori in particolare nel caso dei bambini da 0 a 3 anni, è una partecipazione attiva, non da spettatori, che dà senso a quello che facciamo insieme, con attenzione e premura per l’onda emotiva del bambino, che entra in un’esperienza di gioco quale piccola riproduzione della realtà in cui sperimentare, protetto appunto dalla presenza dell’adulto. Noi “grandi”, piuttosto che a forzare dei percorsi, siamo chiamati a lasciare che i bambini ascoltino e si muovano nella loro modalità preferita, intervenendo solo quando escono dai confini delle regole minime necessarie per una partecipazione sana. Siamo chiamati a lasciare i nostri stereotipi di “partecipazione attiva e performante”, tarata sul giudizio altrui; piuttosto possiamo cogliere l’occasione per essere indulgenti con noi stessi, abbandonare questi vincoli e lasciarci avvolgere e portare dalla musica in modo più primordiale, tornando al dondolio cullante dei primi istanti della nostra vita. La musica, da sola, mette in movimento il corpo ed è proprio mediante il corpo che si ascolta e si conosce la musica. Possiamo essere così modelli per i nostri bambini, così come lo sono loro per noi nel modo in cui ascoltano e si muovono.

Il bambino, così, è aiutato a comprendere e poi manipolare questo linguaggio, che è fatto di proposte musicali alla sua portata (per la brevità, la ripetizione e il silenzio), ma anche ricche (per la varietà e la complessità dei brani): i brani infatti sono brevi, sono ripetuti per renderli familiari e sono separati dal silenzio, per contenerli in uno spazio temporale in cui è possibile osservarli e sentirli risuonare; sono ricchi, perché contengono al loro interno anche figure complesse e sono proposti in una sequenza di varietà di generi e stili (modo, metro, velocità, intensità ecc.).

La relazione ed il gruppo, favoriti anche da giochi di movimento e oggetti colorati, sono un terreno fertile fondamentale, affinché al bambino piaccia giocare con questo linguaggio. E’ da qui che scaturisce il piacere di fare musica insieme, esperienza di un processo che resta per tutta la vita e mette in moto il desiderio di conoscere e usare la musica. Si scopre anche che, con l’aiuto di noi adulti, questo processo può continuare a casa, in famiglia o negli altri ambienti quotidiani, che è possibile innescarlo anche altrove. Così la situazione pian piano si rovescia e, anziché vivere l’incontro di musica come un’esperienza straordinaria, questo inizia a pervadere l’ordinario.

Ancora in questo percorso il bambino entra in relazione con lo spazio attraverso i movimenti e l’interazione con gli altri prendendo coscienza del proprio corpo sperimentando la propria gestualità in modo libero e non giudicante. Nei giochi impara a guidarlo secondo dei percorsi, suggeriti dalla musica, sia partecipandovi, sia osservando gli altri.

Il bambino prende anche confidenza con le emozioni, gioia ma anche tristezza, sorpresa, paura, ed ha bisogno di tempo e di un contesto amico per prendere fiducia in sé e coltivare l’autostima. Sta a noi adulti concedergli di assaporare anche quelle emozioni, che spesso etichettiamo come “negative” solo perché sgradevoli, permettendogli di sperimentare che fanno parte della vita, che non ci travolgono e che poi passano.

Crescere con la Musica

Tutto parte dall’ascolto: fin dal grembo materno, il bambino è avvolto dai suoni, alcuni originati dal linguaggio, altri legati a certe funzioni della vita quotidiana, altri ancora casuali e facenti parte del paesaggio sonoro. Impara prestissimo a distinguere tra questi tipi e già alla nascita è sensibilissimo all’ascolto, pronto alla perfezione per apprendere i significati e la sintassi dei suoni più importanti per la sua vita, quelli del linguaggio. Quando inizia a parlare, già da mesi è capace di comprenderlo, pur non riuscendo a coordinare parole e frasi.

Gli stessi processi avvengono con l’apprendimento musicale. Tuttavia, dato che nel nostro contesto culturale le proposte offerte ai bambini non sono tanto quotidiane e sistematiche quanto quelle del linguaggio verbale, spesso perdiamo per strada lo sviluppo delle capacità che permettono di ascoltare, comprendere e pensare la musica, per poi arrivare a “parlarla”.

Questi percorsi sono dedicati a sviluppare e potenziare proprio queste competenze, che il bambino acquisisce con processi simili allo sviluppo del linguaggio: innanzitutto con l’ascolto e l’osservazione, anche dei dialoghi tra gli adulti, poi con la lallazione e il “mammese” (con cui la mamma rispecchia le lallazioni, risponde ai primi tentativi di parole con il suono esatto ecc.), quindi con brevi dialoghi, fino ad arrivare alla costruzione di frasi e periodi che esprimono chiaramente la capacità di pensiero linguistico. In modo analogo, ma anche ottimizzato per sfruttare al meglio l’incontro periodico del corso, si lascia che il bambino ascolti le proposte musicali, si accolgono le sue risposte casuali e poi intenzionali, rispecchiandole e rispondendogli con altri frammenti musicali (pattern) di acculturazione ed imitazione, relativi al canto fatto; più avanti, si accolgono i suoi tentativi di imitazione, inizialmente non accurata, dei nostri pattern, che sosteniamo con il rispecchiamento e le nostre risposte date con intonazione accurata. Qui è importante lasciare al bambino tutto il tempo necessario a superare l’iniziale frustrazione che vive nel percepire la differenza tra ciò che ha sentito e ciò che ha prodotto ed a “decifrare” con più padronanza le proposte musicali, per sviluppare la fiducia e lanciarsi, talvolta con euforia, in lunghe chiacchierate musicali. Il bambino anche in questa fase ha bisogno del suo tempo e non deve essere sempre necessariamente invitato a una performance di attestazione delle proprie competenze: questo è un bisogno dell’adulto. Il bambino è capace di “leggere nella mente” di noi adulti l’ansia da prestazione, che può diventare un peso schiacciante; l’invito allora è quello di lasciare che le cose accadano e osservarle, perché è già perfetto così.

Questa modalità di giocoso dialogo musicale – che, non dimentichiamo, in quanto tale ha bisogno dei connotati del dialogo vero e proprio, cioè la relazione, il contatto visivo degli sguardi, il respiro prima e dopo aver pronunciato le “parole” e “frasi” in pattern – diviene gradualmente familiare ed il bambino inizia una palestra fondata sull’imitazione, che mette insieme il movimento e gli “oggetti musicali” in un tutt’uno, divenendo inconsapevolmente partecipe di un’esperienza di gruppo.

Fare ed Essere Musica

Per arrivare a sentirsi realmente partecipe del fare musica insieme, il bambino ha bisogno innanzitutto di sentirsi sia individuo che parte del gruppo. A questo contribuiscono le attività di gruppo e movimento nello spazio, a partire dalle corse di allontanamento dalla mamma, passando per i giochi in cui si alternano movimenti di insieme ad altri individuali, arrivando anche alla scelta di mettersi in disparte seduto o disteso a osservare gli altri.

Partendo dal corpo, porta questa esperienza anche al livello musicale, con gli stessi passaggi da individuo a gruppo e vice-versa. In questo modo inizia a vedere anche se stesso come “altro” e a sperimentare un’introspezione, che gli permette di confrontare i contenuti musicali espressi dagli altri con quelli prodotti da lui, ma prima ancora sentiti nel suo pensiero musicale, nel suo “ascolto attivo”, nella sua audiation.

Diversamente dal luogo comune per cui “bambino stonato” = “bambino non musicale”, in questa fase egli spesso già comprende chiaramente, in audiation, gli elementi sintattici dei brani che ascolta, anche se non è in grado di riprodurli con accuratezza. Egli sente la differenza, è in grado di ascoltare ed ascoltarsi e desiderare di intervenire per coordinarsi nelle risposte.

Il movimento, il respiro e l’intenzione relazionale sono gli ingredienti necessari alla coordinazione di risposte musicali accurate, che coincidono con quelle sentite in audiation e sono in armonia con il contesto musicale oggettivo. Insieme a questi ingredienti, è necessaria l’attività educativa dell’insegnante, sia per mantenere vivo il desiderio di giocare insieme con la musica, in gruppo e individualmente, lasciando emergere il potenziale di ciascun bambino secondo i propri tempi personali, sia per proporre un modello musicale accattivante, seppur alla loro portata, imitabile e raggiungibile. C’è un’attenzione, quindi, da parte dell’insegnante a proporre i pattern di assimilazione, di complessità commisurata alle possibilità di ciascun bambino e del gruppo intero: da notare che anche i bambini tra di essi possono rappresentare dei modelli, raggiungibili molto più facilmente dell’insegnante.

Il bambino, dunque, apprende il processo grazie al quale può coordinare delle risposte accurate, che gli permette di accostarsi, come individuo, all’esperienza musicale di gruppo, come in un coro.

Qui, per ridimensionare un’altro aspetto ansiogeno per i genitori, dobbiamo ricordarci che non c’è una “gara”: le risposte possono arrivare prima da un bambino, più tardi da un altro ancora più accurate, mentre un terzo tiene tutto in audiation e, magari, ha il potenziale musicale più alto degli altri; ma questo è irrilevante in merito all’apprendimento del suddetto processo e, soprattutto, dell’opportunità di fruire con piacere della musica.

Rinascere alla Musica

I processi e le competenze descritti finora formano insieme un bagaglio di base, indispensabile a comprendere la musica e poterne fruire, che ci portiamo dietro per la vita intera. Tuttavia, trattandosi di processi, non sono delle abilità statiche che, una volta apprese, rimangono tali e quali sono, ma dei percorsi che attraversiamo ogni volta che entriamo in contatto con la musica.

Questo significa che non si apprende tanto la musica, quanto ad apprendere la musica, a conoscerla sempre meglio in un viaggio non lineare, piuttosto spiraliforme. Quanto abbiamo appreso ci serve come base per imparare di più ai giri successivi: certo, mai nella vita saremo tanto aperti e predisposti all’apprendimento quanto lo siamo nei primi mesi e anni, per fisiologia, ma sempre avremo memoria di questi processi e, risvegliandoli, rinasceremo ogni volta alla musica.

E’ ancora più evidente per me, adesso, l’importanza di coltivare da adulto la passione per la musica nella quotidianità, tesoro prezioso che i miei cari mi hanno lasciato in eredità e che posso coltivare oggi per la mia famiglia, per gli altri bambini e per vivere una vita più appassionante…

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