Educare alla coscienza

Claudio Naranjo e la formazione degli insegnanti: coscienza, emozioni e responsabilità educativa nel contesto contemporaneo.

Responsabile Area Educazione Fondazione Claudio Naranjo

Quando mi è stato chiesto dalla redazione della rivista di scrivere un articolo sull’educazione, ed in particolare sul pensiero di Claudio Naranjo

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, mi sono entusiasmata perché sento l’urgenza di poter esprimere quanto mi addolora leggere o ascoltare tanto dibattito sulla Scuola, avvertendo al contempo un sottofondo di noia o, forse meglio dire, di disperazione.

Sono venti anni che mi occupo di educazione, grazie alla collaborazione con la Fondazione Claudio Naranjo in Spagna e l’Associazione SAT Educazione in Italia. Tanti anni in cui abbiamo cercato di diffondere la visione di Naranjo sul ruolo della Scuola e l’importanza di rivoluzionare la formazione stessa degli insegnanti. Il progetto a cui Naranjo ha dato il nome “Cambiare l’educazione per cambiare il mondo” è stato ispirato dai profondi cambiamenti riportati dagli insegnanti che avevano partecipano ai nostri corsi, a livello sia personale sia professionale, soprattutto rispetto al loro modo di stare in aula, nella relazione sia con gli alunni che con gli adulti coinvolti nel progetto educativo.

In questi due anni di pandemia la scuola è stata alla ribalta dell’attenzione mediatica, ma la sensazione è di aver perso un’occasione importante per riflettere ed agire. Il malessere che hanno dimostrato insegnanti, alunni e famiglie si è incentrato sulla gestione dei contagi dietro lo slogan “la scuola funziona, la scuola va avanti”. Ed effettivamente ha funzionato grazie all’impegno degli educatori di ogni livello e allo sforzo delle famiglie e degli studenti, come se tutti fossero coscientemente o incoscientemente alleati nel testimoniare che nulla avrebbe interferito nel compito educativo della società.

Tuttavia il compito educativo della nostra società già risultava debole e distorto rispetto a quella che dovrebbe essere la funzione di educare, fondamenta su cui si dovrebbe reggere la comunità a livello politico, sociale e valoriale.

La pandemia, in tal senso, non ha fatto altro che evidenziare il disastro in cui già versava la Scuola: un grave e continuo taglio di fondi ha comportato una degenerazione dell’edilizia scolastica e una riduzione drastica dei progetti a favore dei docenti e degli alunni, soprattutto quelli volti alla creazione di una comunità educativa basata sulla convivenza, l’inclusione e la crescita della consapevolezza emotiva. I progetti di sensibilizzazione e pratica artistica sono stati i primi ritenuti “inutili” in un mondo che concepisce la sopravvivenza solo come incolumità del corpo, dimenticando ricerche decennali sulla necessità di integrazione corpo-psiche al fine di raggiungere reali stati di benessere. Si è cercato comunque di andare avanti grazie all’impegno degli insegnanti, che ha superato gli stretti compiti istituzionalmente dati, e il lavoro volontario di tante associazioni che si sostengono con la forza dei loro ideali.

Nell’ottica di una formazione più attinente al mondo del lavoro, l’educazione in questo decennio si è ridotta a mere competenze tecniche che dovrebbero preparare i giovani a sostenere la società del futuro, dimenticando che i bambini e gli adolescenti hanno bisogno, già nel loro presente, di una vita ricca di senso. Abbiamo così assistito a una progressiva svalutazione delle materie umanistiche e artistiche, che costituiscono le radici di ogni popolo, le radici della nostra spiritualità, della nostra umanità. La tradizione letteraria e artistica di un Paese è ciò che permette lo sviluppo del completo potenziale umano: l’intelligenza emotiva, la creatività del mondo istintuale e la saggezza.

Non possiamo dimenticare che negli ultimi 15 o 20 anni questo tipo di conoscenza è stata denigrata pubblicamente da parte dei rappresentanti istituzionali a favore di un ripetersi obsoleto delle informazioni e la loro memorizzazione. Un maggiore contatto tra scuola e mondo del lavoro sarebbe una via da percorrere se non fosse che il mondo del lavoro non rappresenta più, ormai da tempo, la realizzazione del cittadino, ma piuttosto la realizzazione di una politica della produttività che ha come unico fine formare generazioni di consumatori. Il neoliberismo finanziario si è impossessato della Scuola inducendo una cultura di soddisfazione individualista basata sul “possesso” di beni a scapito di qualunque solidarietà o valore collettivo di distribuzione della ricchezza e delle risorse.

Immersi nell’idealizzazione del successo, i giovani si trovano stretti in una morsa: tra il desiderio di ottenere un posto di fama e potere e la reale impossibilità di accesso a uno status sociale superiore, perché in realtà è precluso a chi non ha già le risorse economiche e culturali per conseguirlo. Ai nostri ragazzi oggi rimane l’illusione di essere visibili nei media, credendo di poter colmare il vuoto di futuro con un cospicuo numero di followers. La visibilità mediatica è miraggio di ricchezza e riconoscimento, per cui non è più necessario studiare, leggere o prepararsi: per guadagnare basta essere attraenti, il vuoto si colma di immagini invece di ricercare un senso della vita. La conseguenza è un sentimento di impotenza e fallimento personale perché il mondo del benessere continua ad essere irraggiungibile. Mancando ogni analisi del contesto sociale e politico, il senso di frustrazione è vissuto come fallimento personale, e da qui non è difficile capire il perché del grande aumento di depressioni, atteggiamenti aggressivi e auto-lesivi.

Le parole del filosofo Byung-Chul Han chiariscono perfettamente il fenomeno: “Nella società della prestazione neoliberale chi fallisce, invece di mettere in dubbio la società o il sistema, ritiene se stesso responsabile e si vergogna del fallimento”

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Questa attitudine all’ “auto-sfruttamento” è un tipo di esperienza che gli insegnanti conoscono e di cui soffrono da molto tempo e che in questo periodo ha portato ad uno stress incontenibile. Gli insegnanti si sono trovati a rispondere all’esigenza istituzionale di una “scuola che va avanti”, dovendo sostenere a livello emotivo la precarietà che genitori e alunni stavano vivendo. La richiesta di procedere con il programma doveva essere soddisfatta, lasciando molto spesso da parte il bisogno di uno spazio e tempo per elaborare lo sconcerto, la paura per la sopravvivenza stessa o per la condizione scioccante insita nella pandemia. Vissuti che avrebbero avuto bisogno di accompagnamento adeguato sia per gli adulti sia per i giovani.

Ogni soggetto delegava, e delega, all’altro la soluzione dei propri timori, affidando molto spesso alla competenza tecnologica la causa dei disagi. Ogni soggetto ha creduto di doversi sforzare per essere efficiente, invece di fermarsi per elaborare il senso di ciò che accadeva e le emozioni spesso taciute.

I bambini e i ragazzi hanno dimostrato, in un primo momento, una grande capacità adattiva, una obbedienza nuova e un rispetto per le regole che ci ha fatto pensare a una maturità che non sospettavamo. E così è stato, ma questo grande adattamento ha presto dimostrato come non fosse una reale integrazione del corpo, del pensiero e delle emozioni, tanto che al primo avviso di allentamento delle restrizioni ha portato a una recrudescenza della violenza domestica e della violenza sociale tra i giovani.

Violenze che rivelano la paura sommersa e l’impotenza, alle quali forse non c’è soluzione pratica, ma sicuramente uno spazio adeguato di condivisione ed espressione avrebbe rafforzato il senso di unione, l’esperienza di non essere soli e l’importanza della solidarietà. Genitori, insegnanti e figli avrebbero fatto l’esperienza di accompagnarsi reciprocamente in un transito molto più traumatico di quello che pensiamo e che forse solo nel futuro ci apparirà chiaro in tutte le sue conseguenze.

Come dicevamo, la crisi attuale ha radici lontane nel tempo e qui voglio riferirmi specificamente alla “diagnosi” di Claudio Naranjo sulla crisi della società e dell’Educazione: la radice della nostra sofferenza risiede nel carattere patriarcale della civilizzazione e nella sottostante “mente patriarcale”, vale a dire che il patriarcato si riproduce attraverso una mentalità o spirito patriarcale che è soprattutto veicolato dalla famiglia di generazione in generazione. L’educazione è il luogo dove la cultura patriarcale si assicura la sua trasmissione.

Quando Claudio Naranjo iniziò a parlare di patriarcato, questo termine suonava obsoleto, soprattutto nella nostra società occidentale. È da tempo che non esistono dittature, è da tempo che esistono leggi sui diritti umani, è da tempo che le guerre stesse hanno perso la loro forma tradizionale di conquista armata di territori. In una cultura che si crede libera e si dice democratica è facile credere di aver superato il paradigma del dominio maschilista; in realtà lo dobbiamo ricercare non nelle forme istituzionali, ma nelle convinzioni esplicite o implicite che ancora ci guidano.

Oggi il patriarcato risiede nel dominio del mercato, capace di manipolare i nostri bisogni e persino le nostre emozioni: la realizzazione o il senso di sé si sono ridotti a carrierismo, al possesso di beni e denaro o al riconoscimento di uno status che passa per i social-media con forme rapide e stimolanti.

Non è più fondamentale entrare in un processo di formazione per concretizzare un progetto creativo. Questo percorso è lungo, richiede tempo e sforzo. Lo sforzo e la disciplina non hanno più senso in una società che si fonda sulla performance e sulla produttività rapida. Non siamo più noi i creatori di un prodotto che ci rimandi il senso di esistere, siamo noi il prodotto stesso. Siamo in vendita.

A questo scopo è stato funzionale ridurre le materie umanistiche a “noiosa archeologia”, così come è stato funzionale tagliare tutti fondi destinati all’arte. La musica o il teatro o qualsiasi espressione artistica richiede ascolto del mondo interiore, contatto con i livelli più profondi della propria sofferenza e della propria essenza. L’arte ha insito in sé il pericolo di risvegliare le coscienze. Non c’è spazio per la sensibilità e la coscienza in una società dove predomina il produttivismo e dove il bisogno di espressione di sé è stato sostituito dal bisogno di possedere.

Il patriarcato risiede nella politica della non inclusione che riguarda migranti e rifugiati, ma anche chiunque rivendichi il diritto ad auto-definirsi nella propria identità, nelle scelte sessuali ed esistenziali.

Anche la famiglia ha attraversato cambiamenti epocali. I nuovi genitori sono figli di una generazione che ha combattuto l’autoritarismo e il predominio del maschio; le donne hanno conquistato il diritto alla realizzazione professionale e soprattutto è cambiata la relazione genitori-figli.

Tuttavia dobbiamo dire che questo cambiamento è un processo in atto in cui le donne ancora lottano per il riconoscimento di pari trattamento e faticano a conciliare il diritto al lavoro con il ruolo di madre. Se da una parte la società patriarcale idealizza e santifica la donna/madre, dall’altra le madri sono sole nella presa in carico dei figli. La famiglia nucleare non gode più dell’appoggio dei nonni, uomini e donne ancora produttivi per scelta o per esigenza, e non gode nemmeno dei servizi adeguati di sostegno alla maternità e paternità. Inoltre, la presa di coscienza delle donne e la loro aspirazione alla libera scelta va di pari passo con la messa in questione del ruolo maschile. L’uomo, non più garantito come maschio indiscutibile, si trova di fronte a una “crisi di ruolo” e all’incapacità di sostenerne la frustrazione. Crisi che si trasforma molto spesso in violenza.

Il potere maschilista è ancora ben saldo, lo spirito competitivo prevale sui valori di collaborazione e cura tipici del femminile. Come denuncia Naranjo, la società patriarcale non solo esalta il successo e il potere, ma schiaccia lo spirito materno, così come criminalizza l’istinto del bambino.

La Scuola è specchio di tutte queste trasformazioni e dell’attuale malessere: gli insegnanti e i genitori, sotto la pressione del rendimento, si ritrovano in conflitto e riversano gli uni sugli altri le ansie per una istituzione che non è all’altezza della complessità del futuro né tantomeno uno spazio presente di benessere, basti pensare alle carenze di spazi esterni e al sovraffollamento delle aule, di cui sembra ci siamo resi conto solo adesso grazie alla pandemia.

Benché l’Unesco abbia ufficialmente dichiarato l’importanza dell’apprendimento a essere, piuttosto che a sapere e fare, ancora oggi tutti i soggetti coinvolti nell’educazione vivono sotto la pressione dei programmi e dell’acquisizione di abilità. Ancora il voto o l’esame sono visti come traguardi o sicurezza per un posto al sicuro nel futuro di questo mondo. E allo stesso tempo si evita di soffermarsi sugli strumenti adatti per affrontarlo, o meglio, per “viverlo” e su quale futuro veramente vogliamo. L’attuale generazione dovrà affrontare le pandemie, la catastrofe ambientale, la scarsezza delle risorse e le nuove forme di guerra come il terrorismo, in una totale sfiducia verso le istituzioni e la politica, con il rischio di incrementare l’individualismo e il nazionalismo. È una crisi globale che ricopre tutti gli aspetti della vita, dove il senso del “noi” si è perduto. È una crisi della coscienza, come la definisce Claudio Naranjo.

Quale educazione per quale società?

Non c’è una riflessione sul contesto socio-economico e culturale della nostra società, sulla necessità di mettere in discussione la “normalità” alla quale vogliamo tornare in fretta, una normalità che già creava discriminazioni, ingiustizie, frustrazioni e timori, che la pandemia ha solo messo in evidenza.

È scandaloso, se non criminale, continuare ad ingannare i giovani, illudendoli di potersi preparare al futuro che ci aspetta senza prendere in considerazione una crisi pervasiva a differenti livelli. Manca la consapevolezza che l’inganno consiste nel credere che si possa raggiungere un benessere o una felicità che non tenga conto del territorio in cui abitiamo o dei dolori affettivi e sociali che sottostanno a questi tempi di precarietà. Il pensiero positivo del “tutto andrà bene” sta rivelandosi ogni giorno più “soporifero”. La politica dell’incoscienza che ci ha governato fino ad oggi pretende che gli occhi rimangano chiusi nell’illusione di una superficiale speranza ottimistica. E’ proprio questa anestesia sociale e personale che ci ha resi depressi e sfiduciati in qualunque cambiamento possibile. Le parole che richiamano a valori come solidarietà, diritto, democrazia sono proferite senza alcun collegamento con la coerenza dell’azione. Sono state così svuotate di significato e di pratica reale, che i giovani se ne sono distanziati, consapevoli dell’inganno (non dimentichiamo il blah blah blah di Greta Thunberg).

Rendersi conto del reale malessere è il primo passo per una trasformazione. Solo con un processo di coscienza personale possiamo aprire la speranza a una coscienza collettiva.

Le radici del “male” patriarcale, il predominio della razionalità, la sete di predominio, la mancanza di una comprensione etica del dolore dell’altro, sono dentro di noi. È necessario un processo di auto-consapevolezza che ci permetta di vedere come noi stessi siamo stati sedotti dall’identificazione nell’avere piuttosto che nell’essere. Quella che viviamo è una crisi della coscienza e per questo abbiamo bisogno di una educazione alla coscienza e una politica per la coscienza.

Queste “abilità” non possono essere acquisite attraverso un processo lineare di passaggio di informazioni, ma possono solo essere trasmesse da adulti che abbiano percorso questo cammino di osservazione e conoscenza di sé, adulti che con tutti i loro limiti vivano in coerenza con i propri valori. Allora dobbiamo ripensare urgentemente alla formazione degli educatori. Claudio Naranjo propone una formazione alle “competenze esistenziali”, così sintetizzate in tre pilastri fondamentali:

La saggezza istintiva

Sviluppare fiducia nel mondo istintivo, nella saggezza della spontaneità e nel piacere, che sono fondamento di ogni apprendimento, estendendo la coscienza di ciò che siamo al corpo nella sua globalità. Si tratta di ascoltarlo e viverlo per recuperare il patrimonio creativo che permetterà ai giovani di sviluppare progetti di vita e professionali originali e profondamente soddisfacenti.

La saggezza relazionale e la conoscenza di sé

Formare docenti competenti emozionalmente e esistenzialmente perché una relazione affettiva autentica è inerente al processo di apprendimento. È qui dove l’aula diventa un luogo di incontro umano. Perché si faciliti un cambiamento educativo e sociale è imprescindibile una relazione che trascenda l’auto-esigenza, l’idealizzazione e il controllo.

Restituire al docente la sua funzione di referente e guida per i giovani in formazione, in collaborazione e relazione con le famiglie e tutti gli adulti coinvolti.

Essere consapevoli del mondo emozionale che si muove nelle relazioni e della struttura difensiva non flessibile, che fa sì che non diamo soddisfazione ai nostri bisogni così come non sappiamo comprendere il mondo dell’altro.

Comprendere come lo stile di personalità interferisce nella buona relazione con gli alunni, e valorizzare le abilità che la favoriscono.

La saggezza intuitiva

Siamo esseri tri-cerebrati ma viviamo con una frazione del nostro potenziale, dando priorità alla mente razionale a discapito dell’istinto e della capacità di amare.

Praticare l’attenzione e l’osservazione della mente per conoscersi più profondamente e nutrire l’essenziale. In questo modo il docente condurrà l’alunno a dare priorità all’essere e non al saper fare. Le pratiche meditative sono il canale per recuperare l’intuizione e la chiarezza mentale, favorendo l’integrazione di corpo-emozioni-mente.

Riconoscere l’attaccamento a una immagine idealizzata e non realistica di se stessi permette di aprirsi alla comprensione delle differenze, l’empatia, la pace interiore e inter-personale.

Le bambine e le ragazze – i bambini e i ragazzi – hanno diritto ad un luogo per essere ascoltati sulle loro paure, sui loro dolori, così come ne hanno diritto le famiglie. Se è vero che stiamo in questo oscurantismo, se è vero che non riceviamo nemmeno l’educazione adeguata per poter discriminare e analizzare il contesto, vuol dire che noi non stiamo educando a essere persone coscienti e sagge. Che vuol dire coscienza? La capacità di cogliere i significati, non vedere solo il sintomo ma il tutto. I giovani devono essere accompagnati a dare significati a quello che stanno vivendo, cogliendo la interrelazione di tutti gli elementi della vita.

Rivendichiamo una “scienza” ecologica che curi l’essere umano curando il suo ambiente affinché sappia darci strumenti di prevenzione e una educazione al benessere psico-fisico.

Abbiamo bisogno di una educazione olistica che restituisca all’essere umano il senso di esistere.

Riferimenti:

www.fundacionclaudionaranjo.com

www.sateducazioneitalia.com


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